Mario Calabresi: «I giornali sono più importanti di quanto i giornalisti pensino: plasmano il senso di una città.»

mario calabresi In 140 caratteri: «Un giornale deve restare fedele al suo DNA: informazione di qualità, che però non deve morire solo sulla carta»
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#TheMakingOfaNewBook #6. Conversazioni precedenti: Federico BadaloniRichard Nash. (Se non vuoi perdere le successive, Iscriviti).

Mario Calabresi. Bio | La Stampa

Mario, tra le tante cose, è direttore de La Stampa. È difficile per me riassumere la conversazione, perché non è nata da vere domande e risposte, quanto da un suo ragionamento generale e complessivo.
La organizzo per temi, basandomi soprattutto sulle cose che interessano me (e i lettori di questo blog). E sperando che la mia sintesi sia all’altezza.

L’informazione, oggi
«Per prima cosa dobbiamo ammettere che Internet sta cambiando molto il modo in cui lavoriamo. Da un lato la platea aumenta enormemente, ha rotto i confini territoriali e nazionali. La Stampa, su carta, aveva due terzi di lettori nel nord-ovest.
Nel digitale oggi Torino è diventata la terza città per lettori.
Ci sono infinite possibilità di fusione, ma la rete ha moltiplicato le voci, ha accresciuto il rumore di fondo, ha generato sovrapposizioni.

Internet ha sgretolato un modello con cui informazione coincideva con i giornali, facendo sviluppare forme di informazione migliori come peggiori. Ci sono casi di eccellenza, specie in realtà diverse dall’occidente come la Siria.

Io non credo che il citizen journalism sostituisca il giornalismo professionale, ma dobbiamo prendere atto del fatto che ormai ci sono molti prodotti di informazione che non nascono col business model tradizionale ma fanno il loro lavoro in modo egregio, quando permettono approfondimenti, qualità».

Il futuro dei giornali
«Il modello digitale», dice, «può crescere nel prossimo futuro. Domani continueremo a crescere sull’online, in certa misura, ma dipende dalle capacità che avremo di farlo. Non si replicherà il vecchio schema basato sulla pubblicità tabellare, sui classified e sulle altre cose cui siamo abituati.

L’unico modo di garantire un futuro sarà moltplicare le fonti di ricavi. Usare insieme la carta, il digitale, gli abbonamenti. Sfruttare la diffusione dei tablet. Se vuoi sopravvivere dovrai essere capace di di utilizzare il valore dell’informazione che hai,in diversi contesti: educational, convegni, eventi, dibatti, eccetera. L’informazione diventa fonte di possibili ricavi in tutti i modi in cui saprai utilizzarla.

Dovrai moltiplicare le occasioni. Un giornale non deve fare nuovi mestieri, deve restare fedele al suo DNA. Deve produrre informazione di qualità, che però non deve morire solo sulla carta. Può essere monetizzata in altri modi, senza perderne il valore».

Un giornale e la sua città
Poi c’è un punto sui abbiamo discusso spesso con tanti amici, da Mario a Lucia, da Sara a Carlo. È un mio vecchio pallino: la convinzione che un giornale locale (anche quando è contemporaneamente un importante quotidiano nazionale), abbia una grande importanza nel modo in cui una comunità si percepisce.

Così forse la frase di Mario che più mi ha colpito è questa: «i giornali sono più importanti di quanto i giornalisti pensino, nel plasmare il senso di una città. I giornalisti devono sentire questa responsabilità».
E, sintetizzo quello che il Direttore ha detto in modo più articolato: i giornalisti devono farlo capendo ciò che è importante per il cittadino, non ciò che per routine spesso un professionista dell’informazione crede sia importante.

«Un giornalista», mi ha detto, «deve essere capace di raccontare la comunità assumendo il punto di vista del cittadino. e qui non è detto che sia importante ciò che accade alla comunità politica, o alle fondazioni bancarie. Molto spesso alla comunità interessano la visione e le cose che contano per il quotidianoi: anche i vigili, gli autovelox, e le cose che entrano nella giornata di chi vive la città».

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Piccole città, grandi Smart City

smart city In 140 caratteri: «Non si fa una città smart senza cittadini smart» Tweet this!

È sempre stata una mia fissa, dai tempi in cui organizzammo Potenza Smart (nella foto Derrick de Kerckhove sul suo monopattino trolley, prima della  sua lectio magistralis).

La mia convinzione, banale se vuoi, è che in ambienti socialmente meno frazionati rispetto alle metropoli sia più facile innescare processi di innovazione.
Perché non servono investimenti costosi in infrastrutture, ma può essere detonante anche solo connettere le intelligenze delle persone.

Hey, costruivamo le città in collina, o come Ikea, agli incroci delle autostrade
Io, come sa chi mi conosce, mi ostino a vivere a Potenza pur lavorando quasi ovunque tranne che a Potenza. La colpa è in parte di un ragazzo belga di cui non ricordo il nome, ma anche del mio modo di vivere questa piccola città.

Potenza è lì, a una quota ambigua tra montagna e collina, costruita in altezza perché i palazzoni hanno meno paura di sfidare i frequenti terremoti che non delle necessità derivanti dal sempre più scarso terreno edificabile. Praticamente mi stanno costruendo un nuovo quartiere dentro il garage, e io abito al limitare dei boschi.

Per quanto io ci metta meno ad arrivare all’aeroporto di Napoli rispetto a quanto può metterci un romano di Roma Nord ad arrivare a Fiumicino, uno dei nostri crucci sono sempre stati la viabilità e le infrastrutture.

(Io poi che vado spesso a Urbino sono un esperto di collegamenti tra città non collegate e ogni tanto uso la battuta: «Da dovunque tu parta, per arrivare a Urbino ci vogliono 7 ore»).
Potenza è un po’ meglio. Almeno ha la stazione e un treno (il 707) che ha avuto un gruppo di osservazione su Twitter che ne monitorava i ritardi e le leggende metrpolitane. Ma questa è un’altra storia.

La collocazione, e la mancanza di infrastrutture erano strategiche. È, oggettivamente, un problema. Ma forse non è il problema. La qualità della vita in gran parte dipende da altro.

Così sono giorni che rifletto su quanto Victor W. Hwang raccontava di Halifax. Halifax, scommetto, è una città che devi googlare come metà degli italiani devono googlare Potenza. Però scrive Victor, «il destino economico di una città è spesso determinato dalla fortuna».  È la posizione geografica di Halifax è stata molto fortunata, poiché era al centro di grandi traffici.
«Ma la fortuna», scrive, «Non è una strategia a lungo termine». Anche perché ora i “grandi traffici” sono le informazioni e le idee, non tanto le merci e le strutture. Non nell’occidente moderno.

La fortuna non è una strategia a lungo termine
Come sta facendo Halifax, dovrebbero fare Potenza e tante altre piccole città. L’importanza (e ne ho scritto spesso, qui e qui ad esempio) è tutta nelle persone, nella cultura (non intesa come babbionismo bibliografico, ma come mentalità).

«L’era moderna dell’economia contemporanea», dice Victor, «ha regole differenti dal passato». Non si costruisce più sulle vette (per la difesa) o ai crocevia (per gli scambi commerciali).  Quelle erano le risorse scarse di prima. Oggi le risorse scarse sono diverse: l’utilizzo intelligente dell’informazione e la capacità di far circolare le idee dei cittadini e di metterle in valore.

Le regole dei cittadini smart
Molti usano l’inefficienza della Pubblica Amministrazione o della politica come alibi, ma se non cambiano i cittadini, la città non sarà mai smart. Non può essere una città intelligente senza l’intelligenza dei cittadini.

Victor propone una lista su cui tutti dovremmo riflettere. due punti più degli altri. «Sii positivo» e «Sfida il pessimismo».
Ma fatti un’idea da solo: How To Create Innovation Culture? Halifax Tries Something Bold

E, se sei arrivato fin qui, dai un’occhiata a questo: The Seven Habits of Highly Effective People

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Pace alla nostra anima Digital Punk

cluetrain In 140 caratteri: «Non si può più scrivere un libro su Internet. Si possono scrivere libri su quanto Internet ha cambiato singoli aspetti delle nostre vite» Tweet this!

A quanto pare Doc e David (due che non rivedono il layout del loro sito da tempo immemore), hanno rimesso mano al Cluetrain Manifesto, aggiornandolo al 2015.
Il tutto con la complicità di Dave (che ne ha fatto un listcle).
Tre mostri sacri dell’internet dei pionieri tornano insieme.

Il «Cluetrain» spiegato ai navigatori di oggi
Erano altri tempi, ragazzi. A differenza di oggi, non esisteva letteratura sul digitale e quei pochi che ne scrivevano sui giornali o nei libri erano gli stessi che «facevano l’Internet». Il web era ancora assai rudimentale («brutti siti con brutte foto di gatti», diceva Shirky) e moltissimi ne leggevano su carta. In Italia avevamo settimanali come Panorama Web (Anna, Luca, ricordate?) e mensili come Internet News (Sergio?). Roba di carta che ci serviva a scoprire le cose in rete, per quanto paradossale possa sembrare oggi.

Il Cluetrain Manifesto, nella relativa scarsità di testi che raccontavano Internet, divenne subito un punto di riferimento. Ricco di intuizioni che solo dopo 15 anni sembrano scontate persino alle aziende («I mercati sono conversazioni», tanto per citarne una), era una specie di Bibbia che tutti, andando in giro a raccontare la rete, prima o poi citavamo.
Ispirato all’etica hacker e a buoni principi e aspirazioni per un mondo migliore, il Cluetrain raccontava -prima che le cose accadessero- quello che avremmo potuto fare con Internet. È, a suo modo, un piccolo poema di libertà, innovazione, tolleranza e circolazione delle idee.
Ci credevamo in molti, ma non avevamo fatto i conti con la nostra impreparazione. Lo strumento è talmente potente che forse le nostre culture (e per conseguenza il nostro essere individui) non erano pronte a usare. Magari lo saranno in seguito.
Anni dopo, Bruce Sterling fece una profezia più cinica, dicendo: «avremo l’Internet che ci meritiamo»

I nuovi «Clue»
Sono una miniera di stimoli, uno per uno, con anche la giusta dose di tono scherzoso e di ironia. E includono un po’ di cose che avremmo potuto immaginare, ma non avevamo ben immaginato. La rete alla fine è fatta dalle persone (quasi uno dei principi fondativi) e le persone sono le persone che sono. A volte belle, a volte cattive, a volte cariche d’odio.
Internet è la gente, non la tecnologia. E sebbene alcuni punti siano forti e incontrovertibili (vedi quello della foto), sfogliando uno per uno il listicle di Dave ho avuto un po’ di sensazioni.

Mixed feelings. O dei tempi andati.
La prima sensazione che ho avuto è che l’etica che informava i primi pionieri (libertà di espressione, ostilità verso il copyright, amore per il libero dominio, circolazione delle idee) oggi debba fare i conti con una realtà più complicata di quella che ci aspettavamo.
Leggere (e condividere profondamente) alcuni clue mi ha fatto sentire un po’ “punk”, nel suo valore di «ingenuo» (o naïf se preferisci). E mi è tornato in mente un vecchio paginone del Manifesto (mi pare che fosse il Manifesto) in cui c’era una mappa del pensiero italiano su Internet e io venivo inserito tra i «tecno-ottimisti». In buona compagnia peraltro.

Le cose che sono cambiate
Oggi Internet è una cosa molta diversa. Non si può abbracciare in una serie di tesi, o in un libro come abbiamo fatto in passato. È talmente trasversale in tutto che comincia a sembrarmi sbagliato anche solo trattarla come un oggetto narrabile. Oggi Internet non esiste, esistono i cambiamenti che Internet porta in tutti gli aspetti della nostra realtà. Dal lavoro alle automobili, dai frigoriferi agli occhiali.
Non si può più scrivere un libro su Internet. Si possono scrivere libri su quanto Internet ha cambiato noi e alcuni aspetti del nostro lavoro, delle nostre vite. Internet in sé non è più un argomento intellettualmente affrontabile.
Non è più un aspetto della nostra realtà. È il sistema operativo della realtà tutta.

Schumpeter, il digital-punk e i servizi industriali
Mentre il primo Cluetrain Manifesto indicava regole generali (cui sarebbe stato bene attenerci, forse), i nuovi «Clue» oscillano tra il generale e il particolare, finendo persino a citare le «Corporation» che in qualche modo posseggono le nostre identità. Certo, dicono che «internet è di tutti e deve restare tale», ma la realtà che osserviamo non rispetta le nostre aspirazioni.

I grandi servizi di rete hanno bisogno delle persone per essere utili, e per avere tante persone servono i capitali di grandi gruppi industriali. L’innovazione, anni fa, partiva da una cantina, da un’idea, da un garage, da un omino che aveva un’idea e metteva su un sito (vedi Flickr, ad esempio).
Erano altri tempi. Oggi dobbiamo imparare a difenderci, a combattere le battaglie che l’etica originaria di Internet ci indicava per vinte.
La privacy, il controllo delle nostre identità, i servizi che ci aiutano online. Tutto questo -forse- non è più riassumibile in dichiarazioni di principio.
Dobbiamo lavorare sulla cultura per portarla al livello di potenza degli strumenti che abbiamo. Per creare consapevolezza.
Per cercare di mantenere la bellezza che tanti di noi vedevano nella prima Internet. Quella un po’ punk, un po’ ingenua, un po’ naïf. Che però ci piaceva tanto.
Fatti un’idea: Cluetrain: The listicle

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Federico Badaloni: «Il problema principale per gli innovatori è quello di comprendere la cultura prima di dare forma alla tecnologia»

Badaloni In 140 caratteri: «La tecnologia si sviluppa soprattutto nelle culture che sanno dare valore agli errori e alle nuove sperimentazioni»
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#TheMakingOfaNewBook #5. Prossima conversazione: Mario Calabresi, precedente: Richard Nash. (Se non vuoi perdere le successive, Iscriviti).
L’intervista completa in inglese è molto lunga, se vuoi leggerla in versione integrale la trovi qui.

Federico Badaloni. Bio | Blog

In che modo la tecnologia e la cultura si stanno ridisegnando?
La cultura ha molto a che fare con la capacità di identificare i nostri bisogni, mentre le applicazioni della tecnologia lavorano per cercare le soluzioni.

L’innovazione si appoggia spesso alla metafora secondo cui una cultura è capace di immaginare il futuro. E ogni metafora è un modo di chiederci «cosa succederebbe se»?. Questo ci porta a pensare soluzioni migliori. Per questa ragione la tecnologia si sviluppa soprattutto nelle culture che sanno dare valore agli errori e alle nuove sperimentazioni.

Questo implica anche che l’innovazione non si realizza nelle culture che celebrano i «poteri magici» delle persone che hanno successo senza prima fare dei tentativi. La nostra cultura, quella italiana, è una di queste e io sono convinto che la strada che conduce a tecnologie migliori passi obbligatoriamente per quegli individui che sanno raggiungere i propri obiettivi anche attraverso i fallimenti dei loro tentativi di innovare.

[...] Ogni cultura può essere definita come un particolare set di soluzioni che vanno incontro a un particolare set di necessità. Questo vale per le leggi, le abitudini, le convinzioni e anche per la tecnologia.
Eppure l’innovazione può esserci solo quando le soluzioni e le necessità sono identificate in modo chiaro. Prendi la famosa frase di Henry Ford: «Se avessi chiesto alle persone cosa volevano, mi avrebbero detto che servivano “cavalli più veloci”».
Questa risposta non si può attribuire a una presunta mancanza di immaginazione nei primi del ’900. La ragione vera è che Ford ha deliberatamente proposto una domanda sbagliata: per far capire l’importanza dei cilindri e dei pistoni rispetto ai cavalli, la domanda avrebbe dovuto indagare sui bisogni, non sulle soluzioni.
Detto in altra maniera, dovremmo imparare a definire le i nostri bisogni in maniera astratta, lasciando da parte le soluzioni che già siamo abituati a usare.

Se accettiamo che la cultura è soprattutto la capacità di identificare i bisogni e che la tecnologia lavora per cercare sempre nuove soluzioni, il problema principale per gli innovatori è quello di comprendere la cultura prima di dare forma alla tecnologia.
Troppo spesso gli innovatori agiscono in modo isolato, perché abbinano problemi e soluzioni in un mondo che tende a focalizzarsi solo su queste ultime.

E poi tanto altro
Nelle risposte alle domande successive, Federico tocca temi molto importanti. Dagli algoritmi («che hanno il potere di ridisegnare la cultura»), ai robot, all’intelligenza artificiale.
Parla delle forze che stanno imponendo il cambiamento («una delle più potenti è la gratificazione che proviamo quando troviamo qualcosa che ci fa crescere)» e di come sia fondamentale disegnare in modo consapevole le «architetture dell’ informazione».

Ma soprattutto, nell’ultima risposta, ci offre il suo sguardo sul futuro dell’industria culturale. Ci sono diverse sfide che vanno raccolte («disegnare le relazioni», «lavorare bene sui meta-dati», che sono quelli che le macchine leggono, e soprattutto «la sfida della rilevanza»).
Merita una lettura completa: “Culture of algorithms” merges the concept of relevance with the concept of personal gain. An algorithm does have the power to shape the culture

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La fase dei social network è finita (e altri link per il 2015)

2015 In 140 caratteri: «6 Letture interessanti su Internet, Editoria, Giornalismo e Blogging» Tweet this!

È un periodo con molte letture interessanti e poco tempo per scriverne.

Ci sarebbero molti spunti per iniziare l’anno con un post tematico e approfondito, ma per ora mi limito ad appuntarmi qui alcuni link da riprendere, raccolti in questi giorni di festa e divisi per categoria.

Internet. La fase dei social network è finita
Fred Wilson guarda a quanto ha notato nel 2014 e uno dei primi punti è una considerazione che già circola -come lo stesso Fred rileva- da anni: «potremmo essere alla fine della fase dei social media nella storia di Internet».
Questo non perché smettiamo (o smetteremo) di usarli, quanto perché è un’area in cui si vede sempre meno innovazione. «Le grandi piattaforme sono ormai mature, e la loro posizione è al sicuro».
What Just Happened?

Se è vero che giganti come Facebook sono ormai in una posizione di forte sicurezza, non è altrettanto vero per tutti. Twitter, secondo Owen Williams, è di fronte a una scelta importante. O si innova o cambia.
Secondo Owen Twitter non ha realmente mai innovato finora e non ha chiaro il suo percorso di crescita. Ma è interessante anche il processo che ha reso Twitter il Twitter che tutti amiamo.

«Le cose più belle di Twitter», scrive, «non le ha inventate Twitter. Gli hashtag sono stati inventati dagli utenti. I Retweet sono stati inventati dagli utenti». E tutto farebbe pensare a un caso in cui il motore dell’innovazione non sia dentro la piattaforma ma in chi la popola.
Ovviamente il ragionamento è più strutturato di quanto la mia sintesi faccia credere: Twitter isn’t about news, tweets or even you anymore

Editoria
Mark Coker, il fondatore di Smashwords, è sempre uno degli sguardi più interessanti da seguire, perché guarda molto (e senza i pregiudizi dell’industria tradizionale) al versante «indie». Le sue previsioni per il 2015 raccontano di un chiaroscuro tra sfide e opportunità.
Da un lato il mercato indipendente «sarà sempre più attraente per molti autori», dice, dall’altro saranno in tanti a essere tentati di ripiegare verso soluzioni più classiche.
Mark Coker’s Publishing Predictions for 2015.

Chuck Wendig mette a punto la sua wishlist per l’editoria nel 2015. E scrive una lettera aperta ad Amazon e una agli editori tradizionali. Tanti punti su cui riflettere.
My 2015 Writing And Publishing Wishlist

Rich Bellis, su Digital Book World, mette insieme una piccola collezione di previsioni sul futuro delle startup digitali. Anche qui, non tutti la vedono allo stesso modo.
Diverging Views on Publishing Start-ups

Giornalismo, blogging
A me piacciono molto i consigli di Anthony Teasdale agli «aspiranti giornalisti». Mi pare di notare qualche assonanza con il mio ultimo post (Istruzioni per restare rilevanti nel 2015) ma questo non dovrebbe sminuirli.
Leggili con attenzione: Ten tips for aspiring journalists

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L’ipod con le ruote e la sfida di Google all’industria dell’auto

Cose scritte altrove.

«Con la Google Car hanno ragionato includendo le resistenze sociali all’interno del progetto. L’auto ha un aspetto simpatico, ricorda vagamente un volto umano (i fari come occhi, la telecamera frontale come naso) e cerca di essere rassicurante. Per evitare che ci si spaventi dell’idea di essere guidati noi da una macchina, quando siamo sempre stati abituati al contrario».

La Stampa, Terza Pagina: L’ipod con le ruote e la sfida di Google all’industria dell’auto

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Algoritmi, cultura e rilevanza. Conversazione con Federico Badaloni

Cose scritte altrove.

In Inglese, su Medium. Presto in italiano qui.
«“Culture of algorithms” merges the concept of relevance with the concept of personal gain. An algorithm does have the power to shape the culture».
A Conversation with Federico Badaloni

Medium, “Culture of algorithms” merges the concept of relevance with the concept of personal gain

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Istruzioni per restare rilevanti nel 2015

Coworking (Cats Optional, But Encouraged) In 140 caratteri: «C’è poco da fare. Se usi Internet, tu sei un brand e devi trattarti come tale.» Tweet this!

Non ho ancora capito bene se la fine dell’anno è un periodo che mi piace o no. Almeno dal punto di vista professionale.
Da un lato è assai stimolante, perché le menti migliori (e anche quelle «non tanto») si esercitano a raccontarci come sarà l’anno successivo. Ed è importantissimo, perché la realtà va tanto veloce che a volte basta un attimo per trasformarci da innovatori in dinosauri che non vedono arrivare la meteora.

Dall’altro è abbastanza faticoso mettere ordine tra tutte le tendenze che si segnalano. Perché… Aspetta, questo è il primo punto.

1. Benvenuti nel mondo del content-shock
C’è un sacco di gente intelligente lì fuori. Ed è questa la ragione per cui il mondo sta cambiando così in fretta. La rete mette in circolazione una quantità di idee enorme in un tempo molto ridotto. Questa è una cosa bella, assai.
Ma ha il suo costo.

Questo scenario (l’accesso alle idee è un «vantaggio competitivo») presuppone un cambio di paradigma che riguarda soprattutto il nostro approccio. Se vogliamo essere competitivi, o anche solo «intellettualmente non prescindibili», dobbiamo lavorare molto sulla nostra mentalità e sulla ripartizione del nostro tempo di lavoro.
Se lavoriamo nella comunicazione (vedi punto 2) dobbiamo cominciare a capire che il tempo dedicato allo studio di «quello che cambia» è la porzione di tempo investito che ha maggior valore per noi.

È faticoso. Non siamo abituati a studiare continuamente e a cambiare continuamente. Ma se la nostra professione è nel range di ciò che definiamo cultura, non solo è un imperativo. È un dovere che abbiamo verso i nostri lettori, perché l’unico modo che abbiamo di restare rilevanti è fornire loro sintesi della complessità, nuove costruzioni di senso, comprensioni ampie.
Far risparmiare tempo di lettura, e attenzione. Che sono la vera moneta del XXI secolo.

2. Diaframmi che sfumano sempre di più
Se leggi questo blog, probabilmente sei uno che si interessa di tecnologia, o di cultura, o di comunicazione. O sei un giornalista. O sei un Pr. Ma probabilmente sei tutto questo insieme, anche se magari il sistema ti paga per rappresentare una di queste etichette.

Una delle tendenze che si confermerà per il 2015 è che produrre contenuti è l’unico modo per stare in rete. Come ripeto spesso, nell’era digitale siamo tutti editori. E cambia la nozione di notizia, perché in un modello in cui l’informazione è abbondante e facile da pubblicare, per ciascuno di noi è rilevante ciò che ci interessa.
E a nessuno frega se l’informazione che ci stimola viene da un giornalista (in un Paese che si ostina a mantenere un Ordine dei Giornalisti), da un brand, da un blogger, o da un amico che posta su Facebook qualcosa che gli è successo.

Il punto è: «cultura», «comunicazione», «giornalismo» e «marketing» convergono sulle stesse pratiche. Che sono quelle che funzionano quando la distribuzione ha regole comuni. Ed è inutile storcere il naso, difendendo un’identità che non ha più senso se le regole della distribuzione cambiano.
L’identità di professione non si difende contrastando la grammatica della distribuzione, ma esercitando la qualità che siamo capaci di distribuire.

3. Un’altra tendenza sei tu
C’è poco da fare su questo. Se usi Internet, tu sei un brand e devi trattarti come tale. Anche qui, nell’ecosistema dell’informazione di oggi, puoi essere uno scrittore, un direttore di giornale, un operatore della comunicazione, un bibliotecario, quello che vuoi. Ma se vuoi restare «rilevante» devi fare il passo contrario a quello che stanno facendo quelli che lavorano nel marketing.
Per loro è più facile, perché hanno capito in fretta il punto 4 e non hanno a che fare con robe strane tipo i cognitive bias. Ma tu devi essere più veloce di loro.

Io non mi sono spiegato bene, ma segui il ragionamento di Elizabeth Segran su FastCompany, e puoi anche decidere di non crederci. Se usi la rete, devi ragionare così: If you use the Internet, you have a brand

4. È la distribuzione, il valore, non la pubblicazione
Ecco, questo è un tasto dolente. Tu puoi continuare a credere che Facebook ti serva per mantenere le amicizie o per sapere cosa succede a chi vuoi bene. È giusto, ma non sufficiente. Se produci contenuto, Facebook (e tutti gli altri social network, con pesi differenti in base ai temi) è il principale canale di distribuzione. E di ricerca di lavoro. O di offerta di lavoro.

Io, al tuo posto, nel 2015 renderei Facebook pubblico (settando bene la privacy per le cose personali, se ne pubblichi) per assicurarmi che la gente possa trovarmi e capire quello che so fare. Parlo di Facebook perché è il caso macro -tutti lo usiamo-, ma la rete serve a farci trovare. E per farci trovare dobbiamo imparare a esserci.
Ma soprattutto, in un mondo in cui pubblicare è facile, devi capire che il valore vero è la distribuzione. E Facebook, Twitter e compagnia bella sono la distribuzione.

Qui ho un paio di letture da suggerirti, che anticipano il punto 5. La prima è: Publication is only the small first step; value comes from distribution.

La seconda: Value comes from distribution, not publication. The Top 7 Content Marketing Trends That Will Dominate 2015

5. Leggere è sempre più vintage, ma se non lo fai sei fregato
Cavolo, non hai tempo per leggere. Devi fare mille cose. Occuparti della routine, del quotidiano. Correre dietro ai figli, ai gatti (vero motore di Internet), alle paturnie del capo. E magari fai fatica a leggere in inglese. Vero?

Se la risposta è sì hai la perfetta ricetta per diventare irrilevante in breve. Leggi, circondati di idee, fatti stimolare, inventa. Innova. Viviamo in un’epoca in cui «innovare è il nuovo normale». Se ti fermi, gli altri ti sorpasseranno a destra.

Anche qui, impara a leggere in inglese. Da noi, in Italia, quelli che sono avanti sono quelli che guardano soprattutto a quanto accade nel mondo anglofono. E te lo traducono, con generale ritardo. Stai con loro, non aspettare le traduzioni.

Parti da questi link, se vuoi (giusto come stimolo) e fatti le tue idee:

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