Weblog di Giuseppe Granieri

Quando un'industria culturale entra nella transizione verso il digitale, c'è un pattern riconoscibile. Il primo passo è quello, irrilevante ai fini del risultato, della difesa del prodotto analogico e della sua esperienza di consumo. Il secondo è quello di cominciare a capire che è il modello di ricavi ad entrare in crisi (e non la qualità o le caratteristiche del prodotto). Il terzo, infine, quello di avviare un dibattito infinito su come cambia la professione.
E' un passaggio cruciale, quest'ultimo, perchè il digitale non cambia il prodotto (non solo, almeno) ma modifica in maniera paradigmatica l'approccio al lavoro e, soprattutto, al mercato e al rapporto con il pubblico. E sebbene sia noto da anni, si verifica una situazione controintuitiva. Quelle che McLuhan chiamava le «abitudini specialistiche», cominciano a diventare un problema oltre che un valore. Questo perchè ci portano a pensare il nostro mondo entro i confini di come abbiamo imparato a conoscerlo quando era analogico. E ci impediscono di pensarlo in modo digitale. Il che non significa buttare a mare tutto quello che abbiamo imparato fino ad oggi, ma essere capaci di metterlo un po' in discussione per adeguarlo al cambiamento.
Dopo il giornalismo, che ha accolto e accoglie queste discussioni con una lentezza ancora stupefacente, l'editoria libraria -negli States- è arrivata a questo punto. Stanno cominciando a fiorire le discussioni su come chi lavora nel mondo dell'editoria debba adeguarsi professionalmente. Se vuoi averne un'idea, puoi dare un'occhiata a Career Reinvention for Publishing Professionals e, soprattutto, ad un lungo ragionamento di Pablo Defendini.
«Ci sono tre attitudini di fronte al cambiamento», dice Defendini. «Assumere persone più giovani, imparare o sedersi con la testa sotto la sabbia e lamentarsi di come i computer stiano rovinando la nostra vita». La terza attitudine, dice, è prevalente tra gli editori. Ma se vuoi leggere tutto il ragionamento, lo trovi qui: On Production.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 09/02/2010



Da un lato ci sono la Wii (piccola rivoluzione ormai familiare nelle interfacce di gioco) e l'attesa di Project Natal di Microsoft. Dall'altro interfacce immaginifiche come il caschetto di Emotiv, in grado di leggere gli impulsi cerebrali.
«Eppure c'è molta gente che crede che gli sviluppi più interessanti verranno dai dispositivi mobili», scrive la Technology Review del MIT. «Grazie al mobile e a sistemi di sensori si sta testando una nuova generazione di giochi, pervasivi (si possono giocare ovunque), multigiocatore e ricchi di attività fisica». Le potenzialità sono infinite: puoi giocarci all'aperto, interagendo col mondo reale, raccogliendo sempre nuove sfide. Se vuoi saperne di più: The Future of Gaming: The Hot Potato Experience.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 09/02/2010



«I libri stanno vivendo il cambiamento più profondo e strutturale dall'era di Gutemberg», scrive John Mekinson (CEO di Penguin) sul Wall Street Journal. «Gli editori reagiranno con ansioso entusiamo. La pirateria è una delle fonti di ansia, ma siamo vulnerabili a tutti gli effetti del digitale, a partire dal crollo dei prezzi e della protezione del copyright. La soluzione? Leggere il contesto in prospettiva e anticipare il cambiamento». Questo, in estrema sintesi, è il punto di vista dall'alto di un grande gruppo editoriale, ma le opinioni sono più strutturate di come le riporto. Qui trovi il testo completo: Apple's iPad and the Evolution of Books.
Un'altra fonte di ansia, tuttavia, potrebbe venire dalla creatività dei singoli. Tim Bajaring, su PCMag, spiega come il pubblico potrebbe diventare un competitor degli editori e come questo stia già avvenendo in altri settori. E Jason Perlow, su ZdNet, chiede ad Apple di dare al pubblico gli strumenti per farlo.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 08/02/2010



«Una cosa è dire che i videogame ci rendono più intelligenti», scrive Chris Suellentrop su Wired, «un'altra del tutto diversa affermare che ci rendono atleti migliori. Ma se ci pensi, l'evidenza comincia ad essere abbastanza lampante».
Nel lungo articolo -di qualche giorno fa- i rapporti tra sport e videogiochi vengono analizzati in modo interessante e documentato (con segnalazioni di rilievo, come il paper The development of attention skills in action video game players) e con particolare riguardo al modo in cui si sviluppano le doti di reazione, strategia e attenzione.
Wired, Game Changers: How Videogames Trained a Generation of Athletes.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 08/02/2010



Lo avevo accennato brevemente di là, ma sono davvero curioso di sapere come andrà l'esperimento di Garamond (che mutua una logica inaugurata dai Radiohead, su numeri e contesto differente). Il libro sugli ebook a prezzo deciso dal lettore è qui.
Certo, è un libro di nicchia e non un disco di una band di successo. E la scala italiana è assai differente da quella mondiale della musica. Magari Agostino poi ci darà i primi dati per ragionarci su.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 05/02/2010



Del titolo assertivo ha già detto Massimo. Il Guardian, per dire, ci scherza su; ma la notizia, che viene trattata in modo frettoloso non solo in Italia (è praticamente ovunque lo stesso comunicato stampa), andrebbe approfondita.
Secondo Mind Hacks «lo studio dimostra che c'è una connessione tra Internet e la depressione. Ma è una connessione nei fatti irrilevante e tale da non aggiungere nulla a quanto già si sapeva».
Se vuoi saperne di più (anche sul modo in cui purtroppo spesso si elabora l'informazione scientifica): Mind Hacks, The internet, depression and drinking a glass of water
Share | Posted by g.g. | # | Media | 03/02/2010



«Con il download dell'applicazioni iPhone del Corriere a pagamento a 2,39 abbiamo svoltato. Abbiamo fatturato nientemeno che...50 mila euro», dice Ferruccio De Bortoli (via Paolo Landi). «Per un gruppo che ha qualche miliardo di debiti, converrete, non è male».
Una riflessione per quelli che «l'iPad salverà i giornali»: per quanto riguarda la rete e il digitale, i news media italiani devono guardare a quello che fanno gli altri, soprattutto nel mondo anglofono. Ma poi è necessario lavorare su soluzioni specifiche per ridisegnare il modello di business. Perchè la rete è la stessa. Ma -a parità di costi e di investimento- la scala in cui le cose avvengono, in italiano, è molto differente. Se per i contenuti in inglese i soli early-adopter possono arrivare ad essere un mercato interessante, la «lenta rapidità» con cui un'innovazione è recepita qui da noi produce risultati differenti. Quindi una piattaforma potrebbe non raggiungere mai la massa critica necessaria per giustificare un investimento serio. Non nella finestra di tempo che la separa dalla prossima big thing su cui tutti accorreranno (il digitale si ricomplica in continuazione, e le organizzazioni sono lente a cambiare).
D'altro canto lo stesso De Bortoli pare fare un'osservazione sulla stessa linea, che mi conforta su una cosa che credo da tempo. Certe rivoluzioni, dice, favoriscono il nuovo arrivato: «Pensate alla TV commerciale che, a suo tempo, nessun editore è riuscito veramente a fare. Ci è riuscito Berlusconi, che non era un editore».
Share | Posted by g.g. | # | Media | 03/02/2010



Ok, è un post che dà un seguito scherzoso al precedente e che inizia dicendoti di non prendere esempio da me. Ma se vuoi diventare una «palla grande», un hub iperconnesso, ti servono link e citazioni. E per averle questo breviario può esserti utile:

1. Sii generalista. Più i tuoi argomenti riguardano interessi diversi, più intercetterai persone con interessi diversi;
2. Sii breve e assertivo. Niente ragionamenti lunghi. Poche frasi e magari un link, chè la gente non ha tempo. E tanto sui link nemmeno clicca.
3. Fai titoli eccessivi, anche se non rispecchiano il reale contenuto del post. Serviranno ad attrarre l'attenzione.
4. Esprimi opinioni forti, anche se non sono quelle tue reali. Chè come diceva Luca non è periodo per opinioni argomentate e moderate.
5. Dividi i tuoi lettori. Falli discutere. Sono loro che ti pubblicizzeranno perchè entusiasti o perchè indignati. Quelli che ragionano in silenzio non ti interessano.
6. Vai contro qualcosa, sempre. Attacca qualcuno. Non provare mai a comprendere le ragioni dell'altro. Le notizie positive non sono notizie, non creano allarme, non mobilitano i tuoi lettori.
7. Non descrivere mai. Giudica o prescrivi, meglio se direttamente la persona e non l'argomento. Altrimenti salti i punti 4, 5 e 6.
8. Non farti influenzare dalle critiche. La prima cosa che si impara quando si diventa persona pubblica è che non si può piacere a tutti. Ma in virtù dei punti precedenti, tu devi farne un'arma.
9. Entra sempre nelle discussioni su cui vedi che c'è attenzione. Ma fallo a gamba tesa.
10. Preparati a essere ignorato dopo un po'. Perchè avrai successo sul breve periodo poi non ti crederà più nessuno.

Quante di queste cose le abbiamo imparate dai giornali e dalla tv? E quante dalla storia recente del web?
Share | Posted by g.g. | # | Media | 02/02/2010



Nei giorni scorsi si è molto parlato del gran lavoro di Vincos, che ha prodotto un'interessante mappa della blogosfera italiana. E in giro nei social network si ragionava sul ruolo iperconnesso delle palle grandi, che però potrebbe essere -in modo controintuitivo- sopravvalutato.
C'è una battuta che gira nella rete anglofona da anni e che attualizzo mettendo Obama al posto di Bush: «Ho un blog. Ho solo tre lettori. Quei lettori sono Obama, Jobs e Gates. Sono o non sono mainstream?». E' in gioco un argomento culturale: la qualità dei miei lettori mi rende più influente rispetto alla valutazione quantitativa. Ma se hai voglia di argomenti più tecnici a sostegno della stessa tesi, la Technology Review del MIT pubblica un lungo articolo in cui si sostiene che «una persona meno connessa, ma strategicamente piazzata nella zona giusta del network, avrà un'influenza maggiore nella diffusione delle informazioni rispetto ad un hub più connesso». Se vuoi essere influente, non serve avere tanti lettori. Serve avere i lettori giusti.
Technology Review, Best Connected Individuals Are Not The Most Influential Spreaders in Social Networks
Share | Posted by g.g. | # | Media | 02/02/2010



Wired uk ha un lungo articolo che raccoglie molti pareri sul ruolo delle applicazioni sui device mobili e tenta un confronto con i social network dal punto di vista dell'editoria di informazione. «Il Guardian ha venduto oltre 70.000 app a 2 sterline e 39 ciascuna, in un solo mese», scrive Peter Kirwan. «il Telegraph, con gli accordi di sponsorizzazione, si è ripagato 10 volte il costo della sua app».
Il mercato dei social network non è un mercato vero, invece. «I news junkies dell'informazione che cliccano sui tweet e sui link non rappresentano necessariamente il futuro del consumo dei media». L'idea non è peregrina, poichè si tratta di traffico casuale e poco motivato, non disponibile a cercare (e pagare) il valore aggiunto dell'informazione.
Wired, Mobile news apps vs tweet-led link economy
Share | Posted by g.g. | # | Media | 02/02/2010



«Il confronto tra pirateria e difesa dei diritti intellettuali da parte dell'industria culturale», scrive Adrian Johns, «deve forse portarci a innescare una trasformazione radicale nel rapporto tra creatività e vita commerciale».
Il libro, di oltre 500 pagine, si intitola Piracy: The Intellectual Property Wars from Gutenberg to Gates e traccia un quadro storico e delle prospettive future utilissime per pensare la complessità di un fenomeno che normalmente ci raccontiamo -troppo facilmente- a due dimensioni. La buona notizia è che l'hardcover costa 36 dollari (scontato su Amazon a 23,10), ma l'ebook è gratis (anche se in formato Adobe Digital Editions).
Share | Posted by g.g. | # | Media | 01/02/2010



Se ti appassiona il tema della guerra dei libri, potresti voler leggere il punto di vista di due autori.
Charles Stross scrive una interessante «guida alla guerra dal punto di vista di un outsider» (Amazon, Macmillan: an outsider's guide to the fight). Stross muove dall'osservazione della difesa -che gli editori stanno tentando- del modello di «reverse auction» con cui ci vendono i libri partendo dall'edizione che costa di più. Tobias S. Buckell, poi, ci regala una lunga analisi (Why my books are no longer for sale via Amazon) che pure ha dei punti interessanti.
La realtà cambia velocemente, ma se la battaglia (con il suo lessico militare) entra nelle cronache solo e soprattutto per le rappresaglie tra editori e grandi player, io non sottovaluterei gli altri attori della partita (autori e lettori) che sono due variabili non irrilevanti.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 01/02/2010



Ne parlavamo ieri. Dopo aver bloccato la vendita dei libri di Macmillan, che non voleva adattarsi alle politiche di prezzo di Amazon, erano stati rimossi dalla vendita i libri dell'editore. Poi, la svolta. E Amazon che incassa il colpo e mostra per la prima volta un segno di debolezza in una politica da squalo: «Dobbiamo capitolare a accettare le condizioni di Macmillan» scrive Amazon in una nota alla Kindle Community. «I loro bestseller in formato ebook saranno venduti al prezzo che loro trovano ragionevole, 14,99 dollari.»
Steve Jobs l'aveva detto, in una specie di intervista fuori onda dopo la presentazione dell'iPad. Gli avevano chiesto come avrebbero potuto essere competitivi i prezzi più alti di Apple e lui aveva risposto: «i prezzi degli ebook non saranno sempre come oggi. Vedrete che saliranno». Macmillan aveva già un accordo con Apple ed è uno dei «Big Six», uno dei sei grandi gruppi editoriali americani, in grado di far forza col suo catalogo. E sebbene Amazon sostenga di non crederlo probabile, anche gli alti potrebbero decidere di voler seguire l'esempio, rialzando i prezzi e minando alla base la politica aggressiva dell'azienda di Bezos. «Amazon deve aver realizzato che non può competere alla pari con Apple senza offrire la stessa completezza di offerta», nota il New York Times.
Il gioco si sta facendo duro: sebbene Amazon sulla battaglia dei prezzi abbia incassato il tifo dei lettori, l'arrivo di Apple sul mercato sta indebolendo la sua posizione. Gli editori, già poco contenti della strategia di Amazon, ora sfrutteranno la situazione, almeno se Bezos non tira fuori qualcosa dal cilindro.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 01/02/2010



La guerra è cominciata. I libri di Macmillan non sono più in vendita su Amazon in formato ebook. La ragione ufficiale è sempre quella: l'editore vuole decidere il prezzo e lo share che lascia a chi vende, mentre l'azienda di Bezos vende in perdita per spingere i prezzi verso il basso e dominare il mercato.
«Fino a qualche giorno fa un editore come Macmillan non aveva alternative, se era insoddisfatto della politica di prezzi di Amazon», scrive Jacket Copy. «Dopo il lancio dell'iPad lo scenario è cambiato e Macmillan andrà con Apple. Chi ci perde? i lettori.» E' difficile infatti che, mentre i titoli non sono disponibili su Amazon, l'acquirente esca e vada a comprare il libro rilegato. Così come è difficile che chi ha un device che non gli dà l'accesso ai libri di un editore compri un secondo apparecchio per avere quei libri. Al momento non sembra una scelta saggia.
L'iPad ha aggiunto un nuovo fronte alla guerra editoriale che prima si combatteva soprattutto sul prezzo degli ebook. Come per la questione libro di carta versus libro elettronico, le nostre preferenze personali sul device sono irrilevanti. Sebbene sembri intutitivo, è falso affermare che la migliore tecnologia è quella che viene adottata. Ci sono sempre molti fattori, esogeni ed endogeni, che determinano il successo di una o dell'altra tecnologia.
Il device, nel mondo di oggi, non fa che vendere ai produttori di contenuti il suo ecosistema, i suoi milioni di carte di credito già identificate e capaci di acquistare con un solo click. La scelta di Amazon, con il Kindle, è stata quella di puntare ad un solo mercato e di farlo nel modo migliore per quel mercato (con la tecnologa e-ink). La scelta di Apple è stata quella di lavorare su un dispositvo multifunzione, in grado di attrarre utenti in modi diversi, pur non facendo il lavoro di ereader nel migliore dei modi. L'appeal dei prodotti, per gli editori, sarà proporzionale al numero di carte di credito che avranno attratto e alle tipologie di comportamento che emergeranno. Le caratteristiche hardware sono solo uno dei tanti fattori, e probabilmente quello meno rilevante in un sistema così complesso in cui pesano elementi più stringenti come prezzo, offerta di contenuti e casi di successo. Questi ultimi in particolare sono una delle chiavi più imprevedibili. I casi di successo avviano il passaparola e posizionano un prodotto. E i casi di successo qui dipendono relativamente dal device: sono il risultato dell'intelligenza che si riesce a mettere nell'ecosistema (ragione per cui Amazon ha aperto di corsa il suo prodotto all'intelligenza distribuita degli sviluppatori).
«Apple non ha inventato i player Mp3 nè l'idea di acquistare online la musica», scrive Oliver Burkeman sul Guardian. «Apple ha semplicemente trovato il modo di inserire queste due cose nella vita quotdiana di tanta gente». Ma entrando nel mercato dell'editoria, stavolta, Apple ha bisogno dell'intelligenza degli editori. Che devono collaborare a reinventarsi e ad abbandonare organizzazione e forma mentis analogiche. E per farlo -forse- la via migliore è comprendere cosa milioni di carte di credito desiderano e trovano logico. E non cercare di imporre degli arrocchi che, come nel caso della Macmillan, vanno contro i lettori.
Staremo a vedere.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 01/31/2010



La scuola, come istituzione e modello, è fatalmente in crisi. Un po' per la difficoltà a codificare e raccontare il nostro cambiamento culturale, che è più veloce della capacità di adeguamento dei grandi carrozzoni istituzionali (e dei programmi scolastici), un po' perchè stiamo imparando molte cose nuove sul modo in cui i giovani apprendono. Giorgio segnala una riflessione sui 10 grandi errori dell'educazione, alcuni dei quali oggi talmente evidenti da farci pensare.
Ma se non possiamo contare sulla scuola come contenitore, possiamo e dobbiamo contare sugli insegnanti eccellenti. L'Atlantic ha un pezzo molto interessante che ragiona sulla definizione del grande insegnante e sul modo in cui possiamo identificarlo come tale. «Non siamo mai stati capaci di identificare in modo oggettivo e affidabile i grandi insegnanti», dice Amanda Ripley. «Di solito tendiamo ad identificare il loro "dono" con qualche qualità mistica che possiamo riconoscere ed amare, ma non replicare. Il grande insegnante ci serve da eroe ma mai, ironicamente, come lezione».
Merita una lettura e una riflessione: Amanda Ripley, What Makes a Great Teacher?
Share | Posted by g.g. | # | Media | 01/30/2010



Mentre il mondo dei geek (esattamente come Apple sperava) inizia il gioco dell'iPad si e dell'iPad no, si comincia riflettere con più cognizione di causa sui due grandi temi che stanno intorno al nuovo tablet. Il primo, di cui parleremo magari in un altro post, è quello dei modelli di business che l'editoria deve inventarsi per sfruttare l'ecosistema che i device (kindle e iPad) tenteranno di vendergli. Il secondo tema, invece, è quello che pare sempre più inevitabile e che gli editori tendono a considerare erroneamente «esogeno»: la caduta di barriere di acceso alla pubblicazione. Ne avevamo parlato qui e anche Stefano aveva ripreso il tema.
In un editorale su Publishing Perspesctives Edward Nawotka coglie diversi punti interessanti, tra cui questo: «Ora che Apple è entrata nel mercato dei libri ci vorrà pochissimo perchè diventi anche editore, come tra l'altro ha già fatto Amazon con il Kindle, lanciando una quantità di servizi di pubblicazione e di autopubblicazione».
Publishing Perspesctives, Apple is Up to Something Publishers May Not Like
Share | Posted by g.g. | # | Media | 01/29/2010



«Come te», dice Peter «anche io amo poter lavorare su un foglio bianco che ci consente di fare potenzialmente tutto. Ma questo diventa un problema quando devi collaborare con altra gente. Se molte persone stanno lavorando sullo stesso foglio bianco, dobbiamo essere sicuri che tutti condividano la stessa idea di quello che stanno facendo. Io sostengo che può anche non essere necessario avere delle regole, ma che è fondamentale che vi sia almeno una narrativa comune che ci guidi verso i nostri obiettivi. Che ci permetta di essere creativi ma che allo stesso tempo ci indichi con chiarezza quali sono le nostre aspettative».
Su Nòva (inserto sull'innovazione del Sole 24 Ore) in edicola oggi, una mia conversazione con Peter Ludlow sui mondi virtuali, sugli errori e le promesse di Second Life e su come non sia più plausibile la distinzione tra virtuale e reale.
Nòva/Il Sole 24 Ore, Quel virtuale così reale, non online.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 01/28/2010



«A volte anche una storia semplice ha il potere di catturare la nostra attenzione e di coinvolgerci profondamente. Cosa succede? Come risponde il nostro cervello? E a cosa risponde?»
Alcuni studiosi (psicologi della Washington University) hanno fatto un test in laboratorio per osservare quali aree del nostro cervello si attivano mentre leggiamo una storia e come queste aree collaborano per attivare degli script relativi al nostro passato e alle nostre esperienze personali. E i risultati assomigliano molto alla nostra idea intuitiva dell'immedesimazione nella lettura (o al senso di presenza che abbiamo in rete quando costruiamo relazioni o interagiamo con qualcuno). «In questo senso, leggere è molto simile al ricordare o all'immaginazione vivida di un evento».
The Narrative in the Neurons , post non recentissimo (ma se interessi di queste cose merita una lettura).
Share | Posted by g.g. | # | Media | 01/27/2010



«Mentre siamo tutti curiosi di scoprire il nuovo tablet di Apple», scrive Josh Bernoff, «fermati un momento per fare un passo indietro e rifletti su quello che questi nuovi dispositivi mobili stanno facendo. L'intero framework del web (e del web marketing) è basato sull'idea che tutto sia in un formato compatibile.» Ora questo assunto potrebbe non essere più vero.
Le previsioni di Bernoff sul «web fatto a pezzi» sono fosche («Il danno è fatto e non si torna indietro»), ma meritano una lettura e una riflessione: Apple's Tablet and the New Splintered Web
Share | Posted by g.g. | # | Media | 01/27/2010



Nell'ultimo decennio, ciclicamente, c'è una discussione che torna a farsi sentire e ad infiammarsi, per poi resettarsi di nuovo e aspettare il prossimo turno. L'argomento, in diverse forme, è quello che propose tempo fa Cass Sunstein: siamo portati a informarci in base al nostro modo di vedere le cose e cerchiamo solo informazioni che sono d'accordo con noi. Sunstein lo chiamava daily me (mutuando l'espressione da Negroponte) e argomentava su base culturale e intuitiva.
In rete è abbastanza improbabile che accada, perchè volenti o nolenti siamo fin troppo esposti a pensieri e modi di vedere diversi dal nostro. Ma, a quanto pare, in Tv (e probabilmente con i giornali) può persino essere la norma. E le ragioni paiono abbastanza profonde: uno studio sembra dimostrare una connessione forte tra il nostro modo di vedere le cose e i canali su cui scegliamo di informarci. Lo studio è qui (Al-Jazeera English and global news networks: clash of civilizations or cross-cultural dialogue?), ma puoi leggere anche il commento di The Frontal Cortex (Cable News) e di Mins Hacks (Information Channelling).
Share | Posted by g.g. | # | Media | 01/27/2010



Pare se ne sia smarrito l'autore originale, ma io la trovo fantastica.
Engineer's Guide to Drinks. Via Nathan, che l'ha avuta via mail dalla sorella.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 01/26/2010



«Uno dei ruoli dei videogame e della fantascienza è quello di estendere ciò che conosciamo usando l'immaginazione», dice l'astrofisica Tamara Davis
Una buona lettura per tutti coloro che hanno amato le edizioni dei romanzi di Asimov commentate dall'autore, che spiegava i concetti scientifici nascosti dietro la fantasia. O per chi si è divertito a leggere La fisica di Star Trek e La biologia di Star Trek.
Scientific American su Mass Effect 2: Video Game Expands the Concept of Dark Energy for Mass Effect
Share | Posted by g.g. | # | Media | 01/25/2010









La Società Digitale, Laterza 2006
© Laterza 2006
Blog Generation Laterza 2005
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(4a edizione: 2009)





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