Weblog di Giuseppe Granieri



Se sei a Torino per il salone, sabato o domenica, potrebbe essere l'occasione per venirci a trovare.
Siamo tutti lì (40k, Bookrepublic e il resto della banda) al al padiglione 2, stand H146 e J145.
Se poi ti interessi di giornalismo e di futuro, c'è anche un appuntamento.
Sabato alle 15:00 -nella sala Book to the Future- parliamo con Marco Bardazzi e Anna Masera (entrambi de La Stampa) dell'ebook come nuovo formato per il giornalismo.
Tutti i dettagli li trovi qui.
Posted by g.g. | # | Media | 11/05/2012




Cose scritte altrove.
Sarà sempre più strategico per i giovani giornalisti -oltre a fare informazione- avere la capacità di trovare una propria voce, di diventare «autori», di proporre una visione del mondo, una comprensione diversa delle notizie che si raccontano. La capacità di cercare -e mantenere- un rapporto diretto con il proprio pubblico.
Media Shift, Perché il futuro -forse- è dei giornalisti e non dei giornali
Posted by g.g. | # | Media | 11/05/2012




Cose scritte altrove.
I signori di Internet Evolution hanno provato a immaginare il mondo della connettività nel 2022, dal «futuro della sfera sociale», all'«intelligenza riprogrammata» e all'«impresa trasformata». Ma sembrano anche preoccupati dell'ingerenza della politica.
Media Shift, Telefonami tra 10 anni
Posted by g.g. | # | Media | 10/05/2012




«La prima cosa che dobbiamo fare tutti», scrive Joshua Kim, «è aprire una discussione su edX».
Come era prevedibile, l'annuncio dell'altro giorno ha scatenato qualche reazione (e probabilmente ancora ne arriveranno).
Certo, edX è una novità importante, può essere un fattore di disruption molto forte nelle abitudini universitarie. Difficile da dire, al momento. Io non riesco a farmene ancora un'idea precisa, ma nel frattempo condivido qualche link per ragionarci poi con calma.
Il primo è proprio il post di Joshua Kim, che si intitola: How Should Your University Respond to edX?.
Bonnie Stewart invece ipotizza che edX possa facilmente diventare -in un prossimo futuro- una piattaforma in cui anche altre istituzioni abbiano spazio per offrire corsi sotto il brand del MIT e di Harvard.
Ma vede anche qualche questione aperta, soprattutto nell'aumento di scala che edX può consentire e nella possibilità di offrire apprendimento su numeri importanti. Uno fra tutti, il rischio che ci si concentri solo sull'offerta più popolare.
Leggi tu stesso: The Problem With EdX.
L'Huffington Post, invece, propone 5 idee per edX.
Posted by g.g. | # | Media | 05/05/2012




Da tempo si ipotizzava qualcosa di simile: il digitale potrebbe mettere a disposizione degli studenti il meglio che offre l'insegnamento internazionale, senza i vincoli geografici.
Almeno teoricamente, tutti potrebbero accedere all'eccellenza di pensiero, senza doversi accontentare del pensiero locale. È un po' la logica della rete, come dimostra anche il successo di format come TED.
Ma, se avevamo tutti i bit necessari per avvicinarci a questa idea, forse fino a questo momento erano mancate le energie, o il coraggio per tentare una operazione su grande scala e con grande qualità
Ieri, invece, proprio due colossi dell'eccellenza nell'insegnamento (MIT e Harvard) hanno presentato una partnership importante, una joint-venture per creare edX.
L'obiettivo è di offrire -gratis- corsi online. Ci sarà molto da capire su contenuti, accesso e metodologie (per ora si racconta l'annuncio), ma il New York Times ha un po' di dettagli.
E l'Atlantic titola senza mezzi termini: The Single Biggest Change in Education Since the Printing Press.
Posted by g.g. | # | Media | 03/05/2012




«Da quando è stato inventato il web», scrive Martin Valigursky, «molte delle cose che facevamo offline abbiamo cominciato a spostarle online».
Non è un tema nuovo, in un'altra vita ci avevo scritto un libro persino io.
Ma ricollegandosi in qualche modo al dibattito che avevamo seguito negli scorsi post, Valigursky si chiede se questo sia un aspetto negativo della vita moderna, se non ci porti a guardare lontano trascurando chi ci abita accanto.
E la sua risposta è netta: «Ora più che mai la tecnologia sta accrescendo la nostra abilità di connetterci e di collaborare nella vita reale, soprattutto nelle comunità locali, migliorando il nostro stile di vita e la vita del nostro vicinato».
Il ragionamento e gli esempi che fa per argomentare la sua prospettiva sono interessanti. E a me, provinciale che ricorda bene come vivevamo isolati dal centro e in modo rarefatto negli anni prima di internet, piace molto la sua definizione di «mondo senza stranieri».
Il titolo è, non a caso: Technology is Creating a World Without Strangers.
Certo, per alcuni di noi è facile -anche per abitudine e predisposizione a guardare avanti- immaginare che non vi sia una opposizione tra online e offline. Che non siano affatto due mondi diversi. E che vi sia, piuttosto, un completamento, un'aggiunta di potenzialità.
Ma -per parafrasare Paolini su Galilei- il XXI secolo ci obbliga continuamente a «ringiovanire il nostro pensiero». E non è affatto un'operazione semplice.
Così, magari, può interessarti riflettere sulla definizione di digitally dominant e chiederti, con Daily Bits, quale sia la tua posizione personale. Quale sia il tuo equilibro tra i due mondi.
Però prendila con le molle, perché è vero che tendiamo a ragionare per semplificazioni analitiche (e qualsiasi definizione lo è), ma spesso per trovare il nostro posto ci serve comprendere i toni di grigio. E il digitally dominant, raccontato così, somiglia troppo a una patologia.
Are You Digitally Dominant?
Posted by g.g. | # | Media | 02/05/2012




Quando ero ragazzo c'era un volume della Disney che si intitolava -mi pare- I pensieri di Pippo.
Tra questi ce n'era uno -ovviamente molto Goofy- che diceva: «È strano come una discesa vista dal basso assomigli tanto a una salita».
Ed è un modo che trovo perfetto per riassumere molti dei dibattiti che si leggono in questi mesi tra i giornalisti sull'uso o meno di Twitter.
La centralità di Twitter nel nostro sistema informativo non mi pare sia in discussione. È diventato un canale usato direttamente dalle fonti, è una velocissima catena di distribuzione delle notizie.
Il lato negativo è che richiede molta literacy per essere usato bene, oltre al mestiere che ci vuole per valutare l'attendibilità delle notizie. Ma quest'ultimo era necessario pure prima, e Twitter è una roba moderna ma non per questo ci affranca dall'esercizio di una responsabilità delicata.
A questo proposito tra le letture di oggi merita qualche minuto un post di @gordonmacmillan. Che -tra l'altro- riporta una serie di tweet di Dave Hutchinson, importanti perché raccontano le fasi del ciclo di una notizia su Twitter:

1. Twitter fa notizia: arriva il primo tweet su un incidente;
2. Twitter fa notizia: arrivano altri tweet. Iniziano i RT, i MT, gli HT.
3. Twitter fa notizia: inziano le voci, le speculazioni. Cominciano ad apparire gli hashtag.
4. Twitter fa notizia: comincia ad arrivare qualche dettaglio nuovo, solido ed affidabile.
5. Twitter fa notizia: cominciano le battute e i commenti di colore.
6. Twitter fa notizia: a seconda del tipo di notizia, il punto 5 può generare la ripetizione del ciclo dal punto 2.

Ora, io prima di darvi il link al pezzo, annoterei due miei pensieri prescindibili.
Twitter è molto semplice da usare, ma difficilissimo da capire. E in soli 140 caratteri richiede un'alfabetizzazione molto elevata. Ad esempio, è facile che qualcuno che passa qui per caso si stia chiedendo ora cosa siano hashtag, RT, MT, HT e altre amenità in apparente linguaggio involuto.
Poi, per un giornalista che intercetta la notizia su Twitter, potrebbe essere importante capire in che momento di questo ciclo la sta intercettando. Ed è utile saperlo perché, oltre ai buoni consigli su come verificare le notizie sui social media (che abbondano in rete), si può anche comprendere molto contesto.
Il pezzo si intitola: Is Twitter ruining journalism or are journalists ruining Twitter?
Posted by g.g. | # | Media | 04/30/2012




Lo dico subito a mo' di disclaimer: il libro me lo ha mandato Antonio, ed è pure di carta (non ne toccavo uno da una vita). Però c'è anche in ebook.
Ovviamente non mi capita di scrivere di tutti i libri che mi mandano, ma questa è una lettura che mi sento di consigliare, perché affronta molto bene il cambiamento antropologico che stiamo vivendo grazie alle tecnologie.
E lo fa da una prospettiva interessante e non consueta rispetto alle più frequenti impostazioni geek o sociologiche.
Questo perché Antonio non è il classico studioso da scrivania, ma racconta cose che sperimenta e vive anche in prima persona. Ed è una di quelle voci che riescono a inquadrare il contemporaneo con la dovuta pacatezza e il necessario senso di futuro. Caratteristiche che da queste parti apprezziamo sempre.
Scelgo un solo passaggio, che si riconnette ai discorsi che abbiamo fatto qui in questi giorni negli ultimi post.
«Il cyberspazio», scrive Antonio, «è un 'luogo' emotivamente caldo e non tecnologicamente algido, come qualcuno sarebbe tentato di immaginare. Certo, basta disconnettersi, o chiudere il programma per chiudere la relazione. In alcuni casi, però, al contrario, la rete è bucata e le persone si incontrano in uno spazio reale».
Però, come al solito, non fidarti di me. Fatti un'idea leggendo la recensione di Luca, quella di Gianluca Nicoletti e quella di Europa.
Il libro si intitola Cyberteologia e come spesso accade ai libri moderni ha un suo sito internet.
Posted by g.g. | # | Media | 04/30/2012




Forse conviene dirlo subito: io sono sempre stato vagamente diffidente sui sistemi che misurano l'autorevolezza, almeno quelli visti finora.
Klout non fa eccezione: per me resta poco più di un giochino (ho creato solo oggi il mio profilo) e il titolo del post è una leggerezza ispirata al nome di questa band inglese.
Però, soprattutto oltreoceano, ha fatto molto notizia la storia di Sam Fiorella, un marketer con un buon curriculum che, nonostante tutto, ha perso un'occasione di lavoro perché il suo punteggio su Klout è stato giudicato troppo basso. La racconta Wired: What Your Klout Score Really Means.
Ora, non credo ci siano dubbi sul fatto che la nostra presenza sui social media sia una miniera di informazioni su di noi, quando ci valutano per un lavoro. Probabilmente è il modo migliore che abbiamo noi di presentarci. Ed é un ottimo strumento che ha chi valuta per conoscerci, in modo più profondo rispetto al vecchio tradizionale curriculum.
E sicuramente il caso di Klout è un caso limite. È un sistema che consente di autoalimentare il proprio score e che si presta facilmente a forzature, quindi difficile da prendere troppo sul serio.
Inoltre la qualità delle relazioni e la qualità dell'ascolto (che poi sono il senso ultimo dell'autorevolezza) non sono misurabili quantitativamente. Non ancora almeno.
Ma -come spesso accade- la discussione che ne è nata intorno vale i pochi minuti necessari per le letture. Così, se hai voglia, puoi partire da un post di Jeremiah Owiyang che si intitola, in modo significativo: How Social Profiling Will Work In The Real World.
O, se ti avanza qualche minuto, un pezzo di Ben Popper che in chiusura pone qualche domanda che mi pare corretta: Its terrifying how important your Klout score has become.
Posted by g.g. | # | Media | 04/27/2012




Se di solito passi da queste parti avrai notato che mi sto appassionando al dibattito (ricorrente) sul rapporto tra social media e solitudine. O, per meglio dire, su come i social media ridisegnano il nostro rapporto con gli altri.
Ne avevo scritto qui e qui.
Oggi vale la pena di segnalare un altro interessante (e lungo) pezzo dell'Atlantic. Ne trascrivo un brano, ma ti conviene leggerlo tutto per farti un'idea.
«Alcune persone», scrive Zeynep Tufekci, «potrebbero essere definite "cyber-asociali". Questo perché sono incapaci (o non hanno voglia) di affermare un senso di presenza sociale attraverso la comunicazione mediata».
Poi continua: «Io sospetto che potrebbero finire per trovarsi svantaggiate nella nostra società, come avrebbe potuto essere svantaggiato qualcuno che, alla fine del XX secolo, avesse deciso di non voler parlare al telefono».
L'articolo è denso e a tratti forse difficile, ma merita: Social Media's Small, Positive Role in Human Relationships.
Posted by g.g. | # | Media | 04/26/2012




Del rapporto sempre più intricato tra tecnologia e scrittura avevamo parlato qualche settimana fa, raccontando anche di Narrative Science.
E se ne parla sempre di più, segno che non si tratta probabilmente di un argomento destinato a passare di attualità.
Anche perché racconta di un futuro che coinvolge le scelte professionali di tanti giovani e le decisioni di molte aziende che lavorano nei media.
Nelle mie headline di oggi domina la reazione a un pezzo di Steven Levy su Wired, che inquadra proprio il lavoro dei signori di Narrative Science. Si intitola: Can an Algorithm Write a Better News Story Than a Human Reporter?
Tra i commenti, da leggere Rebecca Rosen sull'Atlantic, che titola il suo pezzo con la previsione a effetto: «entro 15 anni il 90% delle notizie che leggeremo sarà scritto da un algoritmo». E si chiede quando un algoritmo vincerà il Pulitzer. Leggi tu stesso.
Per farti un'idea più completa invece, puoi dare un'occhiata al riepilogo di Matthew Ingram, che offre qualche spunto anche sui costi del giornalismo, che sia basato sul carbonio, come quello umano, o sul silicio: Are robots and content farms the future of the news?
(L'immagine l'ho trovata qui)
Posted by g.g. | # | Media | 04/26/2012




La Boston Review, ripresa anche da Internazionale, aveva esordito un po' ironica.
«A leggere i titoli dei giornali statunitensi», iniziava Claude S. Fischer, «sembra che tutti si sentano soli: Sad, lonely world discovered in cyberspace (Il mondo solitario del ciberpsazio), Alone in the vast wasteland (Da soli in una landa desolata). E poi ci sono libri come The lonely american (L'americano solitario) e Alone together (Insieme ma soli). Le nuove tecnologie ci rendono sul serio più soli?»
È anche il tema di cui parlavamo ieri, a proposito del dibattito nato intorno all'articolo di Sherry Turkle.
Dal mio punto di vista, vale la pena di ribadire l'ovvio. La prima regola della rete la conosciamo da tempo: l'esperienza che ne hai dipende dalla gente che scegli di seguire.
E in un mondo così, per starci bene dentro, sono necessarie delle competenze che fanno parte dell'alfabetizzazione di questo secolo. Un po' come saper leggere e scrivere negli anni cinquanta.
Sono due fattori importanti, che credo sia utile considerare prima di essere tranchant. Ma forse l'ultima parola la merita il solito puntuale contributo di Matthew Ingram, che mette ordine e distribuisce stimoli.
Matthew ci ricorda che -come spesso accade- se qualcosa non funziona, è perché non capiamo come farla funzionare. E, soprattutto, che la rete non è alternativa alla realtà, ma richiede una comprensione diversa.
Il post si intitola: Is the Internet making us more lonely or less lonely? Yes.
Posted by g.g. | # | Media | 04/24/2012




L'altra sera, a cena, ragionavamo con Giovanni su come sia difficile oggi trovare autori che raccontino il cambiamento in modo pacato.
In parte è fisiologico. Internet si sta «normalizzando», sta diventando mainstream e segue la logica del ciclo di hype e di quello dell'innovazione.
Passato il picco di massimo entusiasmo (quello che porta al pensiero visionario), si arriva al momento in cui certe evidenze sono visibili a tutti. Tra queste, quella che racconta di come le tecnologie digitali ci stiano abilitando a cambiare la nostra vita in modi molto diversi.
Ma è un processo lungo, ancora nella sua fase embrionale. E non è facile provare a immaginare come ci cambierà. Nel frattempo però, è sempre più parte importante del nostro quotidiano e cominciano a fare notizia le posizioni estreme o reazionarie, quelle ispirate al «come eravamo».
Sono tuttavia posizioni che forse non ci aiutano a costruire una comprensione di uno slittamento che di certo non invertirà la sua rotta. Per questa comprensione, a mio parere, ci serve senso di futuro e capacità di indirizzare le nostre scelte.
In questo contesto guadagnano facilmente i titoloni autori come Nicholas Carr, Jerome Lanier e Sherry Turkle, che stanno costruendo la loro fortuna su posizioni amarcord. Carr aveva inventato il brillante «Google ci rende stupidi» (che ha generato un sacco di risposte più brillanti). Lanier è arrivato a sostenere che stiamo diventando dei gadget. E Sherry Turkle, proprio qualche giorno fa, ha scritto un lungo pezzo sul New York Times in cui sostiene che stiamo sacrificando la «conversazione» a vantaggio della «mera connessione», portandoci alla solitudine.
L'articolo si intitola: The Flight From Conversation
Ora, ciascuno di noi si farà un'idea. La mia personale è questa: benché io sembri istintivamente diffidente verso certe posizioni, riconosco loro un ruolo importante: generano risposte, stimolano la riflessione, mettono in circolazione pensiero importante.
Così, di solito, quando leggo qualcosa di Turkle, Carr o Lanier, inizio a pregustarmi il dibattito che ne viene fuori. E anche in questo caso non sono stato deluso.
Tra le risposte alla Turkle, te ne consiglio un paio. La prima è quella garbata di Dave Cormier.
Ma ti consiglio soprattutto un bel pezzo di Alexandra Samuel, sull'Atlantic, che -almeno dal mio punto di vista, per quello che vale- ristabilisce una prospettiva assai più corretta.
«Non coglieremo mai le nuove opportunità», scrive Alexandra, «se le raccontiamo con la nostalgia per come andavano le cose prima, se continuiamo a descrivere le spinte della cultura digitale in termini generazionali, o se continuiamo ad assolverci dalla responsabilità di usare queste possibilità per creare un mondo in cui la qualità delle connessioni è la norma e non l'eccezione».
L'articolo (da cui è tratta anche la citazione significativa nell'immagine) si intitola Own It: Social Media Isn't Just Something Other People Do e credo meriti la lettura.
Posted by g.g. | # | Media | 04/23/2012




Sull'Espresso da oggi in edicola c'è un mio lungo pezzo che ragiona sul futuro del giornalismo e sullo stato dei giornali di carta.
Se segui questo blog, nei post precedenti troverai i link alle fonti principali (qui e qui in particolare).
Trascrivo l'inizio:

«Se i giornali fossero una squadra di baseball», ha scritto nei giorni scorsi Eric Alterman, «sarebbero i Mets. Una squadra senza speranze per l'anno a venire». Alterman, giornalista, blogger e critico dei media, gioca con la retorica e la provocazione. Ma dopo un incipit a effetto enumera quelle che definisce le «continue deprimenti statistiche» che hanno come protagonista l'informazione su carta stampata.
È un declino che dura da molto: negli Stati Uniti, negli ultimi trent'anni, i ricavi sono stati in calo costante e anche se i valori vengono aggiornati all'inflazione, risultano dimezzati rispetto al 1984. Ancora, per dare l'idea dello slittamento nel potere, le vendite combinate di tutti i giornali americani nel 2011 non arrivano ai due terzi del fatturato di Google. È una tendenza, dice Alterman, che non è destinata a invertirsi: «il peggio deve ancora arrivare».
Certo, guardando al presente esistono modi diversi di leggere lo stato di salute dei giornali. Ma ogni nuovo report continua a suggerire preoccupazione per il futuro. LinkedIn, il popolare social newtork del mondo professionale, ha pubblicato recentemente una serie di dati sulle industrie in crescita e su quelle in calo, misurando i posti di lavoro persi o guadagnati. Il grafico, anche qui, è allarmante: i giornali sono in assoluto l'industria che negli ultimi quattro anni ha bruciato più occupazione.
E qualche giorno dopo è stato rilasciato l'importantissimo rapporto sullo Stato dell'informazione Americana, uno studio molto strutturato che anno per anno descrive bene il settore. E che contiene rivelazioni interessanti sui comportamenti dei lettori e sul modo in cui gli ambienti sociali (Twitter e Facebook in particolare) iniziano a lavorare come canali di distribuzione delle notizie. Il dato che davvero descrive il problema, però, è quello sui ricavi: dal digitale i giornali mettono in cassa solo un dollaro per ogni dieci che ottengono dalla carta.
L'opposizione tra carta e bit, infatti, non è una banale questione di supporto, o di affezione a un'idea. È prima di tutto un problema industriale: l'adozione delle nuove tecnologia porta a un modello di informazione diverso: man mano che il pubblico dei giornali cambia le sue abitudini di consumo, il modello tradizionale va in crisi.
L'Espresso, Alla guerra delle notizie, non online.
Posted by g.g. | # | Media | 04/13/2012




Tempi difficili per chi vuole iniziare una carriera nel giornalismo, dicevamo.
Al di là dei problemi dell'industria delle news (se ne discute quotidianamente qui), leggevo oggi dei dati che fanno riflettere: un sito americano ha stilato una lista dei 200 lavori più attraenti e il «giornalismo» è quint'ultimo (196esimo in classifica).
Come al solito, in questi casi, la metodologia andrebbe verificata con cura. Ma possiamo prendere l'informazione con beneficio di inventario e spirito curioso.
I parametri considerati sono comunque importanti: stress, perdite di posti di lavoro e reddito. Lo raccontano i bravi ragazzi di Journalism.co.uk: Newspaper reporter: fifth worst job? US careers study seems to think so.
È poi interessante la carrellata di consigli per gli aspiranti giornalisti che pubblica il Guardian. La mia impressione generale è che -da qualsiasi punto si guardi- il mestiere ha sempre più nell'information literacy la sua chiave di volta nel cammino verso la modernità. Ma fatti un'idea tu stesso: Advice for aspiring journalists.
Se invece sei uno della vecchia guardia o uno che -come me- ha imparato a vivere nel XX secolo, non puoi perdere questo bellissimo post di Steve Buttry.
«Caro giornalista brontolone», scrive Steve, «a volte anche io condivido l'ansia e le preoccupazioni sul futuro del giornalismo. Anche io ho imparato il giornalismo dalla vecchia scuola. Ma oggi mi sto divertendo come non mi sono mai divertito prima in 40 anni di professione».
Merita davvero: Dear Newsroom Curmudgeon....
Infine, un pezzo di ZDNet che -da un punto di vista diverso- affronta ancora il tema delle skill necessarie per il giornalismo contemporaneo: Here's how newspapers could save themselves: teaching.
Posted by g.g. | # | Media | 12/04/2012




A volte i social network ci mettono molto a trovare una fisionomia e a diventare popolari.
Quando alcuni di noi si sono iscritti (nel mio caso, ora che controllo, 5 anni, 3 mesi, 5 giorni, 4 ore, 13 minuti e un secondo fa) Twitter era un posto stranissimo in cui dovevi rispondere alla domanda «Che stai facendo?».
E le risposte erano le più banali: da cosa stavi mangiando per colazione al tempo che c'era fuori.
Poi, come ci ha insegnato anni fa Clay Shirky, succedono cose strane. Gli ambienti sociali hanno delle regole che sono impredittibili persino per gli stessi progettisti: la gente comincia ad usarli nel modo che ritiene o nel modo in cui li vede usati dagli altri.
Così oggi Twitter è diventato sempre più centrale nella nostra vita di rete. È, in qualche modo, il crocevia di tutti i media. Ed è una parte importante della dieta informativa di un cittadino che voglia essere partecipe del contemporaneo.
Ma Twitter non è facilissimo da usare bene, sebbene sia semplice nella sua struttura. Molti si registrano e non ne comprendono potenzialità ed utilizzo. Lo vedono come un mondo piatto privo di attrattive. Questo perché per sfruttarlo in modo utile e per capirlo -come per tutte le cose che seguono la grammatica dei network- è necessaria una buona dose di alfabetizzazione.
E serve risalire una piccola curva di apprendimento.
Così magari ci può interessare questo lungo post di The Digital Writer, intitolato The Ultimate Guide to Building a Tribe on Twitter.
È tecnicamente un post markettaro, ma non farti fregare dai pregiudizi: contiene diversi spunti non banali. Tra questi la riflessione sul «non cercare attenzione, ma autorevolezza», che a mio modo di vedere è un diaframma importante che separa il buon utilizzo di Twitter dal cattivo utilizzo.
Oppure, se vogliamo approfondire in maniera meno piatta le dinamiche interne, c'è questo articolo dell'Atlantic: What Fuels the Most Influential Tweets?.
Infine, per i giornalisti, due link bonus. Il primo -che magari serve a posizionare nel modo giusto il rapporto tra ambienti di rete e informazione- è un articolo di Journalism.co.uk che si intitola -non a caso- How to: verify content from social media.
E poi, se hai voglia, c'è questo tutorial che è ancora interessante: Twitter for journalists.
Posted by g.g. | # | Media | 11/04/2012




È una mia vecchia fissa, che in genere racconto in diversi modi. La similitudine più frequente è quella della differenza tra guidare l'automobile e guidare la moto.
Quando guidi l'automobile presti attenzione alla macchina davanti a te, perché sai di poter gestire i tempi di reazione. Quando guidi la moto, il panorama ti scorre intorno molto più velocemente, sai che la minore sezione frontale inganna gli altri sulla velocità con cui arrivi, sai che a parità di velocità hai bisogno di tempi di reazione molto più rapidi. Devi guardare molto più avanti se vuoi evitare errori.
Il XXI secolo ha un «tempo accelerato» rispetto al XX. Per come cambiano le cose, quello che nel secolo scorso accadeva in venticinque anni, oggi può accadere in cinque. E dobbiamo tenerne conto, perché è strategico per le nostre vite, per la nostra attività professionale, per le nostre decisioni, per la nostra comprensione del mondo che abbiamo intorno.

Il punto è semplice: se devi prendere una decisione oggi devi prenderla con lo scenario di domani, perché il domani arriva nel tempo che impieghi ad attuarla. Se pensi al presente basta un attimo ed è troppo tardi.
Però, in particolare in Italia ma anche come scenario generale, la nostra società non è abituata a pensare il futuro. È la prima cosa che insegnano ai politici: «non parlare di futuro, non costruire scenari di mondo migliore, non pensare a lungo termine. La gente vuole che tu faccia promesse sui problemi di oggi». Come se i problemi di oggi potessero essere risolti senza una strategia di medio periodo.

Vale per tutti i temi che tocchiamo qui, da quello che sta accadendo al mondo dell'informazione, ai libri, al modo in cui sta cambiando la nostra cultura. Guardare solo al presente, a quello che accade, non ci dà nessun dato utile per capire dove saremo domani. E per valutare l'effetto delle nostre analisi e delle nostre scelte.
È -anche questa- una forma di responsabilità che abbiamo nei confronti di noi stessi o, se abbiamo un ruolo, nei confronti delle persone che dipendono dalle nostre decisioni.

«Il futuro c'è già», dice Bruce Sterling, «ma sta accadendo nelle nicchie». Ed è una riedizione del classico «Il futuro c'è già ma non è stato distribuito» di William Gibson.
Così non è un caso che -piano piano- molte organizzazioni importanti stiano cominciando a educarci all'idea di «futurismo». In Italiano questa parola non funziona, perché la ricolleghiamo a una delle avanguardie storiche del secolo scorso e non a una forma di pensiero attuale.
Potremmo usare futurologo, ma a me questo termine continua ad evocare qualche tipo strambo che vende pentole o rimedi curativi eccentrici nelle piazze.
Dobbiamo trovare una parola, probabilmente. Anche perché se il linguaggio non prevede un'opzione è difficile riuscire a pensarla in modo corretto. Ci vorrà tempo.
Ma intanto, se hai voglia, una piccola rassegna di letture interessanti.

«La gente sta cominciando a pensare in maniera speculativa sul futuro», scrive l'Independent, «in un modo che non avevamo mai visto. E sta cominciando a rivalutare la fantascienza perché inizia a rapportarsi in maniera speculativa con la propria vita e il proprio lavoro».
La fantascienza, altro termine ormai desueto e da aggiornare, è probabilmente il genere letterario che meglio racconta il presente.

Il pezzo -ricco di stimoli- si intitola New Scientist's new digital magazine combines science-fiction and futurology ed è la presentazione di un nuovo magazine (fatto appunto dai signori del New Scientist) che si chiama Arc. Il primo numero ha una tagline assoluta: The Future Always Wins.

Anche il prestigioso Smithsonian Institute ha lanciato una sezione dedicata al futurismo. E qui trovi l'articolo di Sterling da cui ho tratto la citazione di prima: The Origins of Futurism.

Infine, se hai voglia, c'è questa intervista a William Gibson, pubblicata su Wired: Why William Gibson Distrusts Aging Futurists Nostalgia.
Posted by g.g. | # | Media | 03/26/2012




Prendiamola con le molle, perché il punto di partenza del ragionamento è troppo da «titolo di guerra» per essere preso sul serio.
Computerworld pubblica un lungo articolo che riflette su come stia cambiando il consumo di notizie e su cosa implica per i quotidiani. L'attacco, dicevamo, soffre di gusto esagerato («Il nuovo iPad è una catastrofe per i giornali»), ma il resto del pezzo fa un discreto punto della situazione. Con qualche occasione per riflettere.
«Una volta i giornali», scrive Mike Elgan, «erano indispensabili, erano la fonte di ogni tipo di informazione per i cittadini educati». Oggi «questa descrizione non può più essere applicata ai quotidiani. Si applica, invece, a Internet».
Ma Internet è il luogo della specializzazione, non del generalismo. La grammatica della rete prevede che sia il lettore ad andarsi a cercare il meglio da chi lo fa meglio e non il taglio medio da chi taglia medio tutto. «La transizione», continua Elgan, «non è tanto nel passaggio dalla carta al digitale quanto dal fare ogni cosa al fare una cosa bene».
La conclusione di Elgan sfonda una porta aperta: «I giornali di carta sono in crisi perché sono inefficienti». Occorre investire nel digitale e nell'innovazione, ma la cosa non è necessariamente facile. Proprio il rapporto sullo Stato dell'Informazione Americana (di cui avevamo parlato nei post scorsi) ricorda che per ogni 10 dollari di raccolta pubblicitaria che fa la carta, l'online ne fa solo uno. E lo stesso Elgan non si nasconde che il problema vero è come ricollegare il consumo di news con l'idea che bisogna pagare l'informazione.
Personalmente condivido parte dell'analisi (soprattutto l'idea che il concetto di breaking news si stia trasformando) e la previsione di base: «Internet renderà più efficiente l'informazione, con o senza i giornali». Ma leggi tu stesso: The newspaper industry must change, or become yesterday's news.
Sempre in tema andrebbe letto il pezzo di Eric Alterman che, come tutti in questi mesi, parte dalle «continue e deprimenti statistiche» che una alla volta si susseguono per descrivere il mondo dei quotidiani. Anche qui materiale per riflettere da un altro punto di vista: Think Again: The End of Newspapers and the Decline of Democracy.
Una buona domanda, in prospettiva di medio periodo (l'unica su cui abbia senso ragionare per uscire del declino), viene fuori da un articolo di Peter Preston sull'Observer: «Man mano che i grandi giornali approdano nel cyberspazio, riusciranno a costruire e far durare l'autorevolezza delle loro testate come hanno fatto nei secoli precedenti?».
Il titolo è: Newspapers should be wary of link-ups with digital brands.
Infine, se ti appassioni al tema, leggi questa intervista ad Amy O'Leary, reporter del New York Times, che ragiona saggiamente su sperimentazione e fallimento delle sperimentazioni. La trovi qui: Storytelling Journalism Goes Digital.
Posted by g.g. | # | Media | 03/25/2012




Per spiegare quello che sta succedendo ai libri e ai giornali di carta io di solito dico che «la carta ha esaurito il ciclo di innovazione, mentre il digitale ha appena iniziato il suo».
Una variante potrebbe essere questa: «la carta era il miglior strumento che avevamo per gestire la conoscenza e l'informazione. Oggi abbiamo un'alternativa che è molto più efficace».
David Weinberger invece utilizza un concetto meno intuitivo ma forse più potente. Una parola che in inglese suona bene e in italiano ha un suono meno pregnante.
David parla di scalabilità, ovvero della capacità di un sistema di aumentare di scala quando è necessario.
«La carta», dice David, «non è scalabile. La conoscenza su carta non è scalabile. I network sono scalabili. La conoscenza attraverso i network è scalabile».
L'occasione per arrivare a questa conclusione è un post davvero godibile sul perché l'Enciclopedia Britannica ha smesso di pubblicare su carta. Weinberger elenca 14 provocatorie ragioni che hanno il pregio di evidenziare come la carta perda la competizione con il digitale sulle caratteristiche funzionali. Ovvero sulla sua capacità di essere efficace.
Il post si intitola: 14 reasons why the Britannica failed on paper.
Posted by g.g. | # | Media | 03/22/2012




La nostra lingua, in questi tempi veloci, fa fatica ad aggiornarsi e a coniare le parole nuove che servono a descrivere il modo in cui la nostra cultura cambia.
Una di queste parole è disruption, che in italiano potremmo tradurre con «disfacimento», o «disgregazione». Ma si tratta di una traduzione letterale che -pur non perdendo l'effetto evocativo- non descrive il senso con cui il termine è usato nel lessico moderno.
La disruption, nell'era del digitale, è quella forza che impatta contro i paradigmi del mondo analogico (quello del XX secolo) e li sostituisce con regole aggiornate alla contemporaneità.
Disruption è quanto sta accadendo ai giornali, alla musica, all'editoria. A tutta l'industria culturale ma anche (in maniera meno evidente, per ora) all'intero modo in cui la nostra cultura funziona.
Così per riallacciarci al tema di questi giorni, parlando sempre del rapporto sullo stato dell'informazione americana (e del futuro dei giornali), Robert Niles propone una descrizione chirurgica ed efficace di quanto sta accadendo.
«Ovunque ci siano alte barriere di accesso», dice Niles, « ovvero costi, attrezzature e qualsiasi altra cosa che impedisce alla gente di produrre e distribuire contenuto, c'è un'industria pronta per la disruption. Ovunque qualcuno sta facendo denaro controllando l'accesso all'informazione e provando a venderla, c'è un luogo in cui la gente perderà posti di lavoro nel prossimo futuro».
Il consiglio di Niles è saggio ed è l'unico possibile: «se vuoi sopravvivere, anticipa la distruption». Il titolo, non a caso, non lesina chiarezza: Turn news industry disruptions to your advantage.
Se poi ti appassioni al tema e vuoi capire meglio come funziona il processo di distruption, puoi dedicare qualche minuto a un bel pezzo di Horace Dediu, che vale la pena: What is disruption and how can it be harnessed?.
Posted by g.g. | # | Media | 03/21/2012




«Ho investito gli ultimi cinque anni», racconta Dave Copeland, «costruendo la transizione da una carriera nel giornalismo di carta a una carriera nel giornalismo online. E da allora sto cercando continuamente di educare i miei studenti a fare lo stesso».
Per i giornali di carta la battaglia, almeno in prospettiva futura (quella di chi imposta una carriera per i prossimi 30 anni), ha un destino già segnato.
E probabilmente la strada del giornalismo moderno sarà popolata da una competizione in cui -come vediamo già accadere negli USA- non saranno solo le storiche testate a giocare la partita. Emergeranno mille piccole nuove realtà assai agili e dinamiche, più veloci ad innovare dei grandi gruppi. La facilità di pubblicazione e distribuzione del digitale aprirà sempre nuovi scenari. E poi, chi sa, anche i robot inizieranno a far concorrenza. Già ci provano.
Tempi difficili, dunque. Così i consigli di Copeland sono molto utili e ricchi di buon senso. Dalle «vecchie abitudini dure a morire» fino al «come ci sembra il futuro», alla fine è soprattutto una questione di imparare le nuove skill che i tempi moderni richiedono. Il titolo è: Want To Save Journalism? Start At The Bottom.
È interessante anche dare un'occhiata a un post dell'International Journalists' Network che descrive le caratteristiche in grado di rendere «attraente» un giornalista sul mercato del lavoro. Io punterei soprattutto su curiosità e pensiero critico. In fondo la capacità di trovare una propria voce e proporre ai lettori una prospettiva diversa sulle cose è ciò che distingue «l'autore» dal replicante di notizie.
E in un mondo in cui le notizie sono commodity (tutti le hanno e tutti ne hanno accesso) l'unica via è quella di avere un approccio personale e riconoscibile. Ma non ascoltare me, leggi tu stesso e fatti un'idea: Five qualities editors seek in journalists
Infine, un'analogia che ci sta bene. In questi tempi accelerati, un giornalista non può permettersi di restare indietro. Non può farlo perché non avrebbe senso per la sua carriera, ma non può farlo soprattutto -credo- per la responsabilità che ha con i suoi lettori.
«Se l'ambiente intorno a te cambia continuamente», scrive Razib Khan, «sarai sempre a rischio di essere un passo indietro rispetto all'ultimo cambiamento». È una lettura su cui vale la pena riflettere: When independent thought flourishes.
Posted by g.g. | # | Media | 03/20/2012




Uno dei momenti più interessanti dell'anno, se ti appassioni al mondo moderno e a come funziona, è l'uscita del rapporto sullo «stato dell'informazione americana».
Così oggi c'è abbastanza materiale utile da leggere. «Per i giornali», scrive il New York Times, «è una questione di sopravvivenza. Un numero crescente di addetti ai lavori predice che entro 5 anni molti giornali offriranno una versione di carta solo la domenica». Il pezzo si intitola: News, the Good and the Bad.
Ma a dominare le headline che accompagnano l'uscita del rapporto è -soprattutto- la crescente importanza dei social media nel ciclo delle news. PBS titola Facebook, Twitter Not Dominating News Landscape Just Yet e anche PaidContent fa un annuncio prudente: Twitter, Facebook Aren't Moving As Much News As You Think.
Certo, è anche vero che la lettura dei dati spesso dipende da quello che nei dati cerchi di osservare. Così è interessante vedere l'opinione di Poynter, che secondo me coglie un punto davvero sensibile, in grado di descrivere non tanto il funzionamento dei giornali quanto il modo in cui ci informiamo: Facebook users get news from family & friends, Twitter users get news from journalists.
Infine un altro titolo che racchiude tutto il rapporto, sempre dai signori di Poynter: State of the News Media 2012 shows audience growth for all platforms but newspapers.
Posted by g.g. | # | Media | 03/19/2012

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