Lettera ai giovani giornalisti

Cose scritte altrove.

«Per essere un giornalista oggi», dice Martin Baron (Executive Editor del Washington Post), «c’è un requisito essenziale: devi essere necessariamente ottimista». Il settore è turbolento, il lavoro è incerto.
«Ma se hai voglia di imparare e di essere smart», di metterti in discussione, il futuro c’è. Magari è da giornalista imprenditore, magari è da giornalista come-ti-inventi. Ma se cresci, se sei ottimista, se sei bravo, la strada è aperta.

L’Espresso, Media Shift, Lettera ai giovani giornalisti

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Il futuro dell’editoria in un singolo smile

futoro editoria In 140 caratteri: «L’editoria ha mantenuto strategie conservative. E ha perso» Tweet this!

È una curva, tecnicamente, quella della foto (clicca per ingrandire). Ma sembra uno smile.

E spiega perché «questa curva a forma di smile dimostra come con il digitale il valore si sta spostando dagli editori verso aziende che aggregano e rendono ricercabili i contenuti su una scala più ampia».

Ops. Mamma mi sono distratto e ho perso le distribuzione
È una cosa che ripetiamo spesso. Gli editori (di libri, di news), nonostante i consigli di gente brava che avevano all’interno e che li avvertiva -inascoltata-, si sono distratti. Hanno considerato il digitale come tecnicaglia e hanno difeso il loro vecchio business perdente della carta. Almeno sul medio lungo termine.
Lo hanno fatto perché quello sapevano fare. E cambiare richiede sforzo, energia, mentalità.

Spesso i dirigenti dell’editoria erano vicini alla pensione e hanno creduto di poter giocare la carta del «tengo in piedi quello che ho finché non vado via, poi saranno fatti di altri».

Solo che poi, con gli anni, il medio o lungo termine è diventato il presente molto in fretta. È diventato «un ritardo». E oggi la situazione è quella che descrive questa immagine: il valore si sta spostando ovunque tranne che sulle costosissime macchine editoriali.
Lezioni da imparare, suppongo. E tempi che cambiano.

La distribuzione (e non la professione o la produzione) è sempre stato il fattore competitivo. La fase del business in cui si facevano i ricavi. Come le grandi aziende musicali, gli editori hanno sottovalutato un sistema culturale che cambia e sono stati rimpiazzati da aziende che arrivavano dal tech.

Ma leggi il post e dedica qualche minuto a rifletterci: Differentiation and value capture in the Internet Age

Bonus link
Se hai voglia di studiare, poi, c’è questo pezzo di Digital Book World. Il titolo è: Five Digital Publishing Leaders Weigh in on Industry’s Future

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Qualcosa sul futuro, su di noi, sui social network e su come Internet potrebbe cambiare il mondo

TwitterCommerce In 140 caratteri: «Il compito della fantascienza non è quello di farci prevedere il futuro. Ma molto spesso ci aiuta a immaginarlo e a progettarlo» Tweet this!

Negli ultimi anni ho cominciato a credere in modo sempre più convinto che, in un mondo che corre alla velocità del nostro, siano i romanzi (e non i saggi) a permetterci di costruire un senso di prospettiva.
I saggi banalmente raccontano ex-post quello che osserviamo accadere e -nei casi migliori- tracciano delle congetture sulla base delle tendenze.

La potenza dei romanzi, invece, è quella di raccontarci dei mondi possibili, spesso partendo da un’idea base. Che è quella di osservare ciò che abbiamo intorno e portarlo alle conseguenze (più o meno estreme). E farci immergere, grazie alla profondità della narrazione, in quello che tecnicamente si chiama worldbuilding.

Laggard che scrivono di futuro
Così mi ha interessato molto il pezzo di Francesco Musolino su Il Cerchio di Dave Eggers. Il libro lo comprerò stasera, ma -per dire- la recensione inizia così: «Se Philip Dick fosse vivo sarebbe felice di leggere il nuovo romanzo di Dave Eggers».

E poi specifica, non senza qualche piccola ironia: «Eggers vive nella iperdigitalizzata California ma non possiede nemmeno un account Twitter. Come Jonathan Franzen, più di Jonathan Franzen, Dave Eggers non gioca con gli scenari cercando la complicità del lettore: da ogni pagina di questo romanzo trasuda pura paura degli scenari futuri ma piuttosto che metterli alla berlina, si immerge nelle profondità. E così piuttosto che sfornare un libro in cui si contrappongono apocalittici ed integrati, questo romanzo ha solide basi teoriche».
Il tipo di romanzo che considererei interessante. Ma fatti un’idea da solo: Dave Eggers e la democrazia digitale

Narrazioni che ispirano il futuro
John De Nardo pubblica uno dei suoi soliti bei post su Kirkus ed esamina i rapporti (a volte difficili) tra la fantascienza e l’evoluzione della scienza e della tecnologia.
Saggiamente dice «il compito della fantascienza non è quello di farci prevedere il futuro. Ma molto spesso ci aiuta a immaginarlo e a progettarlo».
Ne ho fatto una sintesi brutale, ma puoi andare direttamente alla fonte: We Are Moving Toward Our Science-Fictional Future

La stagione delle predizioni
Una delle cose che mi piace molto di novembre e dicembre è che -in vista della fine dell’anno- le migliori menti (o le più curiose) si esercitano a fare previsioni su cosa ci aspetterà nell’anno successivo.
Ryan Holmes si cimenta con quello che ci potremmo trovare di fronte sul versante dei social network. A parte la privacy (tema facile) il punto più interessante mi pare quello che ragiona su come le piattaforme social (Facebook e Twitter) stiano assottigliando molto il diaframma che li separa dagli store online.

Entrambi i social network stanno facendo un ragionamento semplice: le aziende faticano a portare la gente sui loro prodotti, e noi abbiamo la gente. Quindi vendiamo i prodotti. Facebook sta testando il pulsante «buy» e Twitter (come vedi nella foto -clicca per ingrandirla- nelle impostazioni ha già le opzioni per pagamenti e spedizione).
L’esperienza vincente di Amazon del «compra con un click» sta rapidamente diventando una lezione da imparare.
Ma fatti un’idea da solo: 5 Trends That Will Change How You Use Social Media in 2015

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3 cose su Whatsapp e sulla dittatura del messaggio

Festival delle letterature (Boccia Artieri, Mantellini)In 140 caratteri: «Whatsapp. Due piccole spunte, un grande casino di implicazioni». Tweet this!

L’altra sera (dopo la chiacchierata su come cambia la scrittura al Festival delle Letterature), a cena si parlava delle (ormai) famose doppie spunte blu di Whatsapp.
Nel caso tu fossi uno dei due o tre che non ne hanno sentito parlare, le due spunte che prima segnalavano il messaggio come consegnato, ora diventano blu se il messaggio è stato effettivamente letto.
Due piccole spunte, un grande casino di implicazioni.

1. Il quadro generale
Molti di noi lo sanno in modo intuitivo, ma magari non lo razionalizzano. La vita e le relazioni sociali, in rete, si caratterizzano per il fatto che tante informazioni che nella vita reale sono implicite (o sconosciute), con il digitale diventano esplicite.
Se vai dal fruttivendolo e ci chiacchieri, probabilmente non conosci nome e cognome, la scuola che ha frequentato, le sue preferenze, quali sono i suoi amici. Se lo vedi su Facebook tutte queste informazioni letteralmente «emergono». Diventano esplicite. E vengono storicizzate.
E come le informazioni, anche i comportamenti delle persone.

Questo ci dovrebbe portare a capire quanto effettivamente ci denudiamo in pubblico. Uso la parola «denudare» non a caso. I vestiti sono una delle nostre protezioni personali. Ci riparano dalla vista, tengono per noi ciò che riteniamo più intimo.
Uno degli esempi più potenti per far capire quanto effettivamente riveliamo di noi è l’idea del vestito che diventa più trasparente man mano che condividiamo informazioni, denudandoci. Mostra su un piano fisico le implicazioni di quanto facciamo -spesso senza curarcene- nello spazio immateriale.
Guarda tu stesso: 3D printed ‘Naked Dress’ exposes your skin as you give away data online

2. Tempo e attenzione sono dati sensibili
La doppia spunta colorata di Whatsapp, in questo contesto, rivela dati sul nostro tempo, sulle nostre preferenze e priorità (“mi hai letto ma non mi hai risposto”) e sulla nostra attenzione.

Ma avere dati su tutto (dovremmo essere sempre consapevoli di questo, correndo verso la «Società dei Dati») non è sempre utilissimo.

In un contesto professionale sapere se qualcuno ha letto o no il nostro messaggio può essere importante per prendere decisioni. In un contesto personale, tanto per tornare al «denudare» di prima, potrebbe assomigliare molto ad avere gli occhi del vicino in bagno o in camera da letto.
Va cercata una mediazione tra utilità e spazi personali, ed è una cosa su cui non bisogna perdere la concentrazione.

Chi progetta le nostre relazioni sociali mediate dagli strumenti digitali lo fa con un suo obiettivo, che però può non essere il nostro.
In questo caso, Giovanni diceva lucidamente a cena: «La ragione per cui Whatsapp ha interesse a imporre la spunta blu (e non per esempio a renderla opzionale come altri software fanno) è perché il flusso informativo è il suo business e tutto ciò che lo incrementa fa parte del processo di espansione dello strumento. La spunta blu serve insomma a farci usare Whatsapp sempre di più».

3. Approfondimenti e contromisure
Massimo (anche lui a cena con noi l’altra sera) ha ragionato sul contesto ampio e ti consiglio di leggerlo: La svolta sincrona di Whatsapp.

Il Post poi ti dà le basi e -se vuoi- un paio di trucchi per difendere la tua camera da letto: 10 cose che forse non sapete su WhatsApp

(La foto di Giovanni e Massimo al Festival, è di Carla)

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Come la tecnologia cambia l’esperienza della scrittura

scritturaIn 140 caratteri: «La mia vita di scrittore è iniziata sulla carta e la tecnologia può cambiare completamente l’atto dello scrivere». Tweet this!

È una mia fissa. Ne avevamo parlato nell’ultimo post (Scrivere per il contemporaneo. La scrittura (e la lettura) di un libro ai tempi del digitale), ma anche prima.

Venerdi, poi, ne parleremo a voce al Festival delle Letterature, con Massimo e Giovanni.

La mia vita di scrittore è iniziata sulla carta
«La mia vita di scrittore è iniziata sulla carta», scrive Josh Tyson. E spiega perché la «tecnologia può cambiare completamente l’atto dello scrivere». Continuiamo a confrontarci con sistemi (e distribuzione dei contenuti) che nessuno ci ha insegnato mai.

Non è un caso che che il pezzo sia su UX Magazine (UX sta per interfaccia, se vogliamo semplificare) e che contenga un sacco di spunti interessanti.
Come al solito, fatti la tua idea da solo: Can Technology Change the Experience of Writing?

Qui si corre eh…
Ora prova a dimenticarti la tastiera e il mouse. E immagina come scriveremo nel futuro. Se hai voglia qui c’è un articolo sul nuovo progetto di HP. E ci siamo sempre detti che gli strumenti che usiamo per scrivere (e anche la percezione spaziale della nostra scrittura mentre scriviamo) sono importanti.
Un piccolo squarcio sul futuro possibile: What Futurists Think Of HP’s Bold And Weird New PC

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Scrivere per il contemporaneo. La scrittura (e la lettura) di un libro ai tempi del digitale

writingIn 140 caratteri: Cercare di immaginare cosa rende “contemporanea” la letteratura contemporanea è molto difficile Tweet this!

I cambiamenti stanno accadendo troppo in fretta perché possa esistere una regola generale. La mia idea, da tempo, è che stia evolvendo rapidamente il modo di leggere, quindi deve adeguarsi il modo di scrivere.
Anche se qualcuno dice, con un bell’aforisma provocatorio, che «Sono gli scrittori mediocri che devono cambiare modo, dato che scrivono per il lettore. Gli scrittori veri scrivono contro il lettore»

Scrivere un libro di carta nell’era digitale
Andiamo per ordine. Stamattina ho postato su Facebook una riflessione. E come spesso accade i commenti sono stati più intelligenti della causa.

«[Chiudendo il libro nuovo]», scrivevo. «La difficoltà che ho è “scrivere per la carta”. Sono sei anni che non scrivo un libro e ormai penso in modo diverso. Mi mancano i link (che devi sostituire con spiegazioni e contesto), mi manca la gratificazione immediata (scrivi, pubblichi), mi mancano i feedback immediati, che sono quelli che migliorano ed emendano il tuo pensiero.
Scrivere per la carta impone di ragionare in un modo diverso, di costruire il discorso in maniera differente. Un approccio che forse ci appartiene sempre meno, anche dal punto di vista del “come leggiamo”
Ora, Internet, aiutami. Se tu dovessi fare un elenco di cose che cambiano per la scrittura sulla carta, cosa diresti?»

La discussione è aperta e ci sono davvero troppi commenti interessanti per citarli tutti in un post. Fatti un’idea da solo.

Scrivere per il contemporaneo
La ragione per cui ne scrivo qui è che il confronto che ne è scaturito mi ha fatto tornare in mente un bell’articolo (che non sono sicuro quanto condivido in toto, ma è stimolante).

«Cercare di immaginare cosa rende “contemporanea” la letteratura contemporanea», scrive Nick Thurston, «è di sicuro un compito assai complicato, perché l’idea stessa di contemporaneo oggi è di per sé complicata.
Contemporaneo sembra far riferimento a due idee complesse: “insieme” (il prefisso con) e simultaneamente (identificando il momento presente con quello storico che vediamo)».

Nick fa un’esame di come la cultura visuale e gli stimoli mediatici abbiano cambiato il nostro modo di rapportarci al testo.

Anche qui, Nick parla soprattutto di letteratura, ma regala molte riflessioni. È un ragionamento troppo lungo per fare una sintesi in un post e, in genere, se qualcuno dice le cose meglio di come le diresti tu non serve ripeterle. Ma se dedichi 10 minuti alla lettura vedrai che -forse- non te ne pentirai.
The Mediatisation of Contemporary Writing

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Perché i MOOC potrebbero rendere obsolete le Università

moocIn 140 caratteri: A quanto pare, online si impara meglio che in aula Tweet this!

Dei MOOC avevamo parlato diverse volte, ad esempio qui o in un lungo pezzo sull’Espresso di carta.

Se non hai voglia di cliccare sui link, i MOOC (in due parole) sono corsi di livello universitario, fatti online. Spesso su piattaforme (come Coursera o EdX) gestite da giganti come MIT, Harvard eccetera.
E sono gratis.

Contro il luogo comune. Non si impara meglio in classe.
L’Economist pubblica oggi un pezzo assai interessante. Racconta di una ricerca che parrebbe sostenere che l’apprendimento nei MOOC porta a un livello di risultato leggermente superiore rispetto all’educazione tradizionale.
È controintuitivo, ma si comincia a sospettare che gli studenti online abbiano risultati migliori rispetto a quelli che frequentano i corsi tradizionali, nonostante questi ultimi abbiano il vantaggio di fare 4 ore a settimana di lezione in presenza, con il docente.

Il finto punto critico.
Il dibattito sui MOOC e su come possano impattare sui nostri modelli educativi è assai intenso. Ma proprio la mancanza di rapporto in presenza con il docente era uno dei principali argomenti dei detrattori.

Ed è importante far caso al fatto che, come nota lo stesso Economist, la tecnologia alla base dei MOOC è ancora nella sua prima infanzia. E che «nel giro di soli 5 anni queste piattaforme saranno molto più potenti e assai diverse da come sono ora».

Certo, la possibilità di studiare con i docenti delle migliori università invece che con quelli che abbiamo vicino casa è -di per sé- una bella opportunità. E il fatto di poterlo fare gratis è straordinario, anche se poi alla fine non è chiaro quale possa essere il modello di business che renda il tutto sostenibile.

Tutti quelli che io conosco e che hanno seguito dei corsi in MOOC sembrano assai contenti. Ma fatti la tua idea, il titolo dell’Economist è forte: MOOCs: Know your enemy

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