Scrivere per il contemporaneo. La scrittura (e la lettura) di un libro ai tempi del digitale

writingIn 140 caratteri: Cercare di immaginare cosa rende “contemporanea” la letteratura contemporanea è molto difficile Tweet this!

I cambiamenti stanno accadendo troppo in fretta perché possa esistere una regola generale. La mia idea, da tempo, è che stia evolvendo rapidamente il modo di leggere, quindi deve adeguarsi il modo di scrivere.
Anche se qualcuno dice, con un bell’aforisma provocatorio, che «Sono gli scrittori mediocri che devono cambiare modo, dato che scrivono per il lettore. Gli scrittori veri scrivono contro il lettore»

Scrivere un libro di carta nell’era digitale
Andiamo per ordine. Stamattina ho postato su Facebook una riflessione. E come spesso accade i commenti sono stati più intelligenti della causa.

«[Chiudendo il libro nuovo]», scrivevo. «La difficoltà che ho è “scrivere per la carta”. Sono sei anni che non scrivo un libro e ormai penso in modo diverso. Mi mancano i link (che devi sostituire con spiegazioni e contesto), mi manca la gratificazione immediata (scrivi, pubblichi), mi mancano i feedback immediati, che sono quelli che migliorano ed emendano il tuo pensiero.
Scrivere per la carta impone di ragionare in un modo diverso, di costruire il discorso in maniera differente. Un approccio che forse ci appartiene sempre meno, anche dal punto di vista del “come leggiamo”
Ora, Internet, aiutami. Se tu dovessi fare un elenco di cose che cambiano per la scrittura sulla carta, cosa diresti?»

La discussione è aperta e ci sono davvero troppi commenti interessanti per citarli tutti in un post. Fatti un’idea da solo.

Scrivere per il contemporaneo
La ragione per cui ne scrivo qui è che il confronto che ne è scaturito mi ha fatto tornare in mente un bell’articolo (che non sono sicuro quanto condivido in toto, ma è stimolante).

«Cercare di immaginare cosa rende “contemporanea” la letteratura contemporanea», scrive Nick Thurston, «è di sicuro un compito assai complicato, perché l’idea stessa di contemporaneo oggi è di per sé complicata.
Contemporaneo sembra far riferimento a due idee complesse: “insieme” (il prefisso con) e simultaneamente (identificando il momento presente con quello storico che vediamo)».

Nick fa un’esame di come la cultura visuale e gli stimoli mediatici abbiano cambiato il nostro modo di rapportarci al testo.

Anche qui, Nick parla soprattutto di letteratura, ma regala molte riflessioni. È un ragionamento troppo lungo per fare una sintesi in un post e, in genere, se qualcuno dice le cose meglio di come le diresti tu non serve ripeterle. Ma se dedichi 10 minuti alla lettura vedrai che -forse- non te ne pentirai.
The Mediatisation of Contemporary Writing

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Perché i MOOC potrebbero rendere obsolete le Università

moocIn 140 caratteri: A quanto pare, online si impara meglio che in aula Tweet this!

Dei MOOC avevamo parlato diverse volte, ad esempio qui o in un lungo pezzo sull’Espresso di carta.

Se non hai voglia di cliccare sui link, i MOOC (in due parole) sono corsi di livello universitario, fatti online. Spesso su piattaforme (come Coursera o EdX) gestite da giganti come MIT, Harvard eccetera.
E sono gratis.

Contro il luogo comune. Non si impara meglio in classe.
L’Economist pubblica oggi un pezzo assai interessante. Racconta di una ricerca che parrebbe sostenere che l’apprendimento nei MOOC porta a un livello di risultato leggermente superiore rispetto all’educazione tradizionale.
È controintuitivo, ma si comincia a sospettare che gli studenti online abbiano risultati migliori rispetto a quelli che frequentano i corsi tradizionali, nonostante questi ultimi abbiano il vantaggio di fare 4 ore a settimana di lezione in presenza, con il docente.

Il finto punto critico.
Il dibattito sui MOOC e su come possano impattare sui nostri modelli educativi è assai intenso. Ma proprio la mancanza di rapporto in presenza con il docente era uno dei principali argomenti dei detrattori.

Ed è importante far caso al fatto che, come nota lo stesso Economist, la tecnologia alla base dei MOOC è ancora nella sua prima infanzia. E che «nel giro di soli 5 anni queste piattaforme saranno molto più potenti e assai diverse da come sono ora».

Certo, la possibilità di studiare con i docenti delle migliori università invece che con quelli che abbiamo vicino casa è -di per sé- una bella opportunità. E il fatto di poterlo fare gratis è straordinario, anche se poi alla fine non è chiaro quale possa essere il modello di business che renda il tutto sostenibile.

Tutti quelli che io conosco e che hanno seguito dei corsi in MOOC sembrano assai contenti. Ma fatti la tua idea, il titolo dell’Economist è forte: MOOCs: Know your enemy

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6 cose su Ello. E sul perché non è Facebook.

elloIn 140 caratteri: Tutti parlano di Ello. Ma Facebook non è così facile da aggredire Tweet this!

Tutti parlano di Ello, in questi giorni. In Italia non tantissimo, ma nel mondo anglofono un bel po’. Ello è un social network (ancora a invito, quindi non può entrarci chiunque) ma per diverse ragioni più di qualcuno è tentato di vederlo come l’anti-Facebook.

1. Cosa è Ello
Te lo spiega bene Federico, con la giusta distanza. E lo fa esaminando le cause (possibili) dell’improvvisa popolarità di una beta online da luglio. Artisti, musicisti e drag-queen, irritati dalle restrizioni di Facebook si sono spostati sul Ello e hanno attivato il passaparola.
Il pezzo è in italiano: Si chiama Ello il nuovo rivale di Facebook

2. Un manifesto come volano
Uno dei punti che secondo me hanno scatenato l’hype è il Manifesto di Ello. È terribilmente ammiccante su alcuni dei punti sensibili della nostra vita dei social network. Inizia dicendo «il tuo social network è proprietà di chi fa pubblicità». E conclude con «tu non sei un prodotto».

Tutti quelli di noi un po’ avvertiti sanno che la raccolta dei dati su di noi è un’opportunità, ma anche un rischio. E tanti sono stati pronti a cavalcare l’apparente «approccio etico» di Ello.
Non a caso, appena chiedi l’invito ti portano sul manifesto e ti invitano a condividerlo sugli altri social.
Ma leggi tu stesso, sono poche righe, molto intense: Manifesto.

3. Però non è così semplice
Se pensiamo al rapporto tra i servizi che usiamo e l’uso dei dati che poi questi ne fanno, qualche inquietudine reale c’è. E come sanno i bene informati, su questo fronte le cose potrebbero persino peggiorare.

Adam Tinworth la dice in modo lucido. «Essere cauti su come Facebook utilizza i nostri dati personali è una cosa positiva», scrive. Ma Ello non è un vero concorrente per Facebook.
E soprattutto, ragiona Adam, «bisognerà capire come cambierà Ello ora che ha trovato venture capital». E dovrà montare il suo modello di business.
Il post si intitola: The long, slow Ello

4. Non è l’anti-Facebook
Sono anni che si parla (o si spera) di questo. Ma sebbene Facebook potrebbe non durare in eterno, ha un vantaggio su tutti gli altri nuovi competitor. È arrivato primo a coprire una esigenza (costruire nuove relazioni, mantenere nuove realzioni, condividere) e ormai ha una base di utenti che fanno di Facebook la spina dorsale del nostro mondo social online. E forse anche altro.
Per tutti gli altri la strada è in salita, molto in salita. Serve che propongano qualcosa di davvero nuovo e che questo qualcosa risolva problemi o esigenze oggettive delle persone.

E in ogni caso, se pure avvenisse, la migrazione sarà lenta e ci vorranno anni.
Ma al di là di come la vedo io, leggi il post di David Meerman Scott: Ello is Ello. Not Facebook.

5. Non ci sono solo i tifosi di Ello
Anche qui, come diceva Machado, «ogni facoltà di teologia dovrebbe avere la sua cattedra di bestemmia».
Così, per vederla da un lato diverso, leggi quello che scrive Seamus Condron.

Il succo è: «l’ultimo tentativo di prendere il posto di Facebook è solo idealismo fuori posto». Hai tutti gli strumenti per farti la tua idea: Just Say No to Ello

Fa figo ribellarsi contro Facebook
Quando una cosa diventa normale, comincia a starci stretta. È un po’ come i Coldplay, che tutti amavamo finché gli altri non li conoscevano. Ora che su Facebook, dopo i nostri amici, sono arrivati i genitori dei nostri amici e il nostro fruttivendolo, tutti abbiamo la tentazione di un po’ di snobismo.
Ma poi Facebook ci serve. Distribuisce il nostro content, ci mantiene le relazioni, eccetera. Farne a meno non è banale, soprattutto perché la gente (il lavoro, la famiglia, gli amici, le opportunità) passa facilmente da lì.
La gente non userebbe Facebook se non ne avesse benefici. A quale costo, poi, è ancora da capire. Ma intanto lo usiamo tutti. O quasi.

Però, ecco, Bridget Carey ragiona sulla «ribellione» e su Ello: Behind Ello hype, a Facebook rebellion brews

6. Come la penso io
Innanzitutto non sono riuscito a entrarci, perché non ho un invito. Quindi non ho idea delle funzionalità e del come ci si sta dentro, della famosa user-experience che poi fa tanto del risultato.

Però, ecco, io starei attento a non seguire l’hype in modo acritico. Facebook è potente quanto uno Stato ed è lì da anni. Come hanno insegnato tentativi precedenti (googla “Diaspora”) entrare oggi nel mercato dei social network non è facile.
Non è facile se aggredisci una nicchia, ma lo è molto meno se cerchi di lavorare sul terreno di Facebook, che volente o nolente è la principale infrastruttura sociale che abbiamo.

Poi: certo, c’è molto da migliorare e da crescere, magari pensando al bene comune. Ma la realtà è fatta di soluzioni che funzionano, più che di proclami.

Quindi io osserverei pacato cosa succede. E ci rimettiamo a fra qualche mese.

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L’intimità delle tecnologie (e la regola delle conseguenze non progettate)

tecnologieIn 140 caratteri: L’essere umano non è mai stato bravissimo a immaginare le conseguenze delle sue invenzioni Tweet this!

Commentando il post dell’altro giorno sulle tecnologie indossabili (qui su Facebook), Luca si chiedeva «Ma perché Apple e non Android o, meglio, Google (Wear)?».
La mia prima risposta è stata d’istinto: probabilmente l’Harvard Business School aveva colto l’occasione del lancio dell’Apple Watch per fare l’inetrvista.
Poi ci ho riflettuto un po’ e mi sono reso conto che l’attenzione sulla mossa di Apple ha un senso più profondo.
E nei giorni scorsi sono stato confortato da alcune letture.

Il boost di Apple
C’è una frase, in un pezzo di Time, che spiega bene perché se Apple fa una mossa ottiene attenzione diversa dagli altri competitor. Dice, credo in maniera laica (ovvero senza tifo, ma osservando la realtà degli ultimi anni), che le tecnologie di Apple vengono adottate in tempi molto rapidi e sono una specie di punto di riferimento.

Se ci pensiamo bene l’ipod ha portato in tempi strettissimi all’adozione degli mp3 (aiutato poi da cloni più economici). Poi l’iPad ha spinto i tablet. E l’iPhone ha ridisegnato il nostro rapporto con il telefono.

Sul pezzo di Time torniamo poi. Un articolo di Forbes (che ha il pregio di instillare anche il giusto dubbio sull’Apple Watch) spiega bene il concetto: «Molti osservatori hanno sperato che i principi del design di Apple, ossessionati dalla semplicità e progettati per deliziare gli utenti con la facilità d’uso, portassero finalmente le tecnologie indossabili a essere considerate utili e divertenti».

Poi mette il dubbio: «Invece abbiamo avuto un elegante computer da polso. Non un prodotto semplice ed intuitivo ma un sistema generico, complesso e ricco di funzioni». Steve Jobs non l’avrebbe voluto, pare suggerire l’autore.
Ma fatti un’idea da solo: The New Apple Wristop Computer: A Missed Opportunity To Define The Internet Of Things

L’intimità delle tecnologie
Un tempo avevo un iPad, uno dei primi iPad 1. Poi l’ho sostituito con un più pratico Air (leggero quasi quanto l’iPad, stesso posto nella borsa da postino, ma più utile per lavorare in viaggio). E avevo elaborato una mia considerazione.

Era una riflessione del tutto personale, ma forse potrebbe essere corroborata dalla ricerca. Io mi ero convinto (e lo sono tuttora) che il nostro rapporto con la scrittura dipendesse molto dal dispositivo che usavamo.
La qualità della mia scrittura mi sembrava migliore con l’iPad (nonostante noi italiani siamo penalizzati dalle accentate), poi con l’iMac (schermo grande) e come extrema ratio con il portatile.

Questo perché abbiamo anche un rapporto spaziale con il testo che componiamo. E l’iPad garantiva una maggiore intimità, mentre il grande monitor del fisso una maggiore funzionalità.

L’articolo del Time -di cui parlavamo prima- ragiona proprio su questa intimità crescente che abbiamo con le tecnologie. E su come oggetti come l’Apple watch potrebbe ridefinire ancora questo nostro rapporto con i dispositivi.

Le conseguenze non progettate
Chi mi conosce sa che cito spesso Crichton: «L’essere umano non è mai stato bravissimo a immaginare le conseguenze delle sue invenzioni».

L’articolo di Lev Grossman su Time racconta di come l’iPhone (definendo il telefono una volta per tutte come smartphone) ha portato dei cambiamenti profondi nella nostra vita. Avrai visto quella foto virale (non la ritrovo) in cui in una stazione della Metro tutti guardavano il telefono e uno solo si guardava intorno.
La didascalia diceva: «Che sta facendo quell’uomo?»

Se avere un rapporto costante con il nostro smartphone è diventato il «nuovo normale», sicuramente questo cambiamento (quasi antropologico, se guardiamo all’intelligenza cui accediamo attraverso i dispositivi) non era stato progettato.
Grossman suggerisce che le tecnologie indossabili potrebbero portarci ad avere un rapporto persino più intimo con le tecnologie.

E dice: «Quando le tecnologie vengono adottate con la velocità con cui adottiamo i prodotti di Apple, ci sono sempre conseguenze inaspettate».
Il ragionamento è più ampio, ma qui hai tutto il pezzo. E il titolo è molto forte: How Apple Is Invading Our Bodies

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Quello che dobbiamo aspettarci dalle tecnologie indossabili

wearable techIn 140 caratteri: Apple ha reinventato l’orologio. Forse. Tweet this!

Dai Google Glass all’Apple Watch, a tanti altri aggeggi, le cosiddette «tecnologie indossabili» sono sempre più al centro dell’attenzione.
Se ne parla come la prevedibile nuova frontiera, insieme ad altre spinte di innovazione che arrivano dall’aumento della capacità di calcolo: dall’intelligenza artificiale in poi.

Fare previsioni non è semplice, perché -come nota anche Seth Godin- spesso non basta tracciare una linea regolare che prosegua nelle tendenze attuali, ma bisogna tener conto di schemi più complessi. E ricordare sempre che il futuro arriva a salti.

Gli ingredienti del successo
Già quasi un anno fa, suggerendo che le tecnologie da indossare sarebbero state onnipresenti e importanti nel prossimo decennio, Marcus Weller metteva insieme i 10 principi fondamentali per progettarle.

Alcuni di questi principi, se le promesse dei progettisti saranno mantenute, sono chiari indicatori di adozione. A partire dal primo («la tecnologia deve risolvere un problema alle persone») e dal quinto («deve creare meno problemi di quanti ne risolva»).
La tecnologia indossabile, insomma, per diventare di massa deve essere facile da usare, e deve migliorarci la vita senza richiederci una curva di apprendimento alta per essere usata. Sembra banale detta così, ma come sanno bene i designer è la parte più difficile.

Gran parte delle innovazioni di ieri (che usiamo oggi) soffrivano di questi vizi, che ne hanno spesso rallentato la diffusione. Basti pensare ai primi PC con DOS che per molti erano complicatissimi da usare (e la maggior parte della gente li riteneva tecnicaglie).

Su qualcuno dei «principi» si potrebbe ragionare meglio, credo, ma regalati un’idea complessiva: 10 top wearable technology design principles

Apple ha reinventato l’orologio?
In questi giorni, invece si parla soprattutto di Apple Watch e più di qualcuno si chiede se davvero la casa della mela morsicata ha fatto con gli orologi quello che ha fatto ai telefoni con l’iPhone.
Pochi lo sanno ancora e pochi possono saperlo (almeno finché l’aggeggio non comincerà davvero a girare e a evolvere).
Ma l’Harvard Business School ha pubblicato un’intervista al professor Ryan Raffaelli, che fa un quadro interessante della situazione.

Innovazioni che resettano le competenze
Raffaelli ci regala subito munizioni utili per l’analisi. «Normalmente», dice Raffaelli, «definiamo “innovazioni radicali” quelle che resettano le competenze di un intero settore, rendendo immediatamente obsoleti tutti gli altri prodotti o servizi».

«È difficile», prevede, «che l’Apple Watch abbia immediatamente un effetto trasformativo di questo tipo». E (vale per tutte le tecnologie indossabili, direi) «sarebbe più accurato aspettarci una serie di sviluppi incrementali» che, poi, potrebbero portare ad un’adozione di massa.

Ma la grande scommessa, su cui è difficile fare valutazioni, è riuscire a convincere le persone (che non usano più un orologio o che ne usano uno molto economico) ad usare uno smartwatch. Apple, suggerisce il professore, potrebbe riuscirci, ma a patto di convincere aanche i non-fan del marchio.

Ci sono tanti altri spunti che vanno colti nel ragionamento di Raffaelli. Fatti un’idea da solo: Has Apple Reinvented the Watch?

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La psicologia dei consumatori, dei prodotti e dei brand. Online.

guzziIn 140 caratteri: Oggi tutti i brand sono allo stesso click di distanza. E lottano per trattenere l’attenzione del potenziale cliente Tweet this!

Viviamo in un mondo in cui tutti i brand sono allo stesso click di distanza. E lottano (spesso investono) per trattenere l’attenzione del potenziale cliente.
Dall’altro lato gli individui usano come valuta contante le recensioni di Amazon, quelle di TripAdvisor, le opinioni degli altri utenti su ogni altro prodotto.

Sono almeno 10 anni che tutti parlano di come il digitale abbia cambiato i comportamenti del consumatore, di come le decisioni di acquisto vengano sempre più prese online. Di come il marketing si stia adattando (il content marketing è il must di oggi) e di come persino il mondo delle PR stia affrontando nuove sfide.

Se ne parla persino troppo, e il tema è vasto perché spazia dalla visione lato azienda, alle dinamiche di mercato, ai comportamenti delle persone.

Le pecore di Apple
Il sogno di tutti quelli che hanno qualcosa da vendere è avere la fidelizzazione e la motivazione dei fan di Apple. Tanto che Samsung, il principale concorrente, ci ha scherzato dicendo che sono «pecore».

Io sono uno di quelli che probabilmente fanno «beee», ma come tutti ho le mie ragioni. La cosa interessante invece è la lunga analisi di David Glance, sul Washington Post. La prima parte è un po’ di costume, ma se vai avanti trovi spunti molti utili a capire dinamiche complesse.
Il sottotitolo la dice lunga: «le ragioni per cui difendiamo un brand oppure lo attacchiamo sono uguali, e hanno a che fare soprattutto con noi stessi».

Il Post ha tradotto l’articolo in italiano, e va ringraziato: Psicologia dei fan di Apple

Ci sono dei modelli
Il comportamento dei consumatori, benché sia contro-intuitivo, non è quasi mai razionale. e noi, oggettivamente, non capiamo granché dei comportamenti delle masse, anche se la ricerca comincia a sostenere che ci siano dei pattern riconoscibili anche nei modelli apparentemente casuali (How to Predict the Unpredictable).

Ma ci sono sicuramente delle cose che sappiamo. La prima è che spesso le scelte degli altri che vediamo online ci allineano e ci fanno seguire schemi quasi predeterminati. I fisici teorici lo hanno osservato più di dieci anni fa nei comportamenti di rete. E questa regola generale, per i più curiosi, si chiama preferential attachment.

Ma ieri, ravanando su First Monday (mentre lavoravo per il libro nuovo), ho trovato un saggio etnografico sui Travel Blogger e su come l’esperienza di alcuni finisca per condizionare l’esperienza di molti altri.
Se vuoi approfondire, fatti un’idea: Travel blogging: An auto-ethnographic study of how online interactions influence a journey

Vale per i libri come per la pappa
Magari mi torna utile sabato a Bologna quando ne parleremo ad App.Etite, ma la rete abilita un layer sociale importante: raccontare l’esperienza di un prodotto ne aumenta il valore. Succedeva anche nel mondo reale (uscendo dal cinema o dal ristorante, si commentava con gli amici. Si suggerivano libri, ecc.), ma su una scala infinitamente più piccola.

Sempre su First Monday ho trovato questo paper che esamina il linguaggio usato nelle recensioni uscendo da un ristorante. È divertente l’assiociazione al «trauma personale» in caso di recensioni negative e quella al «costa poco ma…» in molte recensioni positive.
Anche qui, forse, si può riconoscere un modello: Narrative framing of consumer sentiment in online restaurant reviews

La psicologia del consumatore
È una specie di link bonus, scegliti i capitoli che più ti interessano: The Complete Guide to Understand Customer Psychology

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Amori difficili: il giornalismo e il design del giornalismo

giornalismoIn 140 caratteri: Algoritmi e design decidono cosa è importante per noi Tweet this!

Se passi spesso da queste parti, sai sicuramente che è uno dei temi che mi appassionano, nelle sue varie declinazioni. Da come cambia la nostra attenzione, a come cambia il nostro modo di leggere. A come si devono progettare i contenuti per i nostri nuovi modelli, cognitivi e di comportamento.

Ne parlavamo qualche giorno fa, a proposito dell’ostinazione di molti di noi a continuare a «scrivere il messaggio» con le stesse regole e lo stesso design che usavamo per la carta. Il titolo era -scherzosamente, ma nemmeno tanto: Quello che noi blogger sbagliamo (e anche tanti giornalisti)

Poi esce fuori la solita brillante curation di Mathew Ingram.

Non sono i giornalisti: è il design
Il sommario del pezzo è già in sé un ottimo compendio (conciso e concluso). È quindi un esempio perfetto che ci racconta come bisogna comportarsi con il lettore che magari capita di fretta (sul web, su un’app, su Facebook). Poche brevi frasi che ti fanno decidere se continuare a leggere o no.

Il punto di partenza è quello che tutti cominciamo a dare (finalmente) per scontato. Le notizie non sono più impacchettate in quell’unico supporto che le conteneva e che potevi tenere in mano, dice Mathew, «Oggi sono un flusso costante. E il nostro rapporto con l’informazione e con il mondo che vediamo intorno a noi dipende da due fattori importanti: il design e gli algoritmi».

Del ruolo degli algoritmi abbiamo parlato spesso, ragionando su come incidano sulle nostre preferenze e decidano ciò che è importante per noi, emulando in qualche modo il tradizionale ruolo di «mediatore» che aveva il giornalista, quando era il pacchetto (su carta o in Tv) a definire l’importanza di ciò che dovevamo sapere.

Mathew si spinge a scrivere che «gli algoritmi sono i nuovi caporedattori» e chiaramente supporta la sua opinione portando come esempio Twitter e Facebook.

L’algoritmo che dirige il giornale
Difficilmente si può mettere in discussione quanto Facebook abbia cambiato il concetto di notizia (in regime di abbondanza di informazione, per noi è rilevante anche ciò che succede ai nostri amici). E ha cambiato le priorità con cui ordiamo e mettiamo in gerarchia le informazioni che per noi possono avere importanza.

Altrettanto difficilmente si può immaginare un mondo di abbondanza digitale (alcuni lo chiamano content-shock) gestito con strumenti analogici. È facile invece prevedere che all’aumento dei dati seguirà un aumento della nostra capacità -tecnologica- di gestirli.

E anche qui, pensiamoci bene, perché chi progetta questi sistemi deve farlo con responsabilità ed etica che -e ci risiamo- una volta erano tipiche del giornalista.

Il design non è più solo estetica
In questo scenario, ovviamente, il modo in cui pensiamo i nostri contenuti assume un ruolo decisivo -quello di facilitare l’accesso a tecnologie diverse e canali diversi- che prima non aveva in maniera così evidente.
O, per dirla meglio, prima era limitato a un numero relativamente piccolo di standard, che oggi sono continuamente innovati dal presente. In fondo, questo «pensare i contenuti» è ciò che chiamiamo design. E fa completamente parte del destino che regaliamo ai nostri messaggi.

L’articolo di Mathew raccoglie un po’ lo stato dell’arte sulle riflessioni in merito. Quindi se vuoi filtrarlo dalla mia sintesi e dalle mie considerazioni, fatti un’idea: It’s not just journalists — for better or worse, design plays a key role in how we get our news

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