Federico Badaloni: «Il problema principale per gli innovatori è quello di comprendere la cultura prima di dare forma alla tecnologia»

Badaloni In 140 caratteri: «La tecnologia si sviluppa soprattutto nelle culture che sanno dare valore agli errori e alle nuove sperimentazioni»
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#TheMakingOfaNewBook #5. Prossima conversazione: Mario Calabresi, precedente: Richard Nash. (Se non vuoi perdere le successive, Iscriviti).
L’intervista completa in inglese è molto lunga, se vuoi leggerla in versione integrale la trovi qui.

Federico Badaloni. Bio | Blog

In che modo la tecnologia e la cultura si stanno ridisegnando?
La cultura ha molto a che fare con la capacità di identificare i nostri bisogni, mentre le applicazioni della tecnologia lavorano per cercare le soluzioni.

L’innovazione si appoggia spesso alla metafora secondo cui una cultura è capace di immaginare il futuro. E ogni metafora è un modo di chiederci «cosa succederebbe se»?. Questo ci porta a pensare soluzioni migliori. Per questa ragione la tecnologia si sviluppa soprattutto nelle culture che sanno dare valore agli errori e alle nuove sperimentazioni.

Questo implica anche che l’innovazione non si realizza nelle culture che celebrano i «poteri magici» delle persone che hanno successo senza prima fare dei tentativi. La nostra cultura, quella italiana, è una di queste e io sono convinto che la strada che conduce a tecnologie migliori passi obbligatoriamente per quegli individui che sanno raggiungere i propri obiettivi anche attraverso i fallimenti dei loro tentativi di innovare.

[...] Ogni cultura può essere definita come un particolare set di soluzioni che vanno incontro a un particolare set di necessità. Questo vale per le leggi, le abitudini, le convinzioni e anche per la tecnologia.
Eppure l’innovazione può esserci solo quando le soluzioni e le necessità sono identificate in modo chiaro. Prendi la famosa frase di Henry Ford: «Se avessi chiesto alle persone cosa volevano, mi avrebbero detto che servivano “cavalli più veloci”».
Questa risposta non si può attribuire a una presunta mancanza di immaginazione nei primi del ’900. La ragione vera è che Ford ha deliberatamente proposto una domanda sbagliata: per far capire l’importanza dei cilindri e dei pistoni rispetto ai cavalli, la domanda avrebbe dovuto indagare sui bisogni, non sulle soluzioni.
Detto in altra maniera, dovremmo imparare a definire le i nostri bisogni in maniera astratta, lasciando da parte le soluzioni che già siamo abituati a usare.

Se accettiamo che la cultura è soprattutto la capacità di identificare i bisogni e che la tecnologia lavora per cercare sempre nuove soluzioni, il problema principale per gli innovatori è quello di comprendere la cultura prima di dare forma alla tecnologia.
Troppo spesso gli innovatori agiscono in modo isolato, perché abbinano problemi e soluzioni in un mondo che tende a focalizzarsi solo su queste ultime.

E poi tanto altro
Nelle risposte alle domande successive, Federico tocca temi molto importanti. Dagli algoritmi («che hanno il potere di ridisegnare la cultura»), ai robot, all’intelligenza artificiale.
Parla delle forze che stanno imponendo il cambiamento («una delle più potenti è la gratificazione che proviamo quando troviamo qualcosa che ci fa crescere)» e di come sia fondamentale disegnare in modo consapevole le «architetture dell’ informazione».

Ma soprattutto, nell’ultima risposta, ci offre il suo sguardo sul futuro dell’industria culturale. Ci sono diverse sfide che vanno raccolte («disegnare le relazioni», «lavorare bene sui meta-dati», che sono quelli che le macchine leggono, e soprattutto «la sfida della rilevanza»).
Merita una lettura completa: “Culture of algorithms” merges the concept of relevance with the concept of personal gain. An algorithm does have the power to shape the culture

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