I possibili effetti collaterali del Kindle Unlimited

kindle & cats In 140 caratteri: «La lettura da prodotto diventa un servizio» Tweet this!

Ne parlavamo qualche giorno fa su La Stampa, in un quadro più generale. Il Kindle Unlimited, che assomiglia molto a quei ristoranti in cui entri e mangi tutto quello che riesci a mangiare, potrebbe avere un impatto molto forte sul modo in cui pensiamo il libro e la lettura.
Paghi 10 dollari e leggi quello che vuoi. Ma non compri i libri. E questo potrebbe essere l’ennesimo problema per gli editori, soprattutto perché Amazon ha una quota di mercato che pesa parecchio sul fatturato di tutti coloro che vendono libri. E la gestione delle royalty è ancora tutta da considerare.

In un tweet che seguiva l’articolo su La Stampa, Annarita poneva un problema che potrebbe rivelarsi davvero tale: «600mila ebook al mese a 10 dollari? Fare lo scrittore diventerà un simpatico hobby?»

I conti della serva
Per citare mia madre (che usa da quando ero piccolo un’espressione che trovo divertente), ho fatto «due conti alla femminile», ovvero due calcoli empirici e non accurati. Oltre una certa soglia, quella dei cosiddetti «lettori forti» (categoria mitologica con le zampe da noioso, la coda di Paperino e la conversazione brillante di un vecchio nonno rimbambito), la convenienza c’è. Io ogni anno spendo sicuramente su Amazon molto più di quanto spenderei con l’abbonamento a Unlimited.

Ora, io sono un bibliofilo. Colleziono libri di carta dall’età di 14 anni, ma da quando leggo in digitale la mia prospettiva è cambiata molto. Mi interessa poter leggere il libro, quando mi serve. Implicitamente, la lettura da prodotto diventa un servizio.
E la tradizionale sacralità del libro perde ancora un po’ di smalto. È solo la modernità suppongo, il concetto di libro è cambiato spesso nella Storia. Sta cambiando ancora.

I commenti degli altri
Se dovesse prendere piede, Kindle Unlimited potrebbe essere davvero un game changer. Ne stanno, ovviamente, scrivendo in molti. Con opinioni di segno contrapposto.
Ti segnalo qualche link se vuoi approfondire.

Il primo è di Michael Kozlowski e si chiede se -per gli autori- è un’opportunità o un nuovo problema. Il titolo è: Is Kindle Unlimited Good for Indie Authors?

Il secondo, di Jeremy Greenfield, la mette al contrario: Kindle Unlimited a Bad Deal for Some Authors?

Il terzo costruisce uno scenario più ampio: è un pezzo di George Anders su Forbes. E il titolo la dice lunga: Why Amazon Terrifies Publishers: Let’s Look At Royalty Statements

Per come la vedo io
Al solito, tocca bilanciare nuovi problemi e nuove soluzioni. Per i lettori (la cui soddisfazione è il centro della strategia di Amazon) potrebbe essere un’ulteriore cosa buona. Ma resta il problema di retribuire e motivare gli autori, altrimenti nessuno scrive e quindi nessuno legge.
Staremo a vedere, non è facile fare previsioni. Ma è utile non distrarsi.

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Perché abbiamo un blog oggi, nel 2014. E perché dovremmo averlo.

blog generation In 140 caratteri: «L’autore è quello che di cui ricordi quello che dice, il giornalista é chi ti dà la notizia che dimentichi subito» Tweet this!

Può sembrare autoreferenziale, me ne rendo conto. Ma più che altro è storia di vita vissuta.
Esattamente dieci anni fa (nelle settimane a cavallo di ferragosto) io e alcune casse di Budweiser scrivevamo in un caldo atroce un libro sui blog. Ne sono state stampate 4 edizioni, l’ultima (nel 2009) con una postfazione che teneva conto di un oggetto razionale che allora non esisteva: i social network come Twitter e Facebook.

La ragione per cui ci penso
Oggi tutti aprono un blog per ragioni di personal branding. Soprattutto per il giornalismo, non quello dell’Ordine, quello vero. Per citare Mario (che riduco a Boskov), «giornalista è chi giornalismo fa». Poi ci sono le ragioni del brand journalism, eccetera.

Ma, alla fine, conta la logica che sostengo da sempre. Seguiremo sempre più la firma autoriale che non le testate o i «pacchetti», come il giornale (prendiamone atto, il giornale é finito, come concetto prima che come prodotto). Su questo, come dico da anni, sono confortato dal pezzo di Katie Mccaskey che sostiene che «iscriversi ai giornalisti, e non alle testate o ai media industriali sarà il nuovo “normale”»
The Future of Brand Journalism.

In base a questa logica conta la vecchia distinzione proposta da Thierry, secondo cui «l’autore è quello che di cui ricordi quello che dice, il giornalista é colui che ti dà la notizia che dimentichi subito»

La ragione per cui ne scrivo
È anche questa un po’ nostalgica. Ma è la ragione per cui molti di noi 12 o 13 anni fa hanno aperto un blog. La racconta Adam Tinworth citando Nick Crocker e Euan Semple. Se non la leggi, non sei un vero blogger. Perché un blogger è le sue fonti e senza input non c’è output.
This is why I blog.

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#GoodToBeBad, «Drive like a Villain» e le pubblicità politicamente scorrette ai tempi dei social media

Jaguar In 140 caratteri: «Ai tempi dei social media, spesso, l’ironia diventa un ingrediente importante della comunicazione.» Tweet this!

Ammetto di avere una certa passione per gli spot «cattivi». E credo che dipenda dal fatto di essere cresciuto con i fumetti e quindi dal fatto di immaginare la faccia dei creativi che se la ridono mentre li fanno.

Il primo spot «politicamente scorretto» (che io ricordi) è quello della Volkswagen Polo, in cui un terrorista si imbottisce di esplosivo e si fa esplodere davanti a un bar. Ma la macchinetta contiene l’esplosione e il claim è: «Polo. Small but Tough».
Il titolo è efficace e lo spot divertente: VW polo terrorist commercial.

BMW vs. Audi
Ai tempi dei social media, spesso, l’ironia diventa un ingrediente importante della comunicazione. Un buon caso è l’esempio delle «schermaglie» via instagram e twitter  tra BMW e Audi. L’oggetto è la tecnologia laser dei fari, ma più che altro sono interessanti le dinamiche della comunicazione, con i due grandi marchi che si «sfottono online».
Una breve sintesi la trovi qui: BMW pokes Audi on Twitter for their Sport quattro laserlight concept

La gallina della Mercedes
Questo è il mio preferito. A un certo punto la Mercedes fa uno spot utilizzando delle galline e poi usa lo slogan: «Stability all times. Magic Body Control».
Subito dopo (ed è qui che immagino i creativi della Jaguar ridere come matti) la casa inglese fa il contro-spot, cattivissimo e geniale. L’hashtag è #GoodToBeBad e lo sfottò è molto efficace: «Magic body control? We prefer cat-like reflexes». Inutile dire che è diventato molto virale.
Qui trovi i due video montati insieme (io ogni volta che lo guardo non riesco a non riconoscere il genio): Mercedes vs Jaguar (Commercial “Battle”)

Ma non finisce qui
Credo di ricordare -ma non riesco a trovarlo- che poi anche BMW abbia fatto uno spot per prendere in giro Jaguar. Ma in questi giorni sempre la Jaguar ha fatto un nuovo spot (si vede una Porsche) con un altro slogan «maleducato» e che si chiude con le istruzioni per essere maleducati.
Il Guardian racconta come lo spot sia stato biasimato perché «incoraggia la guida irresponsabile» (Jaguar ‘villain’ ad banned for encouraging irresponsible driving).
Ma fatti un’idea da solo: qui c’è il commercial (The Art of Villainy with Tom Hiddleston) e qui il Making of (Jaguar 2014 Big Game “The Making of British Villains”)

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Il giornalismo cambiato dai lettori

Internet News In 140 caratteri: «Il problema del giornalismo è che cambiano i lettori molto più in fretta di quanto cambi il mestiere» Tweet this!

Partiamo dalla foto, che racchiude in sé una parte di «rotazione e rivoluzione» dell’asse dei media. Con un po’ di nostalgia: c’è stato un periodo (meno di 10 anni fa, ancora) in cui si si scriveva di Internet sulla carta. Oggi si scrive della carta su Internet.
E per chi ha un po’ di immaginazione, questo spiega tante cose.

Oltre le cose già dette e ripetute
Come accade nell’editoria libraria, da anni ormai si ripetono le stesse cose e c’è davvero poco di nuovo. Ma in questi giorni ci sono tre articoli interessanti da leggere. Il primo è su Wired, è di Vittorio (che fa, as usual, Vittorio) e si intitola: La valanga del giornalismo: ovvero lo sfogo di Alfieri e la possibilità di salvare il giornalismo.

Il secondo è di Mario (che fa, as usual, Mario) e propone una lucida analisi di quello che sta succedendo. Anche qui il titolo la dice lunga: La valanga del giornalismo: considerazioni sul vecchio che non muore abbastanza in fretta e il nuovo che non c’è.

Il terzo è di Andrea (che pure lui fa Andrea) ed è in inglese: Newspaper crisis: little to save, everything to reinvent.

Tutte letture che vale la pena di affrontare con la giusta attenzione.

I miei due cent
Io mi sono fatto un’idea, magari personale e irrilevante. Il giornalismo sta cambiando non perché ne ha voglia, ma perché stanno cambiando i lettori.

Ora secondo me, come diceva un vecchio proverbio cinese, «se vuoi una buona risposta, fai una buona domanda».

Il punto vero è l’ambiguità che c’è tra innovazione e disruption. L’innovazione può essere di processo (fare in modo diverso cose che si facevano già) o di prodotto (fare una cosa nuova). Può essere facoltativa o no. Ci sono molti settori di business che campano sulla tradizione.

La disruption è il risultato di una cosa che accade e che ti obbliga a cambiare. Il problema del giornalismo è che cambiano i lettori (abitudine, approccio, senso critico, fonti) molto più in fretta di quanto cambi il mestiere.

Se io fossi un editore di news, rifletterei su questo.

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Istruzioni per inseguire il futuro – Innovazione versus Resistenza

mistakes In 140 caratteri: «Innova o muori. E va bene. Ma come?» Tweet this!

Partiamo da un piccolo follow-up al post di ieri, che raccontava come i nostri tempi siano talmente veloci che sia la cultura sia la giurisprudenza sono molto più lente dell’innovazione tecnologica.

Clay Rawlings e Rob Bencini, in un pezzo molto argomentato, spiegano bene la questione. «Il nostro attuale sistema legale», scrivono, «non è disegnato per trovare rimedi efficaci per i problemi nuovi con cui ci dobbiamo confrontare e che accelerano in modo esponenziale».

Gli autori si riferiscono in particolare alla giurisprudenza americana, costruita sulla logica semplice che determina i giudizi in base ai casi precedenti. Ma il post è interessante soprattutto perché fa un buon elenco delle «continue nuove questioni» che legislatori e classe dirigente devono affrontare.
Il titolo è: What Does Moore’s Law Mean For the Rest of Society?

Mantenere il lavoro
Con tutto quello che c’è dietro la curva (la fine dell’industria culturale, gli algoritmi, i robot, l’intelligenza artificiale, il famoso content shock, eccetera) è facile prevedere che la vera risorsa scarsa (quella che la tecnologia non potrà mai rimpiazzare) è la capacità di pensare il futuro e di essere creativi.

Questo vale soprattutto per chi lavora nel mondo dell’editoria, delle news e della comunicazione, ma non solo. Così può essere interessante spendere qualche minuto a guardare questo brillante video: 29 Ways to Stay Creative

Il pericolo di essere smart
Maurice Ewing, su Linkedin, scrive un post abbastanza illuminante, che racconta come essere smart spesso diventa un ostacolo. La gente che lavora nelle risorse umane quasi sempre non è smart e tende a «cercare profili che entrano nei piccoli schemi facili da comprendere». È un po’ come quei giochi dei bambini, in cui devi mettere l’esagono nella forma dell’esagono, e il quadrato nel buco quadrato.
E spesso il problema delle persone smart è l’understatement o la creatività. Ma leggere il pezzo ti aiuta a capire come essere smart e non patirne le conseguenze.
Fatti un’idea da solo: Why Smart People Don’t Get Hired

Strategia e “pensare la strategia”
Roger Martin, sull’Harvard Business Review, tocca un punto importante. Le persone smart tendono a non entrare nella logica in cui -troppo spesso- le aziende pensano la strategia attraverso fogli Excel.
E Roger definisce in un modo che io condivido il profilo di chi sa davvero elaborare una strategia di innovazione: «La strategia», dice, «richiede la capacità di fare scelte guardando a un futuro incerto».
E aggiunge: «I migliori strateghi non sono paralizzati dall’incertezza o dall’ambiguità. Anzi, sono abbastanza creativi da immaginare nuove possibilità che possono esistere o non esistere».
Anche qui, non fidarti della mia sintesi: Why Smart People Struggle with Strategy

La nuova era del talento
Greg Satell, su Forbes, racconta come stiamo superando un concetto anni ’90. Avevamo l’idea che, nell’economia della conoscenza, «avere le persone giuste era più importante che avere la strategia giusta o la tecnologia giusta».

Oggi, invece, serve che le aziende si rendano conto di essere ecosistemi e che la decisione chiave non è «chi assumere» ma, piuttosto, «quali competenze sviluppare all’interno».
E pure qui c’è da riflettere: The Skills Gap

Come misurare l’innovazione
Soren Kaplan, su Fast Company, ci apre una prospettiva su come misurare l’innovazione. «È un misto di arte e scienza», dice.
E il trucco è «riuscire a ispirare l’azione in base agli obiettivi che hai».
Il pezzo è lungo e ponderoso, ma soprattutto suggerisce come sia importante crearci le nostre metriche per capire quanto è rilevante l’innovazione che proviamo a fare.

Il tiolo si autodefinisce: How To Measure Innovation (To Get Real Results)

Innova o sarai innovato
Gran bel pezzo di Jill Lepore, sul New Yorker. Jill ragiona sulla logica dell’«innova o muori». Mette in discussione molti dei principi base della retorica secondo cui bisogna innovare costantemente. Ma, almeno secondo me, ottiene il risultato contrario.
Studiatelo: The Disruption Machine

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Amori difficili: Internet e le leggi per Internet

Costituzione Internet In 140 caratteri: «Adattarsi al cambiamento, invece di frenarlo, nel mondo moderno significa costruire un vantaggio competitivo» Tweet this!

«Se amate Internet lasciatela stare», scrive Massimo. «Internet si protegge lasciandola stare. È in sintesi quello che pensano da sempre quelli che l’hanno creata e vista crescere».

Sul convegno intitolato “Verso una Costituzione per Internet?” tenuto ieri a Montecitorio ha scritto, oltre a Massimo (Lasciate stare Internet), anche Luca. E vale la pena di leggere: Internet Bill of Rights per proteggere internet
Anna, poi, ci offre qualche link video -sulla web Tv della Camera dei Deputati- per chi non ha visto lo streaming.

Io ho qualche osservazione mia, di carattere generale.

Arrendersi alla velocità
Lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle in questi ultimi 20 anni. L’accelerazione dell’innovazione che porta il digitale ci obbliga a capire «dopo» quello che è cambiato «prima». Ci troviamo spesso a descrivere il cambiamento dopo averlo osservato. Questo, banalmente, perché lo schema a rete consente a chiunque (da qualsiasi nodo o luogo geografico) di introdurre un fattore di disruption che cambia le regole del gioco.

Non è una cosa buona o cattiva in sé. Ma il digitale funziona con le regole del sistema emergente e -come diceva anche Massimo- tende ad autoregolarsi. L’innovazione che sopravvive è quella che ha il consenso di una massa critica sufficiente di persone.

Se c’è una regola generale, qui, è che la cultura è molto più lenta dell’innovazione tecnologica. E la giurisprudenza è ancora più lenta della cultura. Se provassimo a fare oggi delle leggi per l’Internet del 2014 le avremmo operative quando il mondo è già cambiato.

Anche questa non è una cosa buona o cattiva «di per sé». È semplicemente osservazione della realtà.

La farfalla che scatena una tempesta a Tokyo
La prima cosa che abbiamo imparato nella transizione al digitale dell’editoria è che tutte le logiche precedenti sono state messe in discussione. Con gli ebook non ha senso che un editore americano (possessore dei diritti basati suo confini geografici) non possa vendere il suo libro a un inglese o a un canadese o a un australiano.

È il battito d’ali di una farfalla a New York (o nella Silicon Valley, se vogliamo) che scatena una tempesta a Tokyo. Possiamo fare le leggi che vogliamo, ma Internet semplicemente non risponde ai confini nazionali. Tocca prenderne atto.

Il valore di una legge sta nella sua applicabilità
C’era una battuta che circolava anni fa, a proposito degli Mp3. «Abbiamo leggi sulla tutela del diritto d’autore che puniscono la norma, invece di punire l’eccezione». E non vale solo per la musica: se applicassimo le attuali normative sul copyright, paralizzeremmo Internet (che funziona con una logica diversa, che premia la diffusione della cultura a svantaggio di un modello industriale legato al secolo scorso).

La questione dei diritti d’autore è un ottimo esempio di come la giurisprudenza sia più lenta del mondo reale. Ma soprattutto ci racconta di un modello in cui puoi fare la legge ma non puoi applicarla.
La scala su cui si ragiona non consente controlli (e sanzioni) se non a campione. È un po’ come quando le case discografiche, reagendo al cambiamento, perseguivano legalmente a campione una nonnina il cui nipote aveva scaricato illegalmente una canzone. Punirne uno per educarne milioni?

L’autodifesa del sistema
Non credo di dire una baggianata se affermo che molte leggi vengono fatte per difendere lo status quo invece che per pianificare una società moderna per i nostri figli. Un esempio potrebbe essere la legge sui libri, nota come «Legge Anti Amazon». Questo perché, dicono i maligni, se ne discuteva da anni ma è stata approvata in fretta poco prima che Amazon sbarcasse in Italia.

Qui esprimo una mia preferenza personale. Ma, ecco, io vorrei che la nostra classe dirigente capisse che adattarsi al cambiamento, invece di frenarlo, nel mondo moderno significa costruire un vantaggio competitivo.

Cose di cui preoccuparsi davvero
È abbastanza chiaro che un mondo che cambia così in fretta pone nuovi problemi. Che non vengono solo da Internet e dalla tecnologia (i catalizzatori), ma che vengono dalla nostra incapacità di capire l’impatto delle cose che inventiamo.

La ricerca scientifica sta aprendo mille fronti su cui è utile costruire consapevolezza. Dall’intelligenza artificiale ai robot, alle nanotecnologie, all’incrocio tra medicina ed elettronica, eccetera.

In un modello culturale a rete (la cultura di oggi) non si interviene con regole o costituzioni. Si interviene -lo ripeto- con la consapevolezza e il senso di futuro. Non si può decidere oggi senza capire quali sono le tendenze e dove ci porteranno.

E, soprattutto, non si interviene se non investendo nella cultura delle persone, nell’educazione. Perché il cambiamento oggi è accelerato dal comportamento di milioni di singoli individui e non dalle regole di uno Stato.

E questo significa che, se capiamo dove stiamo andando invece di chiederci cosa eravamo, possiamo costruire sviluppo e competitività. Ovvero quello che tutti oggi vorremmo dalla nostra classe dirigente.

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I giornali, internet e il valore dell’attenzione

foto In 140 caratteri: «Il modo in cui misuriamo le cose in rete determina il valore che diamo a quanto facciamo» Tweet this!

Ok, ormai lo sappiamo tutti da anni. I giornali non se la passano bene e ogni anno è peggio. Se ne parla tanto e anche qui ne abbiamo discusso spesso.
Si è scritto tutto e il contrario di tutto, come è abbastanza ovvio che sia in un periodo di grande trasformazione culturale

Così non stupisce che in questi giorni abbia avuto un po’ di hype uno studio di Matthew Gentzkow, professore di economia dell’Università di Chicago. La tesi centrale, contro-intuitiva per molti, è che la causa del declino dei giornali di carta non sia Internet.
Sebbene la mia impressione è che (come spesso accade) se ne sia scritto solo sulla base del comunicato stampa, ti appunto qui una nota e poi magari leggiamo lo studio per intero.

Internet no, Internet sì
Secondo Getzkow ci sono diverse finte evidenze, racconta Roy Greenslade sul Guardian. «La popolarità dei giornali era già in calo dal 1980 al 1995, ben prima dell’era di Internet. E il tasso di decrescita delle vendite era lo stesso anche allora». La conclusione è netta: sarebbe un errore credere che la gente ha smesso di comprare i giornali a causa di Internet.

Questo, almeno negli Stati Uniti. Ma Greenslade nota che in Gran Bretagna la curva, con il digitale, ha accelerato verso il basso.

Tutta colpa di Internet
È vero (basta guardare i vari report di annuali State of the News Media) che negli USA la popolarità dei giornali è in calo da decenni. Ed è vero che bisognerebbe studiare con attenzione i dati di Getzkow.

Tuttavia io tenderei a essere d’accordo sull’idea che Internet abbia quanto meno contribuito a dare un’ulteriore spinta al processo. E credo che, inevitabilmente, la diffusione dei tablet e degli smartphone (facili da usare anche per le fasce d’età più anziane) porterà con sé un progressivo e profondo disinteresse per il giornale di carta. In tempi molto brevi.

Il prezzo dell’attenzione
Ma forse la parte più interessante è quella in cui Getzkow prova a dimostrare come il valore dell’attenzione online sia più alto di quello della carta. Il punto, sostiene, è che tendiamo a comparare in modo sbagliato delle metriche diverse tra loro. Mele e pere, per capirci. Però alla fine -se valutiamo bene- i risultati potrebbero sorprenderci, almeno secondo lo studio.

Il tema delle metriche che usiamo su Internet (e sappiamo, da tanti anni, quanto siano inefficaci) è direttamente collegato al valore che si produce con i contenuti e con la raccolta pubblicitaria. In fondo il modo in cui misuriamo le cose ci aiuta a dar loro importanza o meno.

«Nel 2008», ha calcolato Gentzkov, «un’ora di attenzione sulla carta portava ai giornali 2 dollari e 78 centesimi, contro i 3 e 79 portati dall’online. Nel 2012 il “valore dell’attenzione” è sceso a 1,57$ su carta mentre è salito a 4,24$ nel digitale». E questa potrebbe, sempre secondo Gentzkov, essere una buona notizia per la sostenibilità del giornalismo.
È un tema complesso, certo, ma è sempre utile provare a guardarlo anche con posizioni meno consolidate.

In attesa di riuscire a leggere lo studio (che si intitola: Trading dollars for dollars: the price of attention online and offline), ecco il post sul Guardian: Newspapers’ decline not due to the rise of the internet, says professor.

Come link bonus, sempre sul modo in cui misuriamo le cose, c’è questo post di Todd Sattersten: What is the right unit of measure for reading in the digital world?

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