Amori difficili: il giornalismo e il design del giornalismo

giornalismoIn 140 caratteri: Algoritmi e design decidono cosa è importante per noi Tweet this!

Se passi spesso da queste parti, sai sicuramente che è uno dei temi che mi appassionano, nelle sue varie declinazioni. Da come cambia la nostra attenzione, a come cambia il nostro modo di leggere. A come si devono progettare i contenuti per i nostri nuovi modelli, cognitivi e di comportamento.

Ne parlavamo qualche giorno fa, a proposito dell’ostinazione di molti di noi a continuare a «scrivere il messaggio» con le stesse regole e lo stesso design che usavamo per la carta. Il titolo era -scherzosamente, ma nemmeno tanto: Quello che noi blogger sbagliamo (e anche tanti giornalisti)

Poi esce fuori la solita brillante curation di Mathew Ingram.

Non sono i giornalisti: è il design
Il sommario del pezzo è già in sé un ottimo compendio (conciso e concluso). È quindi un esempio perfetto che ci racconta come bisogna comportarsi con il lettore che magari capita di fretta (sul web, su un’app, su Facebook). Poche brevi frasi che ti fanno decidere se continuare a leggere o no.

Il punto di partenza è quello che tutti cominciamo a dare (finalmente) per scontato. Le notizie non sono più impacchettate in quell’unico supporto che le conteneva e che potevi tenere in mano, dice Mathew, «Oggi sono un flusso costante. E il nostro rapporto con l’informazione e con il mondo che vediamo intorno a noi dipende da due fattori importanti: il design e gli algoritmi».

Del ruolo degli algoritmi abbiamo parlato spesso, ragionando su come incidano sulle nostre preferenze e decidano ciò che è importante per noi, emulando in qualche modo il tradizionale ruolo di «mediatore» che aveva il giornalista, quando era il pacchetto (su carta o in Tv) a definire l’importanza di ciò che dovevamo sapere.

Mathew si spinge a scrivere che «gli algoritmi sono i nuovi caporedattori» e chiaramente supporta la sua opinione portando come esempio Twitter e Facebook.

L’algoritmo che dirige il giornale
Difficilmente si può mettere in discussione quanto Facebook abbia cambiato il concetto di notizia (in regime di abbondanza di informazione, per noi è rilevante anche ciò che succede ai nostri amici). E ha cambiato le priorità con cui ordiamo e mettiamo in gerarchia le informazioni che per noi possono avere importanza.

Altrettanto difficilmente si può immaginare un mondo di abbondanza digitale (alcuni lo chiamano content-shock) gestito con strumenti analogici. È facile invece prevedere che all’aumento dei dati seguirà un aumento della nostra capacità -tecnologica- di gestirli.

E anche qui, pensiamoci bene, perché chi progetta questi sistemi deve farlo con responsabilità ed etica che -e ci risiamo- una volta erano tipiche del giornalista.

Il design non è più solo estetica
In questo scenario, ovviamente, il modo in cui pensiamo i nostri contenuti assume un ruolo decisivo -quello di facilitare l’accesso a tecnologie diverse e canali diversi- che prima non aveva in maniera così evidente.
O, per dirla meglio, prima era limitato a un numero relativamente piccolo di standard, che oggi sono continuamente innovati dal presente. In fondo, questo «pensare i contenuti» è ciò che chiamiamo design. E fa completamente parte del destino che regaliamo ai nostri messaggi.

L’articolo di Mathew raccoglie un po’ lo stato dell’arte sulle riflessioni in merito. Quindi se vuoi filtrarlo dalla mia sintesi e dalle mie considerazioni, fatti un’idea: It’s not just journalists — for better or worse, design plays a key role in how we get our news

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