La velocità con cui cambia il mondo

Legge di Moore In 140 caratteri: Se avessimo mostrato l’iphone agli scienziati della NASA che hanno mandato l’uomo sulla Luna, l’avrebbero definito «tecnologia aliena»
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Più di 10 anni fa, in un libro intitolato Edeologia, Critica del Fondamentalismo Digitale, Luca ci metteva in guardia dalla «retorica esponenziale».
Eppure, la logica del cambiamento di questi anni è davvero esponenziale. È sempre stata più veloce (e sorprendente) di ogni nostra previsione. Ha mostrato -per chi è stato educato alla lentezza nel XX secolo- un’accelerazione più rapida di qualsiasi analisi.
E la Legge di Moore (mai scientificamente dimostrata, ma empiricamente innegabile) ci dice proprio questo.
La vulgata la racconta così: «ogni 18 mesi la capacità di calcolo dei processori raddoppia a costi invariati». Il che vuol dire che ogni anno e mezzo compriamo strumenti potenti il doppio allo stesso costo.

L’iphone, tecnologia aliena.
Stefano argomentava in un libro (da leggere) che, se avessimo fatto vedere l’iphone agli scienziati della NASA che hanno mandato l’uomo sulla Luna, l’avrebbero definito «tecnologia aliena». Ma questa foto (raccolta nel pezzo che sto per linkarti) racconta con più efficacia come sono cambiati i tempi in pochi anni.

Riguarda anche te
Niv Dror, su Medium, costruisce una bella curation raccogliendo molte suggestioni immediate (Tweet, immagini) che, come quella che abbiamo usato qui sull’evoluzione di Lara Croft (clicca per ingrandire), rendono benissimo l’idea della velocità di cambiamento.

Vale proprio la pena di darci un’occhiata. Tutto cambia, anche il tuo lavoro o la tua impresa. Ed è utile per pensare il futuro, che arriva veloce. Fatti un’idea: When Exponential Progress Becomes Reality

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I social indossabili (e la lezione di Kodak, Motorola, Blackberry e altri su come farsi invecchiare dalla realtà)

wearable social In 140 caratteri: «Se non puoi fare meglio ciò che fa già qualcuno, puoi inventare qualcosa di nuovo»
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Io non ho mai creduto che l’alternativa a Facebook possa venire da un social network che prova a fare le stesse cose che fa Facebook.
È il caso di Ello, per esempio, che pur giocando su un claim forte («Tu non sei un prodotto») non ha -secondo me- abbastanza innovazione da giustificare la migrazione di centinaia di milioni di utenti. E non era il caso, come si è visto, di un altro social che si era proposto come anti-Facebook (Diaspora: ricordi?).

Perché milioni di persone potrebbero spostarsi
Sempre secondo me, è facile che Facebook consolidi negli anni la sua forza, con un miliardo e passa di gente registrata, nuovi investimenti e una politica di acquisizione e investimenti abbastanza aggressiva.
Ma è anche vero che i tempi corrono veloci e dietro la curva potrebbe esserci qualcosa di davvero nuovo (e differente) che alla fine, magari, riuscirà a catturare la nostra attenzione. Se non puoi fare meglio ciò che fa già qualcuno, puoi inventare qualcosa di nuovo.

Un esempio, embrionale e tutto ancora da dimostrare, è l’esperimento che stanno facendo al MIT di Boston, coniugando sensori, tessuti e social networking.
Chiaramente non l’ho provato e ne parlo in astratto, ma l’idea è abbastanza interessante. Se vuoi approfondire, qui c’è una breve notizia (MIT Invents a Wearable Social Network That Helps You Break the Ice) e qui invece il sito ufficiale, che spiega a grandi linee di cosa si tratta: magliette che comunicano al posto della timeline di Facebook.
La «cosa» si chiama Fluid (bel nome, detto tra noi).

Quanto ci scommetteresti?
Io, personalmente, non lo so. Ma mi capita spesso di raccontare -ai convegni o agli amici che annoio- una storia che potrebbe essere vera ma nessuno può dimostrarlo. Nella mia fantasia, io immagino un consulente che dice a quelli di Kodak: «Guardate che entro un paio di anni tutti i cellulari avranno dentro una macchina fotografica». E quelli di Kodak che lo prendono in giro, per pentirsi poco dopo.

La storia di Kodak è esemplare, perché anche organizzazioni consolidate e fortissime (come appare Facebook oggi, ad esempio) possono essere «invecchiate» in fretta dalla realtà. Qui l’espressione inglese (outsmarted, «fregato sull’intelligenza») funziona molto meglio, ma pazienza.

In ogni caso, dato che su questo blog l’obiettivo è suggerire letture, la storia di Kodak, in questi giorni è ripresa da Chunka Mui su Forbes in un paio di pezzi. In uno Mui parla di come le auto che si guidano da sole (tipo la Google Car) potrebbero mettere in crisi l’industria delle assicurazioni. Kodak viene citata come «caso di industria che ha un grande mercato ma pensa in piccolo e fallisce, come Blockbuster, Blackberry, Motorola e Nokia». Non in tutti i casi si tratta di fallimento vero, ma chi usa più i Blackberry e i Nokia che avevamo tutti in mano qualche anno fa?
Eppure Kodak, dice Mui, negli anni 80 aveva fatto una ricerca di mercato molto sofisticata che la rassicurava dal pericolo della fotografia digitale.

Anche qui si ragiona sul come sia facile essere fregati sull’intelligenza e la visione. La conclusione è che lo scenario che vediamo oggi non ci tutela dall’arrivo di qualcuno che inventa cose nuove o cose diverse che impattano sulla solidità del mercato in cui lavoriamo: Will Auto Insurers Survive Their Collision with Driverless Cars?

A margine, poi, Business Insider ricostruisce un (istruttivo) pezzo di storia della Kodak: Why executives at Kodak were so miserable when the Polaroid camera was invented

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Noi NON ti pagheremo: 4 versioni sul futuro dei giornalisti

Futuro del giornalismo In 140 caratteri: «Vorresti investire nella professione del giornalismo i tuoi prossimi 40 anni?»
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Cosa risponderesti se uno studente ti dicesse di voler fare il giornalista?
Io, di solito (e capita ogni anno), sono molto prudente e dico che alla loro età devono pensare ad almeno 40 anni di carriera. E che, personalmente, non sono affatto sicuro che -alla velocità con cui cambia il mondo della comunicazione e della cultura oggi- tra 40 anni ci sia ancora un giornalismo simile a quello che conosciamo oggi.
E soprattutto provo a spiegare che, a partire dal presente, trovare la remunerazione per il giornalista è un’avventura che richiede la capacità di seguire la continua innovazione e di stare sempre un passo avanti agli altri.

«Noi Non Ti Pagheremo»
Un po’ di tempo fa, intervistando Richard (storico editore newyorkese), mi disse: «Non c’è più denaro per chi vende i contenuti». Felix Salmon, della Reuters, la settimana scorsa ha pubblicato un pezzo (tra il malinconico e il realista) che disegna lo scenario dal suo punto di vista.

L’immagine a corredo (clicca per ingrandire) è quella del luogo comune secondo cui una foto racconta più di mille parole: quattro donne sedute a leggere giornali (di carta) che compongono la frase «Noi Non Ti Pagheremo».

Crisi significa anche opportunità
Dopo aver letto il pezzo di Salmon avevo postato su Facebook un commento. «Dice Felix Salmon (Reuters) che se aspiri a fare carriera o ad avere almeno un reddito medio, forse provare a fare il giornalista non è esattamente la scelta migliore.
E aggiunge che le possibilità di entrare nel giornalismo e di far carriera non sono mai state così basse come oggi.
(Ma Chris Ziegler è molto più ottimista)».

L’argomento di Ziegler in realtà è basato sulla sua carriera, sulle opportunità che ha colto (studiando, crescendo, sbagliando e cambiando ogni giorno) e su una mentalità che non appartiene a tutti i giornalisti. Molti dei quali restano «notizisti» e non diventano «autori».
Non ha quindi secondo me una valenza generale, se non quella di raccontarci una cosa intuitiva: il talento e la mentalità sono i tratti distintivi di chi sopravvive al cambiamento.

Ma fatti un’idea da solo: qui c’è il ragionamento di Salmon (To all the young journalists asking for advice…) e qui la prima risposta rilevante, quella di Chris: Don’t let anyone talk you out of being a journalist

I commenti venuti dopo
Poi c’è Simon Owens che -giustamente- riconosce il forte ruolo che i social media hanno nella carriera del giornalista (cosa che molti sottovalutano): Why today’s journalists have more leverage than ever before

E ieri Roy Greenslade, sul Guardian, ha messo a gamba tesa un po’ di ottimismo: «Non ci sono mai stati tempi migliori per essere un giovane giornalista».
Ti lascio il link, poi unisci i puntini: Would-be journalists still want to change the world

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Il tempo (e lo spazio) delle notizie, oggi

content In 140 caratteri: «Il valore del tempo del lettore, il design della pagina, la progettazione del testo»
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Il tema è lo stesso del mio ultimo post.
Io lo avevo trattato in maniera molto personale, ricamando soprattutto sulle «mie idiosincrasie». Ma Chris J. Clarke sul Guardian ci ragiona in modo meno empirico e più affascinante.

L’oggetto del discorso è sempre quello, che poi sono due.
Da un lato c’è l’attenzione che diventa scarsa mentre le notizie, da scarse, diventano commodity. Dall’altro c’è il ruolo del design che aiuta in maniera forte a mantenere l’attenzione sui testi più lunghi.

È vero che molto spesso si twittano o si condividono i pezzi senza averli letti. Magari solo per il titolo (se hai tempo: 11 Social Media Truths You May Not Like To Admit), ma non è detto che la nostra attenzione si focalizzi necessariamente sui testi brevi. O che sia volatile come alcuni sostengono.

La realtà è un po’ più complessa di così e merita analisi più accurate. Ti anticipo quella di Chris, ma prima guarda l’immagine (clicca per ingrandire) perché già racconta molto.

La soddisfazione del lettore
Come spiega bene Chris, è vero che ci sembra più intuitivo avere soddisfazione da testi brevi. Ma è anche vero che con una presentazione accurata, la nostra attenzione è più che disponibile a dedicarsi ai cosiddetti long-form (potremmo chiamarli analisi, approfondimenti o -in maniera più banale- testi lunghi).

Questo perché siamo lettori diversi a seconda dei momenti e in base alle necessità o alla rilevanza di ciò che leggiamo. A volte abbiamo bisogno di notizie veloci, a volte ci gratifica scoprire cose che non sappiamo, altre volte abbiamo la necessità o il desiderio di approfondire.

La mia sintesi brutale ha solo lo scopo di farti venir voglia di leggere l’originale, che racconta di come al Guardian stiano cercando un approccio al «giornalismo basato sul tempo del lettore». Il titolo è: News consumption from the perspective of time

Il design e il testo intelligente
Se il tema ti appassiona c’è modo di andare ancora più a fondo, anche da punti di vista diversi. Ti lascio due link.

Il primo racconta le molte maniere di immaginare una home-page per un giornale oggi, quando gran parte dei lettori arrivano al contenuto direttamente da altre fonti (social, motori di ricerca, app, ecc.). Qui c’è davvero da studiare, a proposito di attenzione e testi lunghi.
Melody Joy Kramer ci dà molto materiale per ragionare: 64 Ways To Think About a News Homepage

Ma, se superiamo l’idea con cui siamo stati educati (scrivere per la carta), il design non è necessariamente la «grafica», come siamo tentati di banalizzarlo sempre. Oggi dobbiamo scrivere per le macchine (producendo testi funzionali per algoritmi e SEO). E il lettore può trovarci su una varietà enorme di schermi, dimensioni, applicazioni, formati. Eccetera anche qui.

Quindi il design entra a far parte anche della progettazione stessa del testo, che deve diventare intelligente: What Puts the Intelligent in Intelligent Content?

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Tutte le cose che non devi fare se vuoi che io ti legga sul web

attenzione In 140 caratteri: «Le ragioni che mi fanno chiudere una finestra prima di cominciare a leggerti»
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C’è molta teoria, ne abbiamo parlato un sacco di volte. Due su tutte, la storia del lettore scanner e di come cambia il nostro modo di leggere.
Qui è un po’ diverso, perché sono soprattutto appunti sulle mie personali idiosincrasie da lettore. Che non fanno statistica, ma che -certo- da early adopter forse raccontano come la vedranno gli altri domani.

1. Uh, il Web.
Per quante speculazioni si facciano sul mondo delle app, sulle news via Snapchat eccetera, il web rimane la sostanza del digitale. Puoi iniziare a leggere o scoprire cose da un paio di occhiali di Google, da uno smartwatch, da un librino sul Kindle, da un’app o dal cruscotto della tua macchina.
Appena clicchi su un link (e i link sono ciò che più di tutto ha reso desueta la carta) entri in un mondo che potrebbe non essere disegnato per te che clicchi su quel link.
La prima base è un design responsive, che deve farmi avere accesso ai tuoi contenuti da qualsiasi parte io ci arrivi e su qualsiasi dispositivo.
Ma queste sono le basi che -a parte qualche agenzia- conoscono anche i bambini delle elementari.

Sei un genio, ma devi capire
Puoi scrivere le cose più intelligenti del mondo, ma le regole della distribuzione sono cambiate. Se ti ostini a non volerle seguire, io non ti leggerò (e, temo, come me tanti altri).
Perché in un mondo in cui l’attenzione è la risorsa scarsa e il disturbo è la risorsa abbondante, devi disegnare quello che dici in modo che sia valorizzato.

La lezione dei musei
La prima cosa che impari, progettando un museo, è che l’attenzione dell’individuo si dirige su un elemento alla volta. La sequenza in cui progetti quella direzione di attenzione è molto più importante di tutto il resto. Perchè costruisce contesto e comprensione. Un museo ben progettato è un «acceleratore culturale» proprio perché diminuisce il gap tra tempo speso e comprensione costruita.

Un testo, come stanno imparando a fare i divulgatori (più gli yankee che non gli italiani), segue lo stesso processo. La mia attenzione è limitata e tu devi cercare di farmela sfruttare al massimo.
Se mi dai troppi stimoli, non mi stai dando nessuno stimolo.
Poche informazioni, ma possibilmente rilevanti.

La sindrome della X sulla finestra del browser
Ora tu puoi avere tutte le idee che vuoi suoi tuoi modelli di business, ma se non disegni i tuoi contenuti per limitarmi il disturbo e darmi la massima comprensione nel minor tempo possibile, stai sbagliando qualcosa.

Nella pratica questo significa che il design deve essere pensato per raggiungere questo obiettivo, in maniera laica rispetto al dispositivo o all’applicazione che uno utilizza per arrivarci.

Io non uso sistemi Windows da anni, ma credo di ricordare che avessero la X per chiudere la finestra. Tu puoi scrivere le cose più fighe del mondo, ma nei primi tre secondi quella X (sul mac è diverso) la stimoli facilmente.
Ti passo la mia personale checklist.

La mia checklist
A prescindere dal contenuto io chiudo la finestra (e soprattutto non condivido sui social) articoli con queste caratteristiche:

  • Font troppo piccolo (certo posso aumentarlo sul mio client, ma il fatto che usi un font con un corpo minimo, nel 2015, non comunica autorevolezza).
  • Immagini che interrompono il testo. Che senso hanno? Sto leggendo, fammi leggere.
  • Presenza di pubblicità o popup: Qui si può discutere, Ma io non mi prendo la briga di usare strumenti che li blocchino. Se tu li usi, io ti ignoro e non ti condivido. Chiudo la pagina e il problema è tuo, non mio
  • Assenza di titoletti. Puoi essere un genio, ma ci sono tante persone geniali in giro. Scrivimi paragrafi lunghi e non ti leggerò senza prima aver capito se le cose che dici mi interessano.
    Hai tre secondi per farlo, per convincermi. I titoli dei paragrafi aiutano, fidati.
  • La grammatica dei link. Fammi capire cosa stai linkando e cosa trovo se clicco su un link. Ipersterstualità non significa dare la possibilità di cliccare, ma dare contesto in una navigazione
  • Non abusare del mio tempo. Ancora una volta, la regola è: massima comprensione versus minimo investimento in tempo di lettura
  • A te viene in mente altro?

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    Mario Calabresi: «I giornali sono più importanti di quanto i giornalisti pensino: plasmano il senso di una città.»

    mario calabresi In 140 caratteri: «Un giornale deve restare fedele al suo DNA: informazione di qualità, che però non deve morire solo sulla carta»
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    #TheMakingOfaNewBook #6. Conversazioni precedenti: Federico BadaloniRichard Nash. (Se non vuoi perdere le successive, Iscriviti).

    Mario Calabresi. Bio | La Stampa

    Mario, tra le tante cose, è direttore de La Stampa. È difficile per me riassumere la conversazione, perché non è nata da vere domande e risposte, quanto da un suo ragionamento generale e complessivo.
    La organizzo per temi, basandomi soprattutto sulle cose che interessano me (e i lettori di questo blog). E sperando che la mia sintesi sia all’altezza.

    L’informazione, oggi
    «Per prima cosa dobbiamo ammettere che Internet sta cambiando molto il modo in cui lavoriamo. Da un lato la platea aumenta enormemente, ha rotto i confini territoriali e nazionali. La Stampa, su carta, aveva due terzi di lettori nel nord-ovest.
    Nel digitale oggi Torino è diventata la terza città per lettori.
    Ci sono infinite possibilità di fusione, ma la rete ha moltiplicato le voci, ha accresciuto il rumore di fondo, ha generato sovrapposizioni.

    Internet ha sgretolato un modello con cui informazione coincideva con i giornali, facendo sviluppare forme di informazione migliori come peggiori. Ci sono casi di eccellenza, specie in realtà diverse dall’occidente come la Siria.

    Io non credo che il citizen journalism sostituisca il giornalismo professionale, ma dobbiamo prendere atto del fatto che ormai ci sono molti prodotti di informazione che non nascono col business model tradizionale ma fanno il loro lavoro in modo egregio, quando permettono approfondimenti, qualità».

    Il futuro dei giornali
    «Il modello digitale», dice, «può crescere nel prossimo futuro. Domani continueremo a crescere sull’online, in certa misura, ma dipende dalle capacità che avremo di farlo. Non si replicherà il vecchio schema basato sulla pubblicità tabellare, sui classified e sulle altre cose cui siamo abituati.

    L’unico modo di garantire un futuro sarà moltplicare le fonti di ricavi. Usare insieme la carta, il digitale, gli abbonamenti. Sfruttare la diffusione dei tablet. Se vuoi sopravvivere dovrai essere capace di di utilizzare il valore dell’informazione che hai,in diversi contesti: educational, convegni, eventi, dibatti, eccetera. L’informazione diventa fonte di possibili ricavi in tutti i modi in cui saprai utilizzarla.

    Dovrai moltiplicare le occasioni. Un giornale non deve fare nuovi mestieri, deve restare fedele al suo DNA. Deve produrre informazione di qualità, che però non deve morire solo sulla carta. Può essere monetizzata in altri modi, senza perderne il valore».

    Un giornale e la sua città
    Poi c’è un punto sui abbiamo discusso spesso con tanti amici, da Mario a Lucia, da Sara a Carlo. È un mio vecchio pallino: la convinzione che un giornale locale (anche quando è contemporaneamente un importante quotidiano nazionale), abbia una grande importanza nel modo in cui una comunità si percepisce.

    Così forse la frase di Mario che più mi ha colpito è questa: «i giornali sono più importanti di quanto i giornalisti pensino, nel plasmare il senso di una città. I giornalisti devono sentire questa responsabilità».
    E, sintetizzo quello che il Direttore ha detto in modo più articolato: i giornalisti devono farlo capendo ciò che è importante per il cittadino, non ciò che per routine spesso un professionista dell’informazione crede sia importante.

    «Un giornalista», mi ha detto, «deve essere capace di raccontare la comunità assumendo il punto di vista del cittadino. e qui non è detto che sia importante ciò che accade alla comunità politica, o alle fondazioni bancarie. Molto spesso alla comunità interessano la visione e le cose che contano per il quotidianoi: anche i vigili, gli autovelox, e le cose che entrano nella giornata di chi vive la città».

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    Piccole città, grandi Smart City

    smart city In 140 caratteri: «Non si fa una città smart senza cittadini smart» Tweet this!

    È sempre stata una mia fissa, dai tempi in cui organizzammo Potenza Smart (nella foto Derrick de Kerckhove sul suo monopattino trolley, prima della  sua lectio magistralis).

    La mia convinzione, banale se vuoi, è che in ambienti socialmente meno frazionati rispetto alle metropoli sia più facile innescare processi di innovazione.
    Perché non servono investimenti costosi in infrastrutture, ma può essere detonante anche solo connettere le intelligenze delle persone.

    Hey, costruivamo le città in collina, o come Ikea, agli incroci delle autostrade
    Io, come sa chi mi conosce, mi ostino a vivere a Potenza pur lavorando quasi ovunque tranne che a Potenza. La colpa è in parte di un ragazzo belga di cui non ricordo il nome, ma anche del mio modo di vivere questa piccola città.

    Potenza è lì, a una quota ambigua tra montagna e collina, costruita in altezza perché i palazzoni hanno meno paura di sfidare i frequenti terremoti che non delle necessità derivanti dal sempre più scarso terreno edificabile. Praticamente mi stanno costruendo un nuovo quartiere dentro il garage, e io abito al limitare dei boschi.

    Per quanto io ci metta meno ad arrivare all’aeroporto di Napoli rispetto a quanto può metterci un romano di Roma Nord ad arrivare a Fiumicino, uno dei nostri crucci sono sempre stati la viabilità e le infrastrutture.

    (Io poi che vado spesso a Urbino sono un esperto di collegamenti tra città non collegate e ogni tanto uso la battuta: «Da dovunque tu parta, per arrivare a Urbino ci vogliono 7 ore»).
    Potenza è un po’ meglio. Almeno ha la stazione e un treno (il 707) che ha avuto un gruppo di osservazione su Twitter che ne monitorava i ritardi e le leggende metrpolitane. Ma questa è un’altra storia.

    La collocazione, e la mancanza di infrastrutture erano strategiche. È, oggettivamente, un problema. Ma forse non è il problema. La qualità della vita in gran parte dipende da altro.

    Così sono giorni che rifletto su quanto Victor W. Hwang raccontava di Halifax. Halifax, scommetto, è una città che devi googlare come metà degli italiani devono googlare Potenza. Però scrive Victor, «il destino economico di una città è spesso determinato dalla fortuna».  È la posizione geografica di Halifax è stata molto fortunata, poiché era al centro di grandi traffici.
    «Ma la fortuna», scrive, «Non è una strategia a lungo termine». Anche perché ora i “grandi traffici” sono le informazioni e le idee, non tanto le merci e le strutture. Non nell’occidente moderno.

    La fortuna non è una strategia a lungo termine
    Come sta facendo Halifax, dovrebbero fare Potenza e tante altre piccole città. L’importanza (e ne ho scritto spesso, qui e qui ad esempio) è tutta nelle persone, nella cultura (non intesa come babbionismo bibliografico, ma come mentalità).

    «L’era moderna dell’economia contemporanea», dice Victor, «ha regole differenti dal passato». Non si costruisce più sulle vette (per la difesa) o ai crocevia (per gli scambi commerciali).  Quelle erano le risorse scarse di prima. Oggi le risorse scarse sono diverse: l’utilizzo intelligente dell’informazione e la capacità di far circolare le idee dei cittadini e di metterle in valore.

    Le regole dei cittadini smart
    Molti usano l’inefficienza della Pubblica Amministrazione o della politica come alibi, ma se non cambiano i cittadini, la città non sarà mai smart. Non può essere una città intelligente senza l’intelligenza dei cittadini.

    Victor propone una lista su cui tutti dovremmo riflettere. due punti più degli altri. «Sii positivo» e «Sfida il pessimismo».
    Ma fatti un’idea da solo: How To Create Innovation Culture? Halifax Tries Something Bold

    E, se sei arrivato fin qui, dai un’occhiata a questo: The Seven Habits of Highly Effective People

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    Pace alla nostra anima Digital Punk

    cluetrain In 140 caratteri: «Non si può più scrivere un libro su Internet. Si possono scrivere libri su quanto Internet ha cambiato singoli aspetti delle nostre vite» Tweet this!

    A quanto pare Doc e David (due che non rivedono il layout del loro sito da tempo immemore), hanno rimesso mano al Cluetrain Manifesto, aggiornandolo al 2015.
    Il tutto con la complicità di Dave (che ne ha fatto un listcle).
    Tre mostri sacri dell’internet dei pionieri tornano insieme.

    Il «Cluetrain» spiegato ai navigatori di oggi
    Erano altri tempi, ragazzi. A differenza di oggi, non esisteva letteratura sul digitale e quei pochi che ne scrivevano sui giornali o nei libri erano gli stessi che «facevano l’Internet». Il web era ancora assai rudimentale («brutti siti con brutte foto di gatti», diceva Shirky) e moltissimi ne leggevano su carta. In Italia avevamo settimanali come Panorama Web (Anna, Luca, ricordate?) e mensili come Internet News (Sergio?). Roba di carta che ci serviva a scoprire le cose in rete, per quanto paradossale possa sembrare oggi.

    Il Cluetrain Manifesto, nella relativa scarsità di testi che raccontavano Internet, divenne subito un punto di riferimento. Ricco di intuizioni che solo dopo 15 anni sembrano scontate persino alle aziende («I mercati sono conversazioni», tanto per citarne una), era una specie di Bibbia che tutti, andando in giro a raccontare la rete, prima o poi citavamo.
    Ispirato all’etica hacker e a buoni principi e aspirazioni per un mondo migliore, il Cluetrain raccontava -prima che le cose accadessero- quello che avremmo potuto fare con Internet. È, a suo modo, un piccolo poema di libertà, innovazione, tolleranza e circolazione delle idee.
    Ci credevamo in molti, ma non avevamo fatto i conti con la nostra impreparazione. Lo strumento è talmente potente che forse le nostre culture (e per conseguenza il nostro essere individui) non erano pronte a usare. Magari lo saranno in seguito.
    Anni dopo, Bruce Sterling fece una profezia più cinica, dicendo: «avremo l’Internet che ci meritiamo»

    I nuovi «Clue»
    Sono una miniera di stimoli, uno per uno, con anche la giusta dose di tono scherzoso e di ironia. E includono un po’ di cose che avremmo potuto immaginare, ma non avevamo ben immaginato. La rete alla fine è fatta dalle persone (quasi uno dei principi fondativi) e le persone sono le persone che sono. A volte belle, a volte cattive, a volte cariche d’odio.
    Internet è la gente, non la tecnologia. E sebbene alcuni punti siano forti e incontrovertibili (vedi quello della foto), sfogliando uno per uno il listicle di Dave ho avuto un po’ di sensazioni.

    Mixed feelings. O dei tempi andati.
    La prima sensazione che ho avuto è che l’etica che informava i primi pionieri (libertà di espressione, ostilità verso il copyright, amore per il libero dominio, circolazione delle idee) oggi debba fare i conti con una realtà più complicata di quella che ci aspettavamo.
    Leggere (e condividere profondamente) alcuni clue mi ha fatto sentire un po’ “punk”, nel suo valore di «ingenuo» (o naïf se preferisci). E mi è tornato in mente un vecchio paginone del Manifesto (mi pare che fosse il Manifesto) in cui c’era una mappa del pensiero italiano su Internet e io venivo inserito tra i «tecno-ottimisti». In buona compagnia peraltro.

    Le cose che sono cambiate
    Oggi Internet è una cosa molta diversa. Non si può abbracciare in una serie di tesi, o in un libro come abbiamo fatto in passato. È talmente trasversale in tutto che comincia a sembrarmi sbagliato anche solo trattarla come un oggetto narrabile. Oggi Internet non esiste, esistono i cambiamenti che Internet porta in tutti gli aspetti della nostra realtà. Dal lavoro alle automobili, dai frigoriferi agli occhiali.
    Non si può più scrivere un libro su Internet. Si possono scrivere libri su quanto Internet ha cambiato noi e alcuni aspetti del nostro lavoro, delle nostre vite. Internet in sé non è più un argomento intellettualmente affrontabile.
    Non è più un aspetto della nostra realtà. È il sistema operativo della realtà tutta.

    Schumpeter, il digital-punk e i servizi industriali
    Mentre il primo Cluetrain Manifesto indicava regole generali (cui sarebbe stato bene attenerci, forse), i nuovi «Clue» oscillano tra il generale e il particolare, finendo persino a citare le «Corporation» che in qualche modo posseggono le nostre identità. Certo, dicono che «internet è di tutti e deve restare tale», ma la realtà che osserviamo non rispetta le nostre aspirazioni.

    I grandi servizi di rete hanno bisogno delle persone per essere utili, e per avere tante persone servono i capitali di grandi gruppi industriali. L’innovazione, anni fa, partiva da una cantina, da un’idea, da un garage, da un omino che aveva un’idea e metteva su un sito (vedi Flickr, ad esempio).
    Erano altri tempi. Oggi dobbiamo imparare a difenderci, a combattere le battaglie che l’etica originaria di Internet ci indicava per vinte.
    La privacy, il controllo delle nostre identità, i servizi che ci aiutano online. Tutto questo -forse- non è più riassumibile in dichiarazioni di principio.
    Dobbiamo lavorare sulla cultura per portarla al livello di potenza degli strumenti che abbiamo. Per creare consapevolezza.
    Per cercare di mantenere la bellezza che tanti di noi vedevano nella prima Internet. Quella un po’ punk, un po’ ingenua, un po’ naïf. Che però ci piaceva tanto.
    Fatti un’idea: Cluetrain: The listicle

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