Weblog di Giuseppe Granieri



Pur ostentando una profonda reverse snobbery (io leggo solo letteratura di genere), non ho comprato e non credo che comprerò il nuovo libro di Dan Brown.
C'è sempre stato qualcosa che mi infastidiva nella scrittura di Brown. Ma non avevo mai razionalizzato granché.
Il punto è questo: buona parte della letteratura di genere che leggo ha a che fare con temi scientifici o storici, che fanno da sfondo alla narrazione. Questo impone allo scrittore di costruire un contesto comprensibile per i lettori.
E ci sono dei mostri sacri che lo fanno benissimo: da James Rollins a Deaver, al migliore di tutti in questa abilità (che secondo me era Crichton).

Poi ci sono quelli che invece usano toni troppo divulgativi, banalizzano, trattano il lettore come un invertebrato. E lo fanno a livelli diversi, ovviamente. Molto spesso, come nel caso di Martin Rua -autore italiano di successo nel self-publishing-, è per evidente colpa dell'assenza di un editor. (E Dio li benedica gli editor bravi).

Nel caso di Dan Brown, invece, mi sento di sposare la definizione di Wikiprosa, che sintetizza benissimo in una sola parola le mie sensazioni di lettore.
Il pezzo è un post un po' da far west, in cui si spara sul pianista. O sulla Croce Rossa. Ma vale una lettura critica per farsi un'idea: Dan Brown's Wikiprose.



Posted by g.g. | # | Media | 05/23/2013




«La nuova cultura», scrivevo qualche giorno fa «deve essere ancora codificata e distribuita dal centro (quello che la fa) alle periferie (quelle che devono imparare a viverci dentro)».
Il problema è che il centro, oggi, se vogliamo, non è più l'Istituzione o l'industria culturale, ma quello spazio indefinito in cui l'innovazione lavora a ritmo incessante per cambiare il modo in cui la nostra cultura sta funzionando.
E l'Istituzione, il sistema educativo che dovrebbe insegnarci anche la contemporaneità, non fa in tempo a sistematizzare e distribuire le nuove competenze di information literacy che oggi fanno parte dell'alfabetizzazione di base.

Io cito spesso un video famoso che in poche parole descrive benissimo la situazione: «stiamo formando studenti per lavori che ancora non esistono e che useranno tecnologie che non sono ancora state inventate». Brutale, ma efficace.
Negli Stati Uniti, però, nel mondo dell'istruzione stanno accadendo parecchie cose. Intorno ai MOOC (ne avevo scritto tempo fa sull'Espresso di carta) si sta sviluppando una discussione molto interessante.
Le conclusioni sono lontane, ma c'è abbastanza da leggere. «Il nostro sistema educativo», scrive Neeven Jain su Forbes, «magari non è rotto, ma sicuramente è diventato obsoleto». E propone un lungo ragionamento su cui vale la pena riflettere.
Il titolo è: Creating Adaptive, Personalized, Effective and Addictive Education System for the Next Century.

Poi c'è un altro pezzo interessante, di Paul Champion. Anche Paul frantuma il bersaglio su una riflessione più urgente e necessaria. «È sorprendente», scrive citando Daphne Koller, «come ancora stiamo insegnando agli studenti le cose nel modo che abbiamo usato negli ultimi 300 anni».
Leggi tu stesso e fatti un'idea: The End of Education As We Know It.

Io non ho un'opinione definitiva, ma posso metterci i miei due centesimi. Resto convinto che, su buona parte del cambiamento che stiamo vivendo, la responsabilità della comprensione torni sull'individuo. E non è facile.
Ma è ancora meno facile se pensiamo ai giovani e a come vengono formati. Difficilmente il sistema scolastico e universitario li formerà sulla cultura digitale e ancor più difficilmente li renderà competitivi nel mondo del lavoro del XXI secolo.
Il rischio è che alla fine si crei un forte dislivello tra una maggioranza mediamente disinformata e coloro che hanno una famiglia alfabetizzata (che sa quindi istruirli e dar loro la giusta mentalità) o che incontrano qualche insegnante illuminato.
C'è un problema profondo di design strutturale del sistema educativo in un mondo che è cambiato e continuerà a cambiare. Ma l'istruzione resta cruciale e probabilmente anche in Italia -guardando a ciò che accade negli USA- si dovrebbe provare ad alzare l'asticella del dibattito e, magari, ricominciare a investire sui giovani cambiando anche qualche paradigma.



Posted by g.g. | # | Media | 05/23/2013




Cose scritte altrove.
La «nuova cultura» deve essere ancora codificata e distribuita dal centro (quello che la fa) alle periferie (quelle che devono imparare a viverci dentro).
La Stampa, Terza Pagina, 5 errori frequenti che gli intellettuali analogici fanno sul digitale.
Posted by g.g. | # | Media | 05/23/2013




«Google+», scriveva qualche giorno fa Guy Kawasaki, «è il Macintosh dei social network: è il migliore, è usato da meno persone e spesso è condannato dagli esperti».
Io ho sempre ammirato molto il design minimalista di Google, e tra le altre cose mi piace che Google+ sia asimmetrico, come Twitter. Tu puoi seguire qualcuno, e non sei obbligato a essere reciproco.
Ma il problema di Google+ era (e forse è ancora) un altro: in molti lo definivano una «città fantasma». E io, pur usandolo in maniera effettivamente residuale, avevo la stessa impressione.

È molto interessante il nuovo redesign a «carte». È bello, pulito ed elegante. Se vuoi farti un'idea, Vincos te lo spiega bene in italiano.

Ma forse ha ragione Robert Hof su Forbes. «Google», scrive, «sta ancora combattendo la sua battaglia per convincere la gente normale a usare Google+». Per quanto possa essere bello, infatti, il valore in un social network (a differenza dei Macintosh di cui parlava Kawasaki) è dato in gran parte dalle gente che lo usa e lo abita.
La teoria di Hof è che, pur con nuovo design più visuale, più simile a Pinterest se vogliamo (ma meno disordinato), Google+ continua a fare lo stesso lavoro di Facebook. E quindi la gente tenderà a rimanere dove già è.
L'analisi è interessante e si intitola: Google Still Struggles To Explain Why Normal People Should Care About Google+

Se vuoi approfondire, puoi dare un'occhiata al pezzo di ABC (Google Plus Focuses on Photos in Fight Against Twitter, Facebook and Instagram) e a quello di FastCo: How Google Unified Its Products With A Humble Index Card
Ma, soprattutto, merita la lettura l'articolo del New Yorker: The Design That Conquered Google.
(Su Google+ mi trovi qui)



Posted by g.g. | # | Media | 05/17/2013




«Il cervello», scrive Annie Murphy Paul, «non fa nessuna differenza tra un'esperienza letta in un testo e una vissuta dal vivo».
Il tema non è nuovo, già anni fa usavamo questo argomento per spiegare che il virtuale, in fondo, non è così virtuale. E che le relazioni interpersonali mediate dal computer a livello neurologico vengono percepite dal nostro cervello come se fossimo in uno «spazio culturale».
L'esempio che facevamo era facile: se sei impegnato in un videogioco di guida, il tuo corpo reagisce come se fossi nella realtà: i muscoli si tendono, si contraggono, eccetera.
Ma l'effetto è ancora più potente quando leggiamo (o comunichiamo attraverso il testo, come in chat), perché il ruolo della nostra immaginazione è molto forte nella costruzione del senso e del mondo che viviamo.

Tempo fa avevamo affrontato il tema, con il saggio di Livia (nella foto), anche dal punto di vista della lettura.

Ma il post di Annie è molto interessante, soprattutto per chi vuole imparare a scrivere con maggior consapevolezza. Fa infatti il punto sui complicati rapporti tra mente e linguaggio quando leggiamo narrativa. E ci spiega -ad esempio- quali sono le metafore che hanno presa e quali invece vengono percepite semplicemente come parole.
Oppure ci racconta come reagiamo ai verbi di azione. È una buona lezione per chi vuole ragionarci anche dal punto di vista di come si scrive.
Si intitola Your brain on fiction e merita un po' di studio.

E se vuoi aumentare ancora di più la consapevolezza nell'uso del linguaggio, quando scrivi, c'è anche questo pezzo di Connie Malamed che può aiutarti: How To Write Better Analogies .



Posted by g.g. | # | Media | 05/16/2013




Massimo, ragionando -tra le altre cose- sulla decisione di Mentana di abbandonare Twitter, ripesca dalla memoria della rete l'errore RTFM («Read The Fucking Manual»).
È una considerazione importante, che impatta su un fatto evidente: abbiamo una classe dirigente che è inciampata in Internet senza averne vissuto la storia e senza essersi educata a comprenderla. Senza avere l'umiltà di studiare un po' una complessità diversa, come dicevamo la settimana scorsa.

Sul caso Mentana nello specifico, io credo che alla fine la sua decisione sia assolutamente legittima. Può anche essere solo una forma molto umana di Social Media Fatigue.
Ma se qualcuno volesse trarne un insegnamento, dovrebbe riflettere su due cose. Semplici entrambe.
La prima è che Twitter non c'entra nulla. Se la televisione consentisse a Mentana di ascoltare i commenti dei suoi spettatori, probabilmente non abbandonerebbe la Tv. Twitter non fa altro che far emergere e rendere pubblici un po' di quei commenti.
La seconda è che, di fronte alla contemporaneità, scappare non è mai una strategia. Anche qui, è legittimo, ma non utile. È utile invece provare a capire meglio e trovare una propria posizione.
(e poi, tutto sommato, potrebbe aver ragione Ingram quando dice che i nuovi media ci stanno facendo tornare verso la nostra natura, mentre i mass media ce ne avevano allontanato. Fatti un'idea da solo: What if the mass media era was just an accident of history?).
Photo: credits



Posted by g.g. | # | Media | 12/05/2013




Cose scritte altrove.
Se tutti possono pubblicare un libro, oggi, «come si fa a far notare il proprio libro ai lettori?»
La Stampa, Terza Pagina, Gli autori, tra blogger e lettori.
Posted by g.g. | # | Media | 12/05/2013




Cose scritte altrove.
«A quanto pare, fare il giornalista negli Stati Uniti è uno dei lavori peggiori. Non è una novità -se ne era già parlato negli ultimi anni- ma uno studio di CareerCast ha monitorato 200 professioni, in base a parametri precisi, e il mestiere del reporter è risultato in ultima posizione.
Le ragioni sono diverse, ma spesso evidenti. Non è un lavoro pagato mai molto bene ed è un lavoro ad alto tasso di stress, vincolato a scadenze veloci e con una esposizione al pubblico che aumenta la tensione. E queste sono alcune caratteristiche note da sempre.
Ma lo studio evidenzia diversi fattori che hanno origini più recenti. Innanzitutto le prospettive future: tutte le previsioni raccontano di un'industria -quella dell'informazione- che tenderà a essere sempre più in contrazione nei prossimi anni. E già nell'ultimo quinquennio ha perso molti posti di lavoro. Si riducono quindi le possibilità di immaginare serenamente una carriera.
Un altro elemento negativo che ha origine con lavvento delle nuove tecnologie, racconta lo studio, è lampliamento delle mansioni, che oggi rendono il giornalista responsabile non solo dellarticolo o della parte tradizionale, ma anche della presenza -ad esempio- sui social network. E poi pesa molto anche il clima generale di incertezza».
Il peggior lavoro del mondo, L'Espresso, versione integrale su carta (non online).



Posted by g.g. | # | Media | 12/05/2013




«La cosa più frequente con il digitale», scrivevo scherzando l'altro giorno, «è dare risposte semplici a problemi complessi. Ma le risposte facili non sono mai quelle giuste. Quindi il tuo lavoro consiste nel trovare il modo di rendere semplici le risposte complesse a chi vuole risposte semplici. E questo è complesso».

Il tema di cui si discute in questi giorni (l'intervista della Boldrini) ne è un perfetto esempio. È un tema ciclico, se vogliamo, dato che sono diversi anni che la rete deve difendersi dal pensiero semplicistico della nostra classe dirigente.
Tra le tante risposte sensate puoi farti un'idea leggendo quella di Gianni, quella di Fabio, quella di Massimo. Ma ce ne sono tante.

Io posso aggiungere i miei due centesimi. La complessità del mondo digitale è molto superiore a quella del mondo analogico, quindi ci sono sempre molti argomenti sensati che non sono necessariamente in conflitto tra loro. E spesso sbagliamo quando invece di provare a renderla semplice, affrontiamo questa complessità in modo semplicistico. Lo facciamo tutti, non è facile.
Per questo, secondo me Juan Carlos coglie il nocciolo del problema quando dice che la sfida è educarci. Tutti.

Ma se il problema è semplice, la soluzione non lo è affatto. Prima di tutto perché non stiamo parlando del web, non più, ma del sistema nervoso della nostra cultura. Quindi non stiamo parlando di un manipolo di tecnocrati che difendono le proprie tecnicaglie.
Stiamo parlando, invece, di educarci alla nostra cultura contemporanea. E al modo in cui funziona.

E qui viene il vero problema. Veniamo da millenni in cui la cultura avanzava lenta, veniva codificata in un centro, distribuita alle periferie attraverso un sistema educativo regolato (scuola, università) e diventava condivisa.

Oggi invece la cultura avanza velocissima, nasce -come l'innovazione- spesso dalle periferie e non riusciamo a codificarla ma siamo -tutti- costretti ad inseguirla. A cercare di comprenderla man mano che la vediamo cambiare.

Quindi se vogliamo una soluzione, probabilmente il problema è: come ricostruiamo un sistema educativo in grado di affrontare questa nuova situazione?



Posted by g.g. | # | Media | 05/05/2013




Cose scritte altrove.
«No, l'editoria non sta morendo, è solo in evoluzione. Molti autori lo stanno comprendendo e stanno cambiando il loro approccio. Gli editori tradizionali dovrebbero fare lo stesso».
La Stampa, Terza Pagina, Le verità che gli editori non vogliono ascoltare.
(E, se ti interesa, c'è anche una relativa discussione molto interessante)
Posted by g.g. | # | Media | 05/05/2013




«Oggi basta strizzare l'occhio per scattare una foto», scrive Nick Bilton sul New York Times, «o muovere la testa per spegnere gli occhiali».
Stiamo vivendo un nuovo, ennesimo, passaggio importante. È di pochi giorni fa la notizia che gli smartphone oggi si vendono più dei telefoni normali. E in pochissimi anni (davvero pochi) questi aggeggi e i tablet hanno modificato il nostro rapporto con le tecnologie. E con l'informazione.
Come dicevamo spesso (di recente sull'Espresso di carta), non si tratta solo di uno scenario interessante a livello di individui, ma piuttosto di una riflessione urgente per chiunque lavori nei media, nella cultura, nella comunicazione, nel marketing.
Se cambia l'interfaccia con le informazioni (e con il mondo) cambia il modo in cui circola e si produce la conoscenza.
Così, se vuoi farti un'idea, puoi leggere il pezzo di Bilton che ha un titolo che non lascia nessun dubbio: Disruptions: Brain Computer Interfaces Inch Closer to Mainstream.
Oppure puoi leggere l'analisi di Mike Loukides, che pure ha un titolo significativo: Google Glass and the Future.

Ma ancora, per avere qualche altro spunto, ci sono le esperienze dirette.
«Sto usando gli occhiali di Google da due settimane», scrive Robert Scoble, «e non voglio toglierli mai più».
E se vuoi approfondire, c'è anche il pezzo più ampio di Co.Design. Con un altro titolo marcato sulla chiarezza: Why The Human Body Will Be The Next Computer Interface.

Ha davvero ragione Seth Godin quando dice che oggi la parte di valore del lavoro è quella difficile. Quella che gli altri non sanno fare, perché se la sanno fare tutti è una commodity. E la parte di lavoro che oggi ha valore è quella dell'innovazione.
E per chi vuole costruire una carriera in questi settori, per chi ha a che fare con la parola, con le idee, la parte difficile è sicuramente quella di capire prima degli altri come cambia il mondo. E quanto in fretta.
Ma anche capire che la tecnologia abilita nuove possibilità, però sono queste ultime -e non la tecnologia- la vera opportunità.
Sopratutto per i giovani, io credo sia una bella sfida.



Posted by g.g. | # | Media | 04/30/2013




Cose scritte altrove.
«Il futuro abbraccia lo storytelling in tutte le sue forme possibili. E il nostro ruolo di narratori è quello di abbracciare il futuro in tutti i suoi aspetti»
La Stampa, Terza Pagina, Come racconteremo le storie nel futuro.
Posted by g.g. | # | Media | 04/30/2013




È molto interessante il dibattito che si sta costruendo intorno al ruolo della rete nella prima giornata di votazione per il Presidente della Repubblica.
Io ne ho scritto qui ieri (Chi ha paura di Twitter?) e Massimo -tra gli altri che ne hanno parlato- ha postato poi Tre argomenti contro. Da leggere.

Il quarto argomento contro è un lungo post di Fabio che si intitola Twitter, il Colle e i tecnoschiavi. Merita il tempo dell'approfondimento.

Io credo che si possa aggiungere qualcosa. Tra le tante sensate interpretazioni che possiamo dare di quanto accaduto, ce n'è una che non comprende la «quantità» di gente che usa Twitter e la rete in generale. E che non riguarda né i numeri né il fatto che la politica davvero ascolti.
Quello che a me è sembrato -e magari sbaglio- è che Twitter abbia fatto emergere un dissenso della base del PD -ma anche di suoi esponenti di un certo rilievo, come nel tweet della foto.
Questo dissenso si è trasformato in una call to action, come l'occupazione delle sedi del Pd. E si è trasformato in un segnale forte che è arrivato ben chiaro dentro l'aula, tra dissenso di insider, giornalisti e voci ascoltate.

Ora a me continua a piacere la similitudine di Luca sul tifo e sullo stadio. Secondo me il tifo si è sentito e ha esercitato -almeno su molti del Pd che hanno scelto di seguire la coscienza- una sorta di moral suasion. Si sono sentiti i fischi del pubblico.
Ora, c'è un tema spesso implicito, quando si parla di queste cose, su cui spesso ci avvitiamo. Il tifo allo stadio non determina il risultato. Ma abilita degli effetti (incoraggiamento o tensione, ad esempio). Condiziona la squadra. O meglio, può condizionare la squadra.
Allo stesso modo, certe tecnologie non determinano nulla. Abilitano.
Twitter non è stato importante perché si è sentita la folla. È stato importante perché ha fatto guardare fuori chi stava dentro.
E senza i social media, forse, quella moral suasion non ci sarebbe stata. Perché all'interno dell'aula in molti non avrebbero sentito il polso delle voci cui guardano per regolarsi.
Voci che non sono quelle dei cittadini che la politica non ascolta, o ascolta a spruzzo. Ma sono, piuttosto, le voci che la politica ascolta per capire che aria tira. E che possono -in momenti di crisi- indurla a prendere decisioni.
Ma infine, hai quattro ragioni contro e una forse a favore. Decidi tu che idea farti.



Posted by g.g. | # | Media | 04/20/2013




Sull'Espresso in edicola oggi (quello di carta) il NonSoloCyber toccava a me.
E si parla degli occhiali di Google, che potrebbero essere sul mercato forse già dalla fine di quest'anno.
Al solito ne incollo uno stralcio:
«L'idea dei computer indossabili non è certo nuova. Come non è nuova nemmeno l'idea della «realtà aumentata», che sovrappone un livello di informazione sulla realtà fisica.
Ma con l'investimento che sta facendo Google, seguito da altri centri importanti della nostra cultura, siamo obbligati a cominciare ad interessarci dei cambiamenti che queste innovazioni comporteranno sulla nostra vita sociale, sul nostro modo di informarci e sul nostro rapporto con quanto ci circonda.
È facile pensare che il già sottile diaframma che separa il mondo di carne e ossa dalla rete tenderà ad assottigliarsi ulteriormente. E ci sarà molto da scoprire. Ma è un orizzonte che riguarda, probabilmente, anche il modo in cui funziona la nostra cultura e la comunicazione. E quindi è una sfida da non sottovalutare anche per editori e giornali».
L'Espresso, Google mette gli occhiali, non online.



Posted by g.g. | # | Media | 04/20/2013




Cose scritte altrove.
I bibliotecari e i giornalisti, oggi e soprattutto nel prossimo futuro, potrebbero avere un ruolo importante nell'educazione all'informazione.
La Stampa, Terza Pagina, Il bibliotecario e il giornalista. Digitali..
Posted by g.g. | # | Media | 04/20/2013




Quasi tutti, ormai, abbiamo osservato che ieri -forse per la prima volta in Italia- la rete è stata decisiva nel decidere quello che succedeva durante l'elezione del Presente della Repubblica.
Il primo a osservarlo è stato Luca, con una moderazione che condivido. «Proprio per questo», scriveva ieri, «ci ho pensato bene prima di accettare che probabilmente quello che è successo oggi con la candidatura Marini non sarebbe successo senza internet e i social network».
E bisogna riflettere anche sulla similitudine efficace che usa: «Io credo che in queste 24 ore il parlamento abbia giocato come allo stadio: col pubblico di casa del centrosinistra che faceva il tifo, e che facendo il tifo ha fatto vincere il suo desiderio di far saltare Marini. Lo so che fa paura, perché oggi quel pubblico di casa aveva sacrosante ragioni e domani chissà (il M5S si muove già molto dentro questo chissà). Ma le riflessioni su cosa è buono e cosa cattivo sono complicate, e a me interessa soprattutto il cambiamento, se c'è».

Oggi ne parlano Cesare Martinetti (in un editoriale su La Stampa, intitolato Twitter, il tam tam che insidia la politica) e -sempre su La Stampa- Alberto Infelise con un pezzo dal titolo che non lascia dubbi: Su Twitter debutta la rivolta in diretta degli elettori del Partito Democratico.

A me viene solo da aggiungere una riflessione. Come è già stato in altri casi, Twitter -e la rete in genere, persino le mail- non sono un sistema a parte, svincolato dalla realtà fisica. Piuttosto, ne sono il sistema nervoso.
Un sistema nervoso tutto nuovo, con cui buona parte della nostra classe dirigente (formatasi in un'altra epoca, che non c'è più) sta facendo i conti.
Strumenti come Twitter aiutano a rendere esplicito -e quindi pubblico, con un impatto sulle scelte- ciò che accade nella realtà e che non sarebbe pubblico in una società a informazione più rarefatta, come ad esempio quella analogica cui eravamo abituati.
Anche perché gli stessi mass-media (dai giornali ai telegiornali) svolgono un ruolo di amplificazione.
Dietro quello che abbiamo visto su Twitter, ci sono persone, movimenti, idee che altrimenti non vedremmo. E «gambe che si muovono», come quelle dei militanti del Pd che hanno occupato le sedi del partito.
Pensavamo che fosse bastato Grillo ad insegnare alle vecchie dirigenze politiche che c'è più domanda di partecipazione e che i burocrati di partito non vivono più protetti sulle loro torri d'avorio.
Ma, nel caso non fosse bastato, forse ieri abbiamo avuto un'altra lezione.



Posted by g.g. | # | Media | 04/19/2013




Cose scritte altrove.
«Se gli editori abdicano all'innovazione, il mondo tecnologico li fagociterà. E se aspettano che il percorso ideale diventi ovvio, sarà troppo tardi»
La Stampa, Terza Pagina, Gli editori sono aziende di tecnologia.
Posted by g.g. | # | Media | 04/19/2013




Cose scritte altrove.
Forse, come sostengono molti commentatori, non serve a nulla lavorare su posizioni di retroguardia. È invece utile cominciare a costruire una consapevolezza di come stiano davvero cambiando le regole del gioco. E serve davvero cominciare a elaborare uno scenario più realistico dei tempi contemporanei.
La Stampa Gli autori non stanno morendo. È il mestiere che cambia.
Posted by g.g. | # | Media | 04/19/2013




Cose scritte altrove.
«L'idea che abbiamo oggi di computer non è stata pensata per la maggioranza della popolazione. Nel giro di 5 o 10 anni avremo cinque miliardi di persone con uno smartphone in tasca. E molte di loro lo useranno come un computer, senza aver mai avuto accesso a quello che noi oggi chiamiamo computer»
La Stampa, Terza Pagina, Facebook, il computer e gli amici del futuro.
Posted by g.g. | # | Media | 04/19/2013




Cose scritte altrove.
«L'acquisto di Goodreads da parte di Amazon sciocca l'industria editoriale». E rafforza la potenza di Bezos sull'asset strategico dell'editoria di oggi.
La Stampa, Terza Pagina, Il controllo sui lettori.
Posted by g.g. | # | Media | 04/19/2013




Cose scritte altrove.
Se non cominciamo a pensare la politica in modo coerente con il secolo in corso, il rischio di usare gli strumenti nuovi con le logiche vecchie è molto pericoloso.
L'Espresso, Media Shift, Lo streaming, la trasparenza e la buona domanda
Posted by g.g. | # | Media | 04/19/2013




Qualche giorno fa raccontavo (su La Stampa) della visione di Mike Shatzkin, convinto del fatto che ormai tutti siamo editori. L'editoria, già oggi, non è più un'industria ma una funzione.
Oggi Mike calca ancora di più la mano e dice: «Stanno arrivando molti nuovi editori». Poi insiste: «la prossima ondata sono "tutti gli altri": chiunque abbia una reputazione, un brand, un sito web».
Il post si intitola: More on atomization: why the new publishers are coming.

Sempre oggi, circola anche un'analisi interessante che continua a tracciare uno scenario che per molti insider è intuitivo: il valore dei libri, degli ebook e delle app tenderà a zero.
«Il tuo modello di business prevede di vendere contenuti?», chiede Jani Patokallio. E risponde: «Se è così preparati a veder calare i ricavi ogni quadrimestre». L'unica soluzione, dice, è lavorare su un nuovo modello di business che non preveda che qualcuno paghi per i contenuti.
Non fidarti della mia sintesi e fatti un'idea: Down, down, down: Books, e-books and apps all trending to zero.

Dicevamo che questo scenario non è una grande novità. Già un paio di anni fa -e lo citiamo spesso- Richard Nash mi raccontava che non si farà più denaro vendendo i contenuti.
Ma questo non significa, forse, che ci sarà meno lavoro per chi -giornalisti e autori- è disponibile a cambiare mentalità e a guardare alla carriera in uno spazio di 20/40 anni (invece che al passato o al presente).

Se tutti diventano editori, i brand in particolare, ci sarà molta domanda di contenuti di qualità. La scommessa è sempre quella di investire le proprie competenze sul versante autoriale e meno su quello a zero valore aggiunto (come le attività di desk, ad esempio).

E ci sono diversi segnali interessanti. Uno ce lo racconta Mauro, che dice: «Sempre più convinto che le aziende possono prendere spazi oggi occupati dai publisher. Non tanto come business model, che è ovviamente diverso da quello degli editori e dei professionisti dei media, quanto in termini di attenzione, considerazione e fiducia. Ossia quei valori decisivi prima di arrivare al portafogli delle persone».
Il post si intitola: Le aziende alle prese con i Branded Content.
Il secondo viene da Forbes, che fa pagare dai 50.000 ai 75.000 dollari al mese alle aziende, per gestire un canale sul proprio sito. La storia ce la racconta Marc Slocum su O'Reilly e io non la sottovaluterei: The media-marketing merge.

A questo punto, se è vero che editoria tradizionale e giornalismo tradizionale stanno perdendo molti posti di lavoro (e continueranno in questa tendenza), forse diventa opportuno investire sulla propria carriera in modo diverso.
Magari andando a colmare una domanda che cresce invece di una che è in declino.
La domanda di lavoro in crescita la conosciamo da anni. C'è sempre più bisogno di costruire capacità di ascolto. E per farlo bisogna essere bravi a costruire storie e narrazioni che abbiano un valore.
«Non è importante quello che hai da dire», spiega Howard A. Tullman, «se non c'è nessuno ad ascoltare». E anche qui il titolo ti spiega perché potresti dedicare qualche minuto di attenzione al pezzo: Why the Story Is Everything.
E poi, se hai voglia, c'è questa fantastica presentazione (con articolo annesso) che vale davvero la pena: 7 Lessons From the World's Most Captivating Presenters.



Posted by g.g. | # | Media | 03/27/2013

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