Abitiamo il racconto della crisi, non la crisi

Per tutta la giornata di ieri, ma non solo, lo schema narrativo dei media italiani sulla crisi finanziaria è stato identico: titoli di guerra, racconto allarmante, prospettive implicite da fine del mondo come lo conosciamo. E poi l’esperto che tranquillizza.

Sono i media che fanno “buh” e poi ti dicono “Paura, eh?”.

Eppure in un momento come questo il sensazionalismo, giocare con la fiducia dei cittadini, diventa pericolosissimo. Il 99.9% delle persone che fanno il mercato (con le loro spese mensili e i risparmi) non hanno informazioni di prima mano, ascoltano il racconto dei media e respirano un’atmosfera. Se si convincono che le cose vanno male, smettono di investire, di pensare al futuro, non alimentano più il sistema su cui si regge tutto il resto. Il panico da notizia strillata può essere pericoloso, per una crisi o per una recessione, esattamente quanto la finanza avventurosa. Forse di più.
Se i media accelerano la perdita di fiducia, la crisi si aggrava. E se usano il loro diritto di cronaca per fare spettacolo o sensazione, correggendo di rimbalzo con l’omino che dice “che si può dormire la notte”, oltre al mercato “nervoso” si innervosisce anche il resto della società.

(I media andrebbero “serviti” con un’educazione alla comprensione dei media, che dovrebbe essere materia di insegnamento nelle scuole).

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