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    C U L T U R E   G O E S   D I G I T A L

Politologia ai tempi della rete
L'idea di Alessandro ha dentro il germe della società civile che in qualche modo può esserci e deve provare ad esserci. Aderisco.
Posted by g.g. | # | Commenti (0) | Media | 03/07/2009


Politologia ai tempi della rete
Lo ripeto spesso, me ne rendo conto, ma quello che sta accadendo nel PD è un laboratorio straordinario per toccare con mano i rapporti reali tra politica e rete in Italia. Che non sono ovviamente rapporti di comunicazione politica: sono, piuttosto, un esempio concreto delle interferenze di un nuovo spazio pubblico con l'organizzazione del consenso all'interno di una struttura di partito. E noi in Italia possiamo vederlo solo con il PD, l'unico ad avere una vita e un dibattito pubblico.
La mia teoria del Doppio PD, formulata in tempi non sospetti (prima dell'enorme successo elettorale della Serracchiani), potrebbe essere riarticolata in forma semplice: la visibilità politica all'interno di un'organizzazione non dipende più solo dalle scelte di apparato: anzi, spesso la rete innesca un meccanismo per cui alcune figure ottengono visibilità che poi i media tradizionali ratificano, creando nuovi interlocutori politici (non previsti) che si inseriscono nei giochi di potere interni. E' stato il caso della Serracchiani, come di Civati (la cui ascesa si deve a un sondaggio sui siti di Corriere, Espresso e Repubblica). Ed entrambi oggi sono dati come possibili concorrenti per al segreteria. Ma l'effetto è più ampio: in parte dipende da questo processo (che genera e ratifica anche un clima culturale) anche l'accreditamento che sta avendo il gruppo dei Piombini, che ha avuto una bella visibilità ieri anche al TG1 della sera.
L'obiezione più frequente che mi è stata fatta è questa: «Ma la Seracchiani è una donna di apparato». Come se fosse strano. E' evidente che deve essere così. Se uno vuole agire nel partito deve entrare nelle logiche di partito. La novità non è questa. La novità è che non sono più i vertici di partito a creare gli interlocutori, o non sono più solo loro. E come si nota, gli stessi vertici di partito non hanno in grande simpatia quanto sta accadendo, perchè è un modello che incrina abbastanza la tendenza di tutte le organizzazioni alla conservazione.
Quello che manca, ad oggi, è un modo per misurare il reale consenso tra spinte di apparato (legittime, quelle che determinano l'organizzazione interna) e spinte di opinione (fondamentali perchè determinano il successo politico). Le seconde, in particolare, non sono misurabili nel congresso perchè traggono molta spinta dal partito del "datemi una ragione per votare il PD che vorrei". Così, forse, ha ragione Francesco con quanto scrive sull'Unità. Ma non è la rete a volerlo, il nuovo candidato. La rete abilita solo i processi che, seguendo un bisogno e un movimento di opinione, forse ci daranno un nuovo candidato. E se probabilmente la resistenza è oggi più forte della spinta a rinnovare, la dialettica tra scelte di apparato e clima culturale è destinata a rinsaldarsi e a trovare nuovi equilibri. Fossi un dirigente politico, io su questa cosa ci farei una riflessione profonda.
Posted by g.g. | # | Commenti (2) | Media | 06/28/2009

Giornali in trincea
«Ma le vicende iraniane ci hanno dato esperienza di due cose notevoli. La prima è che se qualcuno cerca di chiudere una porta ci si mobilita anche dall'esterno per violare la chiusura: per tutto il web circolavano i consigli per mettere in crisi il sistema censorio, in modo da proteggere le voci libere dal regime. E migliaia di persone, in tutto il mondo, si sono attivate. La seconda è che l'importanza di queste infrastrutture è enorme, se il governo americano è intervenuto direttamente per raccomandare ai gestori di Twitter di non fare la prevista manutenzione per non interrompere il flusso di notizie, che arrivava là dove televisione e giornali non potevano.»
Sull'Espresso in edicola (il NonSoloCyber toccava a me) si parla di Iran e Twitter. E malgrado il titolo della nota ("Twitter Revolution"), si suggerisce che, nonostante le letture piatte che se ne sono spesso date, potrebbe non essere corretto immaginare l'uso dei social media come tool per la rivoluzione, quanto piuttosto come strumento per guerriglia di informazione (che sono due cose diverse).
I riferimenti citati e le letture di approfondimento, come consuetudine, li segnalo qui: l'analisi del professor Jonathan Zittrain (Could Iran Shut Down Twitter?), un pezzo del Washington Post Reading Twitter in Tehran? Why the real revolution is on the streets and offline e uno della Columbia Journalism Review: The Moussavi Misunderstanding.
Posted by g.g. | # | Commenti (0) | Media | 06/28/2009

Conversazioni
Internet ed i Social Network.
Alla luce della recente evoluzione dei social network a livello mondiale, ripercorrere l'evoluzione sociologica dei sistemi di comunicazione di massa. Porre l'accento sul cambiamento formale e sostanziale nei rapporti interpersonali: il concetto di privacy mantiene il suo significato originale? E' richiesto l'apporto di esempi concreti.
[Tema di maturità, 2009]
Osservazioni e segnalazioni varie, prima di partire per qualche giorno. (1) La traccia dei temi di maturità è quasi una perfetta quarta di copertina per molti libri scritti in questi anni. Sarebbe interessante vedere come la elaborano gli studenti, che su molte cose -a volte- ne sanno persino più di noi. (2) Mentre la situazione in Iran evolve (purtroppo) in maniera drammatica, chi si occupa di media ragiona molto su Twitter e sul ruolo dei social network. La definizione migliore del ruolo dei nuovi strumenti di comunicazione, a mio parere, l'ha data Marc Ambinder sull'Atlantic: «un servizio di intelligence fatto dalle masse.»
Poi, al volo, temi molto vari, su cui mi piacerebbe tornare: (3) il nostro cervello tratta gli strumenti che usiamo come parti temporanee del corpo, (4) spettacolari video musicali fatti remixando altri video musicali su YouTube, (5) il nuovo libro di Brockman, sul futuro visto dagli scienziati, con -tra l'altro- l'affascinante teoria di Vanessa Woods: «gli esseri umani hanno comportamenti intelligenti perchè sociali (e non il contrario)».
Posted by g.g. | # | Commenti (2) | Media | 06/25/2009

Politologia ai tempi della rete
Da un Lessico Politico tutto ancora da scrivere:
Non: se seguita da un verbo al futuro è una forma di negazione a tempo, destinata a svanire prima che il verbo precedentemente coniugato diventi presente. (filosof. La spiegazione fisica e metafisica del fenomeno in genere garantisce una ritrovata e gioiosa coerenza rispetto alle dichiarazioni passate, trasformando il precedente argomento negativo in un fattore positivo per la scelta).
Nulla di personale con Franceschini, su cui non ho ancora maturato un vero giudizio. A caldo il momento per la candidatura mi sembra intempestivo, perchè dà respiro alle pressioni dell'agenda sul premier, spostando l'attenzione sulle confuse questioni interne di quella che dovrebbe essere l'alternativa, tra l'altro dicendo al mondo: "da noi c'è casino". Ma sono curioso di vedere come reagisce la punkpolitic della rete, che sospetto palesemente in attesa di segnali diversi dal PD.
E che, a differenza del pubblico televisivo, mi pare molto più intenzionata a voler superare logiche politiche tipiche del mondo catodico e abituata a ricordare le affermazioni precedenti (per costruirci sopra un'attesa di credibilità vicina a quella del dizionario non politico). E che poi, a differenza dello spettatore televisivo, ha un posto pubblico in cui condividere che ricorda e in cui discuterne con gli altri.
(Questo soprattutto perchè, per diverse condizioni, il PD e le sue vicende sono un ottimo laboratorio per osservare i rapporti tra politica e rete)
Posted by g.g. | # | Commenti (0) | Media | 06/24/2009

Giornali in trincea
Come sappiamo da anni, non abitiamo tanto la politica quanto il racconto della politica. Lo scrive, stamattina, anche Edmondo Berselli, che tuttavia parla solo di televisione. Oggi, invece, è un po' più complesso. E -sempre da un punto di vista più vicino ai media che al merito- è molto interessante ripercorrere passo passo la storia di questi due mesi, che ci hanno portato a vedere il berlusconismo in difficoltà come mai lo era stato.
Il punto di crisi, lo dicevamo, è nell'applicazione banale di un principio importante dell'informazione: sei il capo del governo, ti faccio delle domande, insisto fino ad ottenere risposta. Nell'Italia di oggi questo è abbastanza desueto, perchè la comunicazione del berlusconismo è sempre stata costruita sul concetto di tabula rasa: ti dico il mio slogan, metto altri temi in agenda, sposto l'attenzione. Il raccordo con i fatti è irrilevante: siamo comunicazione.
Quando vengono fuori le 10 domande, Repubblica è sola contro tutti. La tattica adottata è quella classica dello straw man argument: prendo solo una componente del tuo discorso e ti attacco su quello. «State facendo solo Gossip». E tutti si adeguano.
Ma lì viene il primo colpo di genio a quelli di Repubblica. Fanno una cosa che (credo) nessuna testata italiana ha fatto mai. Mettono online, sul loro sito e tengono sempre in home page (da due mesi), dei contenuti in inglese: la notizia e le dieci domande. Il messaggio è semplicissimo: se in Italia ci attaccate tutti, vediamo cosa ne dicono all'estero. I media internazionali cominciano a mettere in agenda il "caso Berlusconi", il Guardian fa un endorsement pesante sulla battaglia solitaria di Repubblica. Gli altri media italiani timidamente rimettono la questione in agenda in modo diverso. Poi il Corriere si trova tra le mani (involontariamente) uno scoop con la testimonianza della D'Addario: lo prende molto con le molle ma il dado è tratto. Qualche giorno dopo Scalfari scriverà «Cosa poteva fare De Bortoli?» e Bondi tuonerà contro Repubblica «Che si è tirata dietro il Corriere».
Intanto da un lato le testate di centro destra entrano a gamba tesa nella vicenda («Siamo tutti Berlusconi, chi può scagli la prima pietra» [Libero) oppure «E' stato operato alla prostata le accuse non tengono» [Libero]), dall'altro Ferrara sul Foglio fa un paio di sogni su Berlusconi che spiega tutto e poi comincia a parlare di 24 luglio. E Cossiga, da par suo, non collabora a tener la questione fuori dall'agenda politica. Ci si mette persino L'Avvenire, e non è cosa da poco. Ampi settori di tradizionale consenso cominciano a essere in imbarazzo. La frittata pare fatta: come scrive D'Avanzo: sono due mesi che non riescono a fare loro l'agenda e appaiono stupiti e frastornati.
Intanto quella parte di Italia che guarda solo i Tg generalisti sa poco o nulla. Repubblica ci dà dentro due volte (1 e 2) finchè ieri Minzolini, direttore del TG1, viene convocato e poi fa un editoriale nel TG della sera, spiegando che darà notizie certe e solo notizie certe. Mentre la punkpolitic collettiva della rete -di fronte a tanta purezza di metodo- si indigna. E ci mette pochissimo a scovare il termine «minzolinismo» su una pagina del 1996 dell'archivio del Corriere. Parola che serve a designare una «forma di giornalismo che si basa sulla raccolta di dichiarazioni anche informali di uomini politici, senza alcuna verifica delle affermazioni raccolte». Tra l'altro, come si nota da più parti nelle conversazioni, il primo effetto è quello contrario: i telespettatori (quelli della popolazione solo-Tg) non sapevano nulla e improvvisamente sanno che si sono persi qualcosa di tanto importante da farne un editoriale in prima serata.
A livello politico le reazioni sono consuete, da un lato condanna dall'altro straw man argument: siete gli unici a considerare questa cosa una notizia. E Repubblica, che ormai ha capito la lezione, dà l'unica risposta che può, con una piccola genialata: mette online uno speciale con le reazioni della stampa straniera giorno per giorno. Un modo per dire: non siamo poi tanto soli e non potete affermarlo.
Posted by g.g. | # | Commenti (2) | Media | 06/23/2009


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