Intelligenza artificiale, Giornalismo, La Vita e tutto il resto. Ma tu ce l’hai la risposta a questa domanda?

Ethobiome In 140 caratteri: «Era ancora vita umana quella di chi affidava la sua serenità alla tecnologia?» Tweet this!

C’era quella vecchia cosa per cui se non lo blogghi non esiste. Il che è vero, perché anche se oggi è su Facebook che accadono le cose, alla fine la traccia rimane qui.
Per questo, suppongo, mi perdonerete la ripetizione (con i dovuti aggiornamenti del caso).

Facebook Reloaded

il post su Facebook, un po’ giocoso un po’ alla Homer Simpson non lo ricopio tutto:

Come si suol dire, “non darmi un post, dammi una lista”.

1. Non pubblico nulla dal 2009, pur avendo un contratto con un grande editore per un saggio che avrei dovuto consegnare due anni fa e che non ho mai inziato. La cosa di “pubblicare di nuovo” un poco mi sorprende, un poco mi emoziona.

2. Sono anni che scrivo che secondo me per spiegare il presente veloce di oggi la narrativa è meglio della saggistica

3. Questo racconto l’ho scritto nel 2010, su una spiaggia radical chic del litorale tarantino, ma parla di temi che sono attuali nella cronaca oggi: giornalismo, intelligenza artificiale, algoritmi. Ma soprattutto imposta i problemi filosofici e morali di cui oggi si discute sui giornali

4. Due dei personaggi del racconto sono (liberamente) ispirati a Steve Jobs -che nel frattempo ci ha lasciati- e a Stephen Hawking (che 5 anni dopo avrebbe scritto le cose che ho fatto dire al personaggio da lui ispirato)

5. È un saggio travestito da racconto. O viceversa.

6. È stata l’occasione per lavorare di nuovo su una cover con quel gran genio del Grassilli dopo i tempi di 40k in cui ci siamo divertiti insieme a sbordare tutti gli schemi.
Ma è logico: non potrei mai più pubblicare qualcosa senza una cover di Grassilli.

7. Lo sto caricando su Amazon e se riesco sarà gratis, altrimenti al prezzo minimo (99c). In quel caso tutti i proventi andranno alla “Fondazione per le brutte foto di gatti belli” se qualcuno riesce a metterci Clay Shirky come presidente.

L’aggiornamento

Il librino è ufficialmente disponibile su Amazon. È gratis per i clienti Kindle Unlimited e non ho ovviamente messo i DRM. Per cui può scaricarlo uno e passarlo a tutti gli altri. Alcuni non utilizzano roba come Calibre eccetera quindi potrebbero trovare persino più economici i 99c rispetto al valore del loro tempo.
Alla fine uno usa il Kindle proprio perché semplifica la vita.

Ma se hai voglia, prendilo, scaricalo e buttalo anche sui canali peer to peer o se ti piace l’odore della carta stampalo per tua zia o tua nonna :)

Lo trovi qui, si intitola Ethobiome

Pubblicato il Digital literacy, Future, Journalism, Politology, Publishing, Storytelling, Writing |

Internet Bah. Una particolare forma di anestesia chiamata conservazione

Internet Bah In 140 caratteri: «La conservazione non serve in un mondo che prescinde dalle tue preferenze personali» Tweet this!

È diventato quasi un genere letterario, ormai.
Negli anni novanta citavamo l’avvocato di Henry Ford che viene accreditato della frase «I cavalli resteranno, le automobili sono una moda passeggera». Oggi abbiamo quasi vent’anni di esperienza che dovrebbero insegnarci che la conservazione non serve in un mondo che prescinde dalle tue preferenze personali (leggi: Kodak, BlockBuster, Motorola, Borders, Blackberry, Yahoo! eccetera).

Internet, Uh si, come no
Amelia Tait fa un breve recap delle previsioni più conservative su Internet e sul digitale.
«Il 27 febbraio 1995, Newsweek ci ha regalato la verità su Internet», scrive. E cita un pezzo (The Internet? Bah!) di Clifford Stoll che prendeva in giro Negroponte per aver detto che «un giorno compreremo i libri in rete e leggeremo i giornali su Internet».
Il commento di Stoll è «Sì, sì, come no».
La chiosa di Amelia è: «17 anni dopo, Newsweek ha cessato le pubblicazioni su carta e si può leggere solo online».

E Joi Ito -probabilmente- ha fatto la sintesi migliore, rilanciando il post su Facebook: «Negroponte 1, Stoll 0».

Altre chicche
Tutti noi che per lavoro siamo quasi obbligati a fare previsioni sugli scenari futuri, in tempi così veloci, prendiamo cantonate. In quota parte ci sta sempre.

Ma l’articolo contiene alcune perle da cui possiamo imparare con il senno di poi. Ad esempio Metcalfe (quello della legge di Metcalfe): «Nel 1996 internet collasserà».

E suggerisce anche un link all‘”Early 90s Predictions” database.

Giocaci un po’ per ricordarti quanto non paghi essere conservativo (o, peggio, nostalgico). Il pezzo di Amelia si intitola: 25 years on, here are the worst ever predictions about the internet

P.S. Il titolo del post è ispirato a un libro di Matteo.

Pubblicato il Business, Digital literacy, Education, Future, Journalism, Publishing |

2 centesimi su Twitter

Twitter-balance In 140 caratteri: «Twitter ha azzerato la gratificazione degli utenti. Forse dovrebbe rivedere le strategie» Tweet this!

Partiamo da una dichiarazione d’amore. La mia generazione (quella della cultura internettiana, non quella anagrafica) credo abbia due grandi amori non sempre ricambiati. Il primo sono i feed RSS, mai veramente decollati all’uso di massa e quasi suicidati con la chiusura di Google Reader.
Poi, Twitter. La declinazione tecnologica degli «amori difficili», quelli di Calvino (Italo, non l’altro).

Amori difficili
Negli ultimi anni Twitter è stato al centro di molte cronache, ma mi pare di potere riassumere così: gli utenti attivi non crescono, non come dovrebbero almeno (è stato superato pesino da diverse app di messaging), viene considerato meno di Instagram, molti clienti della comunicazione non lo usano e non lo guardano, le azioni in borsa sembrano una Prinz, di quelle che da ragazzi se ne vedevi una dicevi «tua!» all’amico perché portava sfiga).

E diversi problemi di management (un CEO che non si trovava, dirigenti e sviluppatori che scappano, ecc.)
Sintesi brutale forse un po’ ingiusta, ma poi alla fine del post unirai i puntina da solo.

Eppure: i punti di forza
Io trovo abbastanza strano che Twitter non cresca, almeno a prima analisi. È -paradossalmente- il social network più spinto dai media tradizionali (in Tv non c’è trasmissione che non lo utilizzi per tentare un’interazione con il pubblico e persino i giornalisti si firmano sempre più con l’handle di Twitter).

Eppure questo sembra non bastare. Quest’anno nel mio corso, ho visto segnali staticamente irrilevanti, ma ricchi di indizi. Raccontavo: «Un po’ di costanti dopo circa 100 esami (forse qualcuno in più) in questa sessione estiva. Immagina 100 nuovi potenziali social media manager o content manager. Classe ’93-’94, molto bravi.E che hanno messo l mani in pasta».

Nessuno di loro ha capito Twitter, o se n’è appassionato. Nonostante i miei sforzi di raccontarlo.
Se non è un problema è un sintomo.

Insieme al fatto -che potrebbe avere anche un certo senso sulla strategia di business della «Compagnia dell’uccellino»- che quasi nessuno dei clienti che comprano comunicazione digitale usa Twitter.

Le incongruenze
C’è una -ormai vecchia- battuta (anche questa cattivella, ma se non lo fosse perderebbe la sua verve): «Nessuno capisce meno Twitter di quanto lo capiscano poco quelli di Twitter».

Anni fa scrivevo citando Fred Wilson: “Le cose più belle di Twitter non le ha inventate Twitter. Gli hashtag sono stati inventati dagli utenti. I Retweet sono stati inventati dagli utenti”. E tutto farebbe pensare a un caso in cui il motore dell’innovazione non sia dentro la piattaforma ma in chi la popola».
(Qui puoi approfondire, se vuoi: La fase dei social network è finita (e altri link per il 2015).

Altra cosa che mi ha molto stupito è stata una affermazione di Salvatore (Country Manager italiano dell’uccellino) in una chiacchierata per La Stampa. Ha detto, più o meno: «noi siamo un’organizzazione ingegneristica».
Ora se personalmente penso al ruolo di Twitter nell’ecosistema dell’informazione (si pensi all’importanza durante terremoti o situazioni di crisi, o -per dirla con gli americani- al posto in cui nascono le breaking news) a me questa cosa di Twitter come «organizzazione ingegneristica» fa venire in mente le reazioni a uno spot in cui la Jaguar dica «noi facciamo carburatori» (non me ne voglia Salvatore).

I problemi da risolvere
Considerando l’esperienza sul campo con i millennial e le scelte recenti di Twitter, io lavorerei su due cose.

È vero che ogni giorno se ne inventano una (l’ultima sono i video di 140 secondi su Vine, scelta sbagliata secondo The Next Web: Vine’s move to 140-second videos is a mistake). Ma è anche vero che molti cominciano a notare l’irrilevanza dei Tweet (qui c’è una valutazione ottimistica: Su Twitter sei link su dieci non sono mai cliccati)

E qui arrivano i miei due centesimi: io credo -ma sicuramente sbaglio- che Twitter stia un po’ pescando a sorte tra le idee, cercando di facebokizzarsi, ma che stia trascurando le uniche due azioni da fare subito.

La prima è abbassare la curva di apprendimento, in modo che gli utenti che si registrano capiscano subito come trarne valore. Qui si tratta di fare scelte un po’ radicali, ma meglio scelte radicali che scivolare lentamente verso l’irrilevanza.

La seconda è che puoi scimmiottare Facebook (e/o puntare sui video quanto vuoi) ma se non costruisci gratificazione -a parte noi vecchi dinosauri- nessuno sarà spinto a condividere. La prima martellata nelle ginocchia che si sono dati quelli di Twitter è stata l’eliminazione del counter sotto i post del blog.
Io capisco le necessità ingegneristiche, ma per tornare alla similitudini di prima la gente vuole una Jaguar non un carburatore.

In più si aggiunge che il traffico portato da Twitter sui contenuti è praticamente calato da buone percentuali alla totale inesistenza.

Persino il più grande dei Twitter fan come me ormai usa la piattaforma solo come sistema di bookmarking. La gratificazione è pari a zero (la gratificazione è il motore di qualsiasi piattaforma social).

E quanto ai video, tutti i dati -soprattutto americani- indicano che al di là degli insight falsati (visualizzazioni contattate sull’autoplay) la comunicazione video è totalmente sopravvaluta (anche sulle news meno del 27% degli americani le vuole in video).

Ora unisci i puntini e fatti una tua idea.
(Foto: Techcrunch)

Pubblicato il Business, Education, Future, Journalism, Publishing, Storytelling |

Un po’ di cose per mettere ordine su come la nostra vita sta cambiando

Robot e Intelligenza artificiale In 140 caratteri: «Dai social media (alla cui interfaccia veniva aggiunta la capacità cognitiva delle persone) ai media autointelligenti» Tweet this!

Da queste parti c’è un concetto su cui basiamo spesso i ragionamenti: «la tecnologia è comportamento».

Non a caso, basta guardare solo agli ultimi 20 anni, quasi tutti i nostri comportamenti sono cambiati. Ognuno di noi ha incontrato e modificato le sue abitudini utilizzando i nuovi strumenti disponibili. È cambiato il modo in cui leggiamo, in cui ci rapportiamo agli altri, in cui ci informiamo. Il modo in cui scegliamo cosa comprare o che film guardare. Persino il modo in cui percepiamo noi stessi nello sguardo degli altri, attraverso le gratificazioni o le interazioni in rete.
Basta che tu faccia un minimo di analisi su come fai le cose oggi e te ne rendi conto.

Le parole che usiamo
Io adoro citare un vecchio libro di Todorov (il cui titolo corretto sarebbe: La Conquista dell’America:Il problema dell’altro, ma nel titolo italiano la seconda parte è stata tralasciata).

Nel suo saggio Todorov analizza e riassume i temi centrali della cosiddetta «Letteratura della Conquista», che è una delle fasi della storia probabilmente più simile a quella che noi stiamo vivendo in questo periodo. I «diari di viaggio» dei conquistadores -con le dovute elasticità di una similitudine- hanno tutte la caratteristiche delle nostre difficoltà di ricollocarci in una realtà per cui non siamo stati educati e che si mostra ogni giorno con i sintomi di scenari differenti.

Quagli uomini si trovarono improvvisamente di fronte a un mondo nuovo, con spazi completamente diversi da quelli europei (pensa a come il digitale ha ridisegnato la geografia e l’idea di vicinato). Ma soprattutto si trovarono di fronte a migliaia di cose che non avevano mai visto, che la scienza di allora non classificava, che -soprattutto- non avevano un nome. E quei nomi furono inventati (come facciamo noi con le tecnologie) paragonando il nuovo «a cosa nota».
Esattamente come stiamo facendo noi nell’universo immateriale.

La Storia e il Caterpillar
Vent’anni stanno ai tempi della Storia come un atomo sta a un Caterpillar di quindici tonnellate. Noi -inseguendo l’innovazione che sta cambiando i nostri comportamenti e le nostre vite- siamo abbastanza in difficoltà. Il nostro sistema educativo, per primo, fatica a razionalizzare e proceduralizzare un modello che prepari i nostri giovani al mondo contemporaneo. E continua a insegnare ai cuccioli il XX secolo. Che però è abbastanza passato.

I lavori più richiesti oggi non hanno un percorso formativo strutturato che possa mettere in valore i nostri ragazzi. L’accelerazione della Storia ci costringe a inseguirla. Ma anche a mettere in discussione alcuni cardini della cultura da cui veniamo.
Qui puoi raccogliere qualche stimolo: 4-year-year olds should be learning about robots at school

Nomi nuovi per fasi nuove
In questi anni abbiamo inserito molte parole nel nostro lessico comune, e -fammelo ripetere- a ciascuna parola corrisponde un nuovo comportamento. Solo per citare i casi più evidenti: i blog -ci abbiamo messo anni per normalizzarli e arrivare al New York Times che afferma che «ormai tutto è blog»-, i social network (che ormai sono un’infrastruttura mentale cui non sapremmo rinunciare), eccetera.

Ma come sempre accade -anche senza citare Schumpeter- siamo passati rapidamente da un’innovazione generata «artigianalmente» dai piccoli (dalle persone, dal basso) a un’industrializzazione di Internet in cui i servizi centrali nelle nostre vite sono gestiti dai grandi capitali. Che da un lato garantiscono contenuti dl servizio su scala enorme, dall’altro influenza le nostre vite.
Anche qui ti suggerisco una lettura: The next Industrial Revolution: the convergence of physical & analytical technologies: a kind of industrial Internet

La parole di oggi, da non sottovalutare
C’è molta confusione. Le nuove parole con cui ci stiamo confrontando oggi vengono direttamente dal lessico della fantascienza. Robot, Intelligenza artificiale, Bot, Droni, auto che guidano da sole, Internet delle Cose. Spesso, senza accorgercene, le usiamo come sinonimi o comunque non le abbiamo ancora classificate.

È una delle ragioni per cui io preferisco parlare di Digitale (e non di Internet). Sono prodotti della stessa tecnologia, con applicazioni diverse. Allo stato delle cose direi che lo scarto principale che stiamo vivendo è la transizione dal passaggio dai social media (di cui abbiamo tanto parlato, perché erano media alla cui interfaccia veniva aggiunta la capacità cognitiva delle persone) ai media autointelligenti.

C’è molto da scoprire ancora sugli scenari che ci attendono. Ma personalmente credo che dovremmo mettere in agenda questa veloce transizione (chiamandola come ci pare) senza credere a chi ci dice che vedremo i robot e le auto intelligenti tra 10 anni.
Piuttosto dovremmo renderci conto che non ci sarà mai un momento in cui diremo: «ecco ora abbiamo le auto che si guidano: sono la norma» oppure «ecco i Robot sono la norma».

Le auto e i robot (e l’intelligenza artificiale e tutto il resto) sono già qui, ci abitueranno lentamente -e per impercettibili step- a considerare il cambiamento normale.

Magari sbaglio ma se sei curioso ti lascio qualche link. A partire da questo articolo di Science: Robots have gone from being a topic of science fiction to becoming an integral part of modern society .

Oppure da questo di Forbes: How Driverless Cars Will Take Over Roads, Hearts And Minds

Pubblicato il Business, Digital literacy, Education, Future, Politology |

Le costanti delle recensioni (da TripAdvisor a tutto il resto)

Tripadvisor In 140 caratteri: «Come utilizzare le recensioni per migliorare servizio, offerta e comunicazione» Tweet this!

Come scrivevamo un po’ di tempo fa, «le recensioni sono un fattore di sistema nell’economia di rete» e sono sempre più importanti nelle decisioni di acquisto, dai viaggi ai libri, da dove mangiare all’elettronica di consumo.

Ovviamente quando un fattore diventa importante, molti cercano di aggirare il sistema o di forzarlo in qualche modo. Molti casi sono esagerati, ma l’ultimo finito sotto il mio radar contiene tra l’altro qualche dato, che andrebbe verificato sebbene dia un’idea: «Prima di prenotare un albergo 3 italiani su 4 consultano TripAdvisor. Secondo uno studio di PhoCusWright, di qualche anno fa, gli italiani sarebbero gli utenti più appassionati: il 41% visita il sito almeno una volta alla settimana».
Ovviamente queso fa gola a molti. Il succo è: Recensioni positive a pagamento su TripAdvisor, 270 euro per 15 commenti

Nel pezzo di qualche tempo fa, invece, si ragionava a più ampio raggio. Facevamo il caso di Amazon, di TripAdvisor e di AirBnB. Il post era questo: Dai viaggi, al gusto, ai libri. Tecnica e strategia delle recensioni nell’economia della condivisione.

Rendere utili le recensioni
Il fatto stesso che sia diventato uso comune valutare «l’esperienza degli altri» prima di decidere cosa e dove comprare è dimostrato dal crescente interesse anche della massa (persino Marie Claire ha pubblicato ieri una lunga guida intitolata: TripAdvisor è davvero affidabile?).

Ma al di là dell’esperienza empirica (tutti noi abbiamo sviluppato una sorta di «ragione critica» quando leggiamo le recensioni su TripAdvisor, su Amazon, sulle pagina Facebook e sulle mille altre applicazioni disponibili), si può fare un passo avanti e utilizzare in maniera efficace quanto emerge dalle esperienze dei clienti.

Molti di noi tarano una media e stabiliscono quali parametri utilizzare, in base alle proprie preferenze e -sempre più spesso- persino analizzando toni e argomenti dl recensore. Immaginiamo di mettere questa pratica a sistema.

La Scienza comincia a venire in aiuto
L’Harvard Business School pubblica invece uno studio che merita attenzione. Soprattutto se -lato marketing o lato gestione delle strutture ricettive- si vogliono utilizzare le recensioni per migliorare servizio, offerta e comunicazione.

Utilizzando strumenti come il natural language processing e il machine learning (ovvero l’analisi del linguaggio naturale e la capacità di apprendere dell’intelligenza artificiale) i dati che emergono dalle recensioni diventano comprensibili e utilizzabili in maniera molto più efficace.

Le costanti delle recensioni
Analizzando un campione non enorme ma probabilmente significativo di Hotel russi, sono state individuate alcune costanti nelle recensioni.

Ad esempio, e questo conferma spesso l’esperienza intuitiva di molti di noi, le recensioni negative sono il più delle volte concentrate su un unico aspetto che ha infastidito il cliente, mentre -al contrario- quelle positive finiscono per raccontare una quantità di dettagli maggiore che hanno colpito il viaggiatore.

Non è difficile usare la saggezza popolare per raccontare che spesso il diavolo (e il business) è alla cura di dettagli. Ma da un punto di vista professione si sta aprendo una nuova strada utile per analizzare i dati e migliorare la nostra cultura dell’accoglienza.

L’abstract -con diversi altri insight puoi leggerlo qui: Understanding Online Hotel Reviews Through Automated Text Analysis (per l’intero studio bisogna registrarsi).

Pubblicato il Business, Digital literacy, Future, Storytelling |

La relativa irrilevanza dell’hardware

ciclo di vita dell'hardware In 140 caratteri: «Per usare internet diminuiscono le richieste hardware e questo incide sul mercato» Tweet this!

Sebbene il primo computer (se si può ancora chiamare tale) entrato a casa mia sia stato un Commodore 64 agli inizi degli anni ottanta, il mio primo “vero” PC era una supermacchina per l’epoca: qualcosa tipo 20 Mb di hard disk (l’equivalente del peso di una discreta foto oggi); ma -soprattutto- aveva 986 kb di RAM. Una bomba.

Da allora, legge di Moore a parte, il mercato dell’hardware ci ha abituati a seguire una regola semplice: ogni due o tre anni dovevi cambiare PC (o Mac) per poter supportare le richieste di software sempre più potenti.
L’aggiornamento della «macchina» era persino più rapido per i gamer e per chi si occupava di grafica o di montaggio video.

«Oggi questo ciclo per i PC», spiega Matt Weinberger, «si è allungato in media fino ai 4 o persino ai 6 anni». E la stessa cosa vale più o meno per i tablet e gli smartphone.
Non a caso, per prendere un esempio facile, il «il ciclo di sviluppo degli iphone» (un modello radicalmente nuovo ogni due anni, e uno evoluto nell’anno di intervallo) si sta allungando ai tre anni.

Cosa sta accadendo
Con buona pace di Steve Jobs (che diceva: «se vuoi lavorare seriamente sul software devi farti il tuo hardware») quello che sta cambiando le carte in tavola, secondo Matt, «è molto semplice».

«La gente», argomenta, «è sempre meno interessata all’hardware e al software. Mentre invece concentra l’utilizzo sulle web app e sui servizi web, di cui aziende come Google e Amazon hanno fatto il loro cavallo di battaglia».

«Perché dovresti spendere 800 dollari per comprare l’ultimo iPhone quando su uno smartphone da 200 dollari puoi usare Facebook esattamente nello stesso modo?»

E, come se fosse una conclusione, mette un inciso interessante (che in parte spiega il cambio di strategia che stiamo vedendo nei Grandi Produttori, la “mela morsicata” per prima): «Questo scenario sta mettendo pressione ai costruttori di hardware, in particolare a quelli che contavano su margini operativi ampi, come Apple».

Il ragionamento di Matt è più strutturato della mia sintesi, ma fatti un’idea: Google and Amazon are slowly killing the gadget as we know it

Però questi sono ancora solo sintomi
Al di là delle app, che stano diventando -per esempio- anche un forte canale di distribuzione delle news negli Stati Uniti, c’è un fenomeno di cui il grande pubblico conosce ancora poco ma che -a quanto pare- è destinato a diventare una tendenza importante: i bot, che nascono e vivono dentro e fuori le app.
E sono un prodotto diretto sello sviluppo dell’intelligenza artificiale, che segna il passaggio dell’innovazione dalla parte visibile di Internet verso il motore invisibile che c’è dietro.

I bot potrebbero rivoluzionare molte cose, dal modo in cui ci informiamo al modo in cui prendiamo le nostre decisioni di acquisto, ma anche il branding delle aziende.

Se vuoi saperne qualcosa di più, qui c’è una buona panoramica: How bot-to-bot could soon replace APIs

Oppure, per approfondire: Would you trust a bot? Conversational commerce depends on it

È interessante osservarne anche l’aspetto relazionale: How happy chatbots could become our new best friends

Infine, se ti interessano i principi del design di bot, questa è una lettura che merita: Why chatbots should be more like R2D2 than C3PO, and other lessons for Silicon Valley’s hottest trend

Pubblicato il Business, Future, Publishing |

Due note sulla salute dei libri

ebook In 140 caratteri: «Le tendenze importanti nel mercato dei libri» Tweet this!

«L’ultimo libro a rientrare nel sempre più ampio genere letterario dedicato alla storia e alla capacità di sopravvivenza della carta», scrive il Post, «è Paper: Paging Through History di Mark Kurlansky».

L’articolo è bello e godibile, ad ampio raggio e fa una buona panoramica. La tesi centrale è che la carta non morirà, sebbene messa in crisi da tecnologie più efficaci: «Migliaia di cartiere hanno chiuso, vengono venduti milioni di iPad e di Kindle e le grandi catene di librerie sono in difficoltà. Google, poi, è diventato il nostro dizionario. Quando è stata l’ultima volta che avete ricevuto una cartolina? O che avete trovato un elenco telefonico davanti al portone di casa?»
Leggi tu stesso e fatti un’idea: Non è ancora arrivata la fine della carta

Dati che non lo erano
È vero che gli ultimi dati diffusi, soprattutto negli USA, raccontano di un rallentamento della crescita nelle vendite di ebook. Ma, come è noto da anni, per leggere i dati serve un po’ di contesto. Le cifre ufficiali, infatti, non conteggiano l’esistenza (né le vendite) di centinaia di migliaia di titoli pubblicati in self-publishing e che, non avendo registrazione di alcun tipo (ad esempio l’ISBN), sono totalmente fuori dal radar.

E ragionevolmente hanno un impatto non lieve sulla vendite complessive. Che non va trascurato.

La tangenziale e il medio periodo
Qualche giorno fa, parlando di droni, portavamo ad esempio la costruzione di una tangenziale. La delibera arriva magari oggi, però a occhio e croce dovremo aspettare una decina d’anni perché sia utilizzabile. Con la tecnologia non abbiamo la stessa pazienza e spesso -guardando ai dati del presente- siamo incapaci di valutarne l’impatto nel medio periodo.

La tecnologia è comportamento, ovvero modifica le nostre abitudini (e spesso anche la nostra morfologia: al di là del nostro cervello anche le nostre mani, almeno secondo alcuni scienziati che hanno osservato le conseguenze dell’uso sempre più frequente di smartphone e tastiere).

Se si accetta questa ipotesi è facile aggiungere contesto anche ai dati che osservano la preferenza dei millnnials per la carta. Vengono da un sistema educativo che è totalmente fondato sulla cultura della carta. e cambiare abitudini radicate da secoli può richiedere il tempo utile per vedere realizzata la nostra tangenziale.

E -a proposito della scuola e del sistema educativo vincolato al XX secolo- ti lascio un link bonus. Una bella riflessione di Tullio De Mauro: La scuola rivoluzionaria è quella che insegna a risolvere problemi nuovi

Le tendenze, non i dati
Se guardiamo alle tendenze e non ai dati di stock, scopriamo che il problema della carta non è solo una questione di attitudine al nuovo comportamento. Ci sono due tendenze, in particolare, che sembrano molto rilevanti e che non vanno sottovalutate.

La prima riguarda quello che noi analisti chiamiamo «spazio sugli scaffali». Lo spazio sugli scaffali in un dato Paese è il metro di quanti titoli di carta può trovare un lettore. Ora, tutti abbiamo notato sicuramente che le grandi catene di librerie non vendono più libri, ma fanno multimerchandising. Ovvero: ci trovi di tutto, anche i libri.
Ma lo spazio dedicato ai libri diminuisce ogni anno. E questa per gli editori non è una buona notizia, poiché se diminuisce lo spazio sugli scaffali diminuisce in proporzione la probabilità di venderli.

Poi c’è il dato socioeconomico e geografico: magari se guardi la prospettiva da Milano o Roma non te ne accorgi, ma nei centri piccoli o medi diventa sempre difficile trovare una libreria. E in generale, con la diminuzione dello spazio sugli scaffali diventa sempre più difficile trovare titoli di catalogo e/o di nicchia.
In parte questa situazione è mitigata dalle librerie online. Ma chi si abitua a comprare online, empiricamente, finisce per capire subito che l’ebook è più economico e ti arriva in 10 secondi.

Il margine di competitività degli ebook
Gli ultimi report americani (proprio quelli che sostengono il calo degli ebook) riportano invece la seconda tendenza interessante.

Come molti analisti avevamo previsto anni fa, il self-publishing (con la sua concorrenza centrata sull’abbassamento dei prezzi) sta cominciando a sradicare la resistenza dei grandi editori, che tendevano a mantenere alto il prezzo alto degli book.
Ebbene, a quanto pare dopo anni di linea dura, il prezzo medio di un ebook dei Big Five (i 5 maggiori editori degli USA) è improvvisamente calato di un paio di dollari in media.
È la pressione verso il basso dei pezzi indotta dal slf-publishing. Ma anche la controprova dell’importanza di un mercato non monitorato dai dati ufficiali.

Se vuoi saperne di più: Nielsen Unveils Book Industry Year in Review. Oppure: Author Earnings Posts New Report on Big Five Ebook Pricing

Una buona notizia
Per chiudere, ti lascio uno studio che pare dimostrare un fatto interessante: i ragazzi cresciuti in una casa piena di libri sono potenzialmente destinati a guadagnare di più nella loro vita adulta: Children who grow up with books earn more, study finds

Pubblicato il Education, Future, Publishing, Storytelling, Writing |

I Droni e la Forma del Mondo

Droni In 140 caratteri: «L’adozione di una serie di nuove tecnologie potrebbe trasformare la struttura intrinseca delle nostre città» Tweet this!

Negli ultimi vent’anni di accelerazione dell’innovazione c’è stata -tra le altre- una costante: i nuovi prodotti e i nuovi servizi hanno messo in crisi tutto il sistema di regole preesistenti.

Per fare qualche esempio macro, il digitale ha stravolto la logica di qualsiasi regolamentazione di diritti d’autore. Le tecnologie hanno scardinato i modelli precedenti (pensa agli Mp3 o allo streaming).

Oppure possiamo fare esempi precisi: Uber, la maggior compagnia di Taxi, non ha auto e tutti ricordiamo i dibattiti verso coloro che tradizionalmente avevano una licenza. AirB&B non ha alberghi, e si muove negli interstizi di norme preesistenti. Ma pensa anche agli ebook, che stanno disintegrando la logica dei diritti geografici nei contratti degli editori -poiché un libro americano e un libro coreano sono allo stesso click di distanza.

D’altro canto più di qualche studio dimostra che i grandi imperi economici (da Rothschild a Ford ecc.) sono stati costruiti in condizioni in cui l’innovazione sfruttava la mancanza di regolamentazione in nuovi settori.
Solo che oggi sta accadendo sempre più in fretta.

Oh Oh mi è sembrato di vedere un Drone
I Droni – veicoli in grado di volare senza pilota, a controllo remoto- sono una nuova sfida per i legislatori. Il caso più famoso probabilmente è quello di Amazon (di cui avevamo parlato), che sta progettando un sistema di consegna rapidissima via aerea.
Non è facile, perché come è accaduto con i tassisti e Uber, nel mondo occidentale cambiare o adeguare delle norme va anche contro interessi preesistenti.

Negli USA, l’anno scorso la FAA (US Federal Aviation Administration) ha approvato il primo servizio di consegna via Drone, per una startup australiana. Ma è difficile pensare che molti Paesi siano pronti ad accettare migliaia di droni di Amazon che fanno su giù per i cieli.

Anche in Italia l’ENAC sta adeguando le normative, richiedendo (in base alla classificazione dei Droni) licenze e piani di volo o (in base all’uso) abilitazioni. Che ad esempio possono riguardare l’uso professionale, come quello dei fotoreporter.
Da notare che ci sono stati casi -nel mondo- in cui l’invadenza dei droni in caso di disastri (incendi, ecc.) ha portato a dare “facoltà di abbatterli”.
Se vuoi saperne di più, questa scheda di Wikipedia è molto chiara: Aeromobile a Pilotaggio Remoto.

Le cose in realtà stanno succedendo in Africa
L’Africa è il miglior terreno di coltura per lo sviluppo e l’utilizzo dei Droni. La prima ragione è che i governi sono molto più flessibili nell’adozione di nuove soluzioni tecnologiche, non avendo apparati tradizionali da difendere.

La seconda è che la mancanza storica delle infrastrutture di base (strade, gas, elettricità, acqua) ha reso preferibile fare direttamente il salto. Molti paesi del continente -ad esempio- hanno saltato il passaggio della costruzione di un sistema di telefonia fissa passando direttamente a quello -più efficace ed economico- della telefonia mobile.

Inoltre la carenza di infrastrutture massimizza l’efficacia dei Droni, per raggiungere zone isolate in modo veloce e relativamente economico.

Così non è un caso che il governo del Rwanda ha firmato un accordo con Zipline (una startup americana) per la consegna (via Drone) di sacche di sangue, vaccini e medicinali nelle zone rurali.

Jonathan Ledgard (dela società svizzera Afrotech) è convinto che i Droni siano il futuro prossimo e che ne beneficeranno i più bisognosi. «È inevitabile», dice, «che in un pianeta sovrappopolato e con risorse scarse, si faccia un uso sempre più intensivo del cielo. Con velivoli robot che trasportano i beni in maniera più veloce, rapida e precisa».
Se vuoi approfondire: Rwanda chosen for world’s first ‘drone-port’ to deliver medical supplies.

Intanto in Rwanda si sta costruendo il primo Droneport, ovvero il primo aeroporto per droni, progettato dal noto studio di architettura britannico Foster+Partners: Star architect designs the world’s first ‘airport for drones’

Le nostre città, domani
L’adozione di una serie di nuove tecnologie potrebbe trasformare, nei prossimi anni, persino l’urbanistica e la struttura intrinseca delle nostre città. Con una buona regolamentazione, che ne esalti i vantaggi, i trasporti su gomma (inquinanti e parte del traffico) comincerebbero a rivelarsi antieconomici e i Droni apparirebbero una soluzione rapida, efficace e pulita. Ma serviranno le infrastrutture e una politica di sostegno.

La stessa cosa vale per le auto che si guidano da sole (su cui, oltre a Google, stanno investendo i principali costruttori e persino Apple). Tutte queste tecnologie convergenti potrebbero ridisegnare nel futuro prossimo la forma e la sostanza delle nostre città.
Così come i trasporti pubblici automatizzati.

Io credo che lì, dietro la curva, si nasconda una sfida importante per i nostri legislatori e i nostri amministratori locali. È un fenomeno che va seguito con attenzione.

E che probabilmente arriverà prima della fine della costruzione di una ipotetica tangenziale che, finanziata oggi, vedremo solo tra dieci anni.

Pubblicato il Future, Politology |

5 cose su come una «piccola scelta» di Facebook cambia radicalmente l’uso della Rete

Facebook Reactions In 140 caratteri: «Abbiamo ottenuto 330 like, ben 190 love, addirittura 80 ahah e 200 wow, ma anche 60 sigh» Tweet this!

Era tempo che se ne parlava. Da anni si discuteva sul pulsante «dislike» (“non mi piace”) su Facebook e del perché fosse pericolosissimo introdurlo.
Il team di Zuckerberg ha trovato una soluzione morbida introducendo le Reaction, ovvero la possibilità di esprimere sentimenti diversi rispetto a quanto si condivide. In maniera un po’ fumettistica (all’«haha» al cuoricino).
Cuoricino che dai primi dati sembra il più gettonato.

1. Il battito di una farfalla di Zuckerberg cambia la vita di milioni di social media manager
La più bella che ho letto è di Achille (su Facebook, non pubblica, non linkabile): «E nessuno pensa al povero social media manager che fino a ieri chiamava il cliente tutto contento dicendo “Con la foto di stamattina abbiamo fatto 1000 like!” e ora dovrà compilare un report scrivendo “Abbiamo ottenuto l’ottimo risultato di 330 like, ben 190 love, addirittura 80 ahah e la notevole cifra di 200 wow, segnaliamo anche 60 sigh che sono da considerarsi una reazione fisiologica e 140 grr che però andrebbero contestualizzati”».

2. Facebook entra nell’adolescenza, con i brufoli e il Topexan
Dice Giovanni: «Così sarà possibile monitorare meglio ed in modo più automatizzato le nostre reazioni emotive ad un post ed ottenere maggiori reazioni “facili” ai contenuti: sentiment ed engagament assicurati.
Ma anche lo svecchiamento di un ambiente pensato per la positività. Benvenuti nell’età adolescente di Facebook».

3. Occhio alle reazioni
Quando cambia un’interfaccia -specie se usata da oltre un miliardo di persone- la prima reazione è sempre quella di disordine e di disapprovazione. Poi ci si abitua e l’intero ecosistema si adegua.
Il punto, qui è che stiamo parlando di un ecosistema che -come raccontava Emily Bell ha impatto forte sulle persone (le notizie non sono più quelle dei giornali, ma quelle che Facebook ritiene rilevanti per noi) e sull’editoria tradizionale.
Fatti un’idea: Publishing is over. Obviously this isn’t true: publishing is actually flourishing, just not for publishers

4. Le metriche, le maledette metriche
Io -come tanti altri- da una decina di anni insisto sul fatto che uno dei problemi di Internet è renderla misurabile.
Dopo la scelta suicida di Twitter di eliminare il counter dai pulsanti di condivisione, sono curioso di capire come Facebook adatterà i suoi pulsanti agli HAHA o oppure ai Cuoricini.
Qualcosa si inventeranno credo. La gente ha bisogno di feedback.

5. Le mie preferenze personali, per irrilevanti che siano
La ricerca, in maniera stranamente unanime ha dimostrato che l’eccesso di scelta porta sempre più a una non-scelta. Sarà interessante vedere come la gente si comporterà -ci vorranno mesi, suppongo, per avere una linea statistica definitiva.

Io personalmente preferisco le interfacce pulite con scelte semplici. Ma va anche detto che io non sono miliardario come Zuckerberg e per questo ci sarà una ragione.

Tocca stare a osservare ed essere attenti. Soprattutto se ci occupiamo di comunicazione, perché non è un cambiamento da sottovalutare. (se dura).

Pubblicato il Digital literacy, Education, Future, Journalism, Publishing, Storytelling, Writing |

Istruzioni per sfruttare i «micro-momenti» del Mobile

mobile moments In 140 caratteri: «I micro-moments e l’attenzione sul Mobile» Tweet this!

Alcuni dati, en passant, che sono diventati probabilmente già vecchi perché sono di diversi mesi fa. Ma che servono -forse- a dare un’impressione generale e introduttiva.
Non prenderli alla lettera (io stesso non mi prendo la briga di superare i miei appunti e andarmi a ricercare la fonte).
Sono solo un sintomo di una tendenza che, come dice Joe Wickert, non è destinata a invertirsi.

Il mobile a volo d’angelo
Il primo aspetto è quello dei giornali e di come produrre informazioni con strutture diverse, destinate alle modalità di attenzione che lo strumento cambia, rispetto al Web e alla carta. Qui il mantra è decisamente cercare di sfruttare un approccio che sembra sempre standard.

Dice Joe, ribadendo cose note ai più, che consultiamo in media la smartphone 150 volte al giorno, con una media di utilizzo di un minuto per volta. Ma spesso il tempo è inferiore, o leggermente superiore, dato che si tratta di una media.

Ma sul versante delle news forse non abbiamo ancora trovato un modo efficace (oltre ai newsfeed di Twitter e Facebook) per la distribuzione. E soprattutto non abbiamo ancora imparato bene a progettare i testi (intensi in senso ampio, come video, immagini ecc.) per questo tipo di modalità in rapidissima evoluzione.

L’esempio pratico del Turismo, o della scelta di acquisto
Secondo uno studio recente, quando è in viaggio, il 94% degli utenti “mobile” ricerca informazioni sul territorio locale e usa i dispositivi portatili per scegliere dove mangiare

Poi conta molta l’importanza del fattore “esperienza” come condizione determinante nella scelta delle mete e del cosa fare da parte dei viaggiatori.
Il turista di oggi -in fondo- non è più interessato all’acquisto di pacchetti vacanze ben definiti, ma vuole essere ispirato, sorpreso ed incuriosito.

Inutile dire che questa logica si applica, con qualche correzione, ai business locali e alla scelta di prodotto di consumo.

Ragionare per «micro-momenti»
Non fidarti della mia sintesi, ma sfrutta -come al solito su questo blog- i link di approfondimento.

Joe fa un quadro analitico (e in parte operativo) con dati più interessanti e precisi: Maximizing mobile micro-moments.

E soprattutto segnala qualcosa che magari a qualcuno di noi è sfuggita, ma che vale la pena studiare. I consigli di Google: Micro-Moments: Your Guide to Winning the Shift to Mobile (PDF).

Come link bonus, una lettura che c’entra solo lateralmente, ma che pure riguarda la nostra necessità di adattarci a un ecosistema dell’informazione (e dell’attenzione) che evolve spesso più veloce di noi: The answer to a world where attention is the key constraint isn’t Big Media – it’s the Influencer Curator

Pubblicato il Business, Digital literacy, Education, Journalism, Publishing, Storytelling, Writing |