Istruzioni per sfruttare i «micro-momenti» del Mobile

mobile moments In 140 caratteri: «I micro-moments e l’attenzione sul Mobile» Tweet this!

Alcuni dati, en passant, che sono diventati probabilmente già vecchi perché sono di diversi mesi fa. Ma che servono -forse- a dare un’impressione generale e introduttiva.
Non prenderli alla lettera (io stesso non mi prendo la briga di superare i miei appunti e andarmi a ricercare la fonte).
Sono solo un sintomo di una tendenza che, come dice Joe Wickert, non è destinata a invertirsi.

Il mobile a volo d’angelo
Il primo aspetto è quello dei giornali e di come produrre informazioni con strutture diverse, destinate alle modalità di attenzione che lo strumento cambia, rispetto al Web e alla carta. Qui il mantra è decisamente cercare di sfruttare un approccio che sembra sempre standard.

Dice Joe, ribadendo cose note ai più, che consultiamo in media la smartphone 150 volte al giorno, con una media di utilizzo di un minuto per volta. Ma spesso il tempo è inferiore, o leggermente superiore, dato che si tratta di una media.

Ma sul versante delle news forse non abbiamo ancora trovato un modo efficace (oltre ai newsfeed di Twitter e Facebook) per la distribuzione. E soprattutto non abbiamo ancora imparato bene a progettare i testi (intensi in senso ampio, come video, immagini ecc.) per questo tipo di modalità in rapidissima evoluzione.

L’esempio pratico del Turismo, o della scelta di acquisto
Secondo uno studio recente, quando è in viaggio, il 94% degli utenti “mobile” ricerca informazioni sul territorio locale e usa i dispositivi portatili per scegliere dove mangiare

Poi conta molta l’importanza del fattore “esperienza” come condizione determinante nella scelta delle mete e del cosa fare da parte dei viaggiatori.
Il turista di oggi -in fondo- non è più interessato all’acquisto di pacchetti vacanze ben definiti, ma vuole essere ispirato, sorpreso ed incuriosito.

Inutile dire che questa logica si applica, con qualche correzione, ai business locali e alla scelta di prodotto di consumo.

Ragionare per «micro-momenti»
Non fidarti della mia sintesi, ma sfrutta -come al solito su questo blog- i link di approfondimento.

Joe fa un quadro analitico (e in parte operativo) con dati più interessanti e precisi: Maximizing mobile micro-moments.

E soprattutto segnala qualcosa che magari a qualcuno di noi è sfuggita, ma che vale la pena studiare. I consigli di Google: Micro-Moments: Your Guide to Winning the Shift to Mobile (PDF).

Come link bonus, una lettura che c’entra solo lateralmente, ma che pure riguarda la nostra necessità di adattarci a un ecosistema dell’informazione (e dell’attenzione) che evolve spesso più veloce di noi: The answer to a world where attention is the key constraint isn’t Big Media – it’s the Influencer Curator

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Il (possibile) suicidio di Twitter

Twitter In 140 caratteri: «Se Twitter cambia le regole, potrebbe essere la sua eutanasia» Tweet this!

Un po’ disclaimer, un po’ aneddotica. All’Internet Festival di Pisa, Salvatore Ippolito (Country Manager di Twitter) mi prendeva in giro per il mio handle di sole due lettere (@gg). Disse qualcosa tipo «Devi esserti iscritto immediatamente dopo @Ev», uno dei fondatori di Twitter e ora mente di Medium.
Qualche mese dopo ho intervistato Salvatore per La Stampa, e pareva molto ottimista.

Amori fatti di regole
Il fatto vero è che io amo Twitter, e lo amo esattamente perché è Twitter esattamente com’è.
I 140 caratteri, come sa chiunque si occupi di comunicazione, sono uno di quei limiti che aiutano a «pensare» la scrittura. Un limite, come le sillabe di un endecasillabo. Quei limiti -quelle regole- che differenziano la poesia dalla prosa, che distinguono un genere da un altro, che rendono diverso un autore da un dilettante.
Se non comprendi struttura e regole della comunicazione, e dello strumento che utilizzi, non lo usi efficacemente.

Ma i 140 caratteri -oltre ad essere diventati un marchio nella rete, parte del brand e della Storia- sono «l’identità di Twitter».
Se li togliamo diventano un’altra cosa, la Duna dei social network, l’imitazione di altre piattaforme da Facebook, a Medium a WordPress. Non è questo il lavoro di Twitter.

Non è questa la ragione per cui lo usiamo. Se devo scrivere 10.000 battute le metto sul mio blog o in subordine su Medium.

Abbiamo già troppe alternative per scrivere cose lunghe. Twitter ci serve com’è.
(Anche se andrebbe migliorata la curva di apprendimento per i nuovi utenti -non con accrocchi tipo Moments- e probabilmente andrebbero diminuiti i «rimbalzi» degli utenti che si registrano e non tornano).

Amo Twitter per quello che è, un «social media», non un «social network». Ragionaci, perchè la differenza non è sottile, è paradigmatica: l’uccellino ha sempre dato il meglio nei momenti in cui non scimmiottava Facebook, ma aiutava a far circolare le notizie nelle situazioni di crisi. Con tutti i correttivi del caso, che sono ben codificati da anni. Su Twitter le notizie seguono un ciclo preciso (Twitter per giornalisti).

Dai 140 a 10.000 caratteri
Le voci che circolano in questi giorni te le racconta tra gli altri CNET. Il pezzo non dice granché ma dà qualche informazione sullo scenario.

E se sei pigro, ti basta solo il titolo: Twitter may soon let you write 2,000-word tweets

Il punto è chiaro, accennato anche nel tweet (con migliaia di condivisioni già al momento) che ho messo nella foto qui sopra. Guarda tu stesso: quello che gli utenti di Twitter non vogliono.

Fare di Twitter un’altra cosa, che però non è Twitter
L’analisi migliore, secondo me, la fa Vox. Cito solo una frase, poi fatti la tua idea. «I prodotti tecnologici diventano importanti perché servono a una specifica comunità di utenti. Se reinventi il prodotto, finirai per perdere i tuoi attuali utenti attivi. Solo dopo attirerai quelli nuovi».
Forse.

Trovi tutto qui: Twitter is not broken, and they should stop trying to fix it

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#ENIvsREPORT | Appunti per stasera

Eni Report Blab In 140 caratteri: «Una discussione pubblica sul caso ENI contro Report. Link e istruzioni» Tweet this!

Del caso ENIvsREPORT avevamo scritto a caldo lunedì, ma se ne continua a discutere molto.

Così stasera ne parleremo alle 21:45 in un BLAB (una sorta di conferenza online, in cui alcuni parlano, ma soprattutto tutti gli altri interagiscono). Gran bello strumento.

Data la mia rozza spiegazione, Antonio ti racconta qui esattamente come funziona: The White Room, istruzioni per l’uso.
Non è necessario registrarsi, per accedere, ma è utile. E facile.

Ecco un po’ di appunti (e di link) per chi volesse partecipare in modo informato alla discussione.

1. Twitter è solo un attivatore
Dicevamo che se ne continua a discutere moltissimo, sui social e attraverso le condivisioni che da Twitter girano poi dappertutto. È un errore quindi cercare di fare un confronto sui numeri tra Twitter e la Tv generalista.
Su Facebook in proposito io ho commentato (al solito per non dimenticarmi quello che penso): «Twitter non è altro che un attivatore. Se vuoi misurare qualcosa di serio, devi misurare le decine (centinaia) di post, articoli e commenti che ne sono derivati.
A occhio la questione è arrivata a un range di persone -tra nipoti e nonne- che non sanno cos’è Twitter e che invece hanno letto o “scannato” la questione»

2. Link da leggere: Il derby tra social TV e TV tradizionale
Matteo Flora, in un pezzo su CheFuturo riporta alcune opinioni interessanti.
Uno dei takeaway: «È palese come Report sia stata palesemente presa in contropiede dalla mossa di Eni. Chiunque da oggi vorrà andare contro ad Eni dovrà sapere che l’azienda dispone di un palcoscenico attento e attivo per proporre la sua visione dei fatti…».
Matteo ricorda anche che all’estero ci sono stati casi simili, Ma l’Italia ha scala e abitudini differenti. E in ogni caso abbiamo visto, sempre per usare le parole di Matteo: «Una rete di influencer contro una rete di spettatori».
Lo trovi qui: Il primo derby della social tv: Eni vince gli influencers, Report gli altri (e la notizia sparisce)

3. Altri link per essere preparati
Oltre ai link citati nel mio post dell’altro giorno, ne sono seguiti tanti altri. Raccolgo i più interessanti.

a. Il pezzo di Repubblica che ha girato tantissimo (con intervista a Giovanni): Eni vs Report, la battaglia dei tweet: la contronarrazione online del gigante sfida la Gabanelli

b. L’articolo del Corriere: Eni, Report e il crollo del muro fra televisione e InternetEni, Report e il crollo del muro fra televisione e Internet

c. Lettera43: Onore a Eni, pioniera del contraddittorio social

d. Il Rottamatore: Il Sig. Bardazzi e la fine dell’epoca Gabanelli

e. ENI vs Report. Quando a vincere è una squadra solida e ben preparata

f. Il post di Pier Luca che raccoglie – tra l’altro- uteriori link: Il Social Media Marketing Parte dall’Interno dell’Organizzazione

4. Un tipico esempio di debunking delle inchieste a tesi di Report
È quello sul cibo per cani e gatti di cui parlavo lunedi: è il cassico post che le persone ben informate scrivono “dopo” una puntata di Report per smontare le teorie costruite “contro i cattivi”.
Come nutrire Fido e Fuffy: opinione ragionata di una biologa non d’assalto

5. Come seguirci stasera
Il titolo è: #ENIvsReport: un punto di svolta? #TheWhiteRoom @gg @giorgiojannis @mafedebaggis.

Basta collegarsi qui alle 21:45

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#ENIvsREPORT ovvero Report scopre il contraddittorio

ENI vs Report In 140 caratteri: «Il giornalismo a tesi che non prevede il dibattito in diretta, se lo trova su Twitter» Tweet this!

Inizio con un disclaimer. Ieri a pranzo, parlando con mio padre, si ragionava sul fatto che @marcobardazzi (amico, persona con cui ho lavorato e che stimo molto) non avrebbe passato una bella serata, affrontando il cosiddetto «Metodo Report».

Detto questo, io non ho alcuna relazione con ENI né ho simpatie particolari per l’azienda. Ma scrivo questo post per tener traccia di un interessante caso di studio. E delle mie considerazioni a caldo (ché se no me le perdo io per primo).

As usual, la storia -se vuoi capire di cosa stiamo parlando- te la raccontano per bene Jacopo (#EnivsReport: crisis management e reputation online ai tempi della social TV), con tanti dati, e Insopportabile, che coglie bene il succo nel titolo: Eni in diretta su twitter si prende il contraddittorio con Report ed è storia della ‪#‎socialtv‬.

Il «Metodo Report», secondo me
Anche di questo parlavamo ieri a pranzo. Lo definiscono «giornalismo investigativo» (e in un tweet -citato da Jacopo- più precisamente «Programma di inchiesta che non prevede ospiti in diretta. Per dare la propria versione basta accettare di rispondere alle domande»).
A questo Tweet Marco risponde con un altro: «Abbiamo risposto a tutto, ma le nostre risposte sono state usate solo in parte».
Così lo staff digitale di ENI decide di aprire il contraddittorio utilizzando Twitter e diffondendo la propria versione, i dati e i report sul cosiddetto «secondo schermo».

Ora questo è interessante perché in molti abbiamo la sensazione (con buona pace di Andrea Vianello e di Milena Gabanelli) che più che di giornalismo investigativo si tratti di giornalismo a tesi, costruito con un abile montaggio.
Il che è legittimo, sia chiaro. Ma non per questo non diventa legittimo anche esprimere qualche perplessità.
E resta una sensazione, spesso personale. Legittima anch’essa.

D’altro canto quando Report parla di argomenti che non conosci, puoi non cogliere lo stile di montaggio. Ma già anni fa, con la famosa puntata sul digitale, molta gente che ne capiva del tema colse la struttura del programma. E, per dire, in molti l’hanno colta anche sulla puntata sul cibo per cani o per gatti. Puntata palesemente a tesi, come sottoscrive anche la salute e la dieta delle mie cucciole 14enni che sono cresciute con l’alimentazione condannata da Report. Contro i 5 anni di vita media dei gatti che -con apparato digerente diverso- vivono di cibo umano.

E se cerchi in rete c’è più di qualcuno competente che ha smontato in maniera pacata e scientificamente argomentata la tesi di Report.

La genialata dell’ENI
Ora il punto è facile, col senno di poi. Ma c’è molta gente che lavora nelle PR e nel Crisis Management che, all’arrivo della gente di Report, trema come se stessero per arrivare bombardieri con bombe a grappolo.

La difesa storica di chi curava la comunicazione era «cercare di limitare i danni». Misurando le parole, cercando di governare la situazione.
Poi la trasmissione veniva «Montata» (il montaggio è fisiologico, ma puoi montare le cose per farmi apparire come vuoi tu) e tu zitto lì a prenderti le botte.
Giuste o sbagliate che fossero. Ma non è una questione di argomenti. È una questione di metodo.
E anche se in maniera asimmetrica (la Tv è palesemente più potente di Twitter, oggi) io preferisco sempre leggere la versione delle due parti.

E poi, l’effetto Twitter è meno impermanente della trasmissione. Molti ne stanno scrivendo oggi e molti ne stanno discutendo. Nel peggiore dei casi si favorisce l’approfondimento.

Primo schermo contro secondo schermo
La discussione, specie su Twitter, è ancora in corso e ricca di pareri. Ma la genialata di usare Twitter per interagire laddove dopo il montaggio non te lo concedono, è una genialata. E come ha twittato Gianni Riotta non è una questione di essere pro o contro, ma semplicemente una «discussione».
Il primo caso di discussione di dimensioni importanti con Report, in diretta, ma su schermi diversi.

Come la penso io, per quello che conta
A caldo, Gabanelli e Report ieri hanno capito (anche con qualche risposta forse piccata) che da oggi in poi potrebbe prendere forza una nuova piega. Ovvero che potranno essere contraddetti in diretta su dati e versioni dei fatti. E non è più broadcasting unilaterale ma discussione. Un mondo nuovo.
Anche i PR imparano, e sicuramente studieranno il caso per utilizzarlo al meglio.

E magari questo diventa per la redazione uno stimolo ad essere più accurati, che alla fine è sano per tutti. Dal piccolo blogger alla grande rete televisiva.

Poi, il mondo delle PR e della comunicazione ha oggi un grande esempio di come si può lavorare avendo le giuste competenze.
E -non va dimenticato- ha ragione chi dice che in fondo anche le versioni dell’azienda (o del politico, o delle PPAA) possono non essere attendibili. Ma meglio averle entrambe, con interruzioni al «montaggio» date dallo sguardo degli altri.

Per citare Giovanni. «Chiariamo: qui non si tratta di stare con @eni vs @reportrai3 o viceversa ma di capire come media e social media producano voice».
Io aggiungo e ripeto: più aumentano gli strumenti di correzione, più si va verso un giornalismo migliore.

Intanto, il fatto resta: si è inaugurata -con un esempio di scuola- una nuova era di contraddittorio. Lo strumento si è dimostrato interessante. Ora tocca lavorare sull’information literacy e sulla capacità del pubblico di leggere in maniera critica l’informazione. Dall’una e dall’altra parte.

Poi, se vuoi, puoi leggere anche Massimo che è saggio come al solito: Né con Report né con Eni

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Digital Champion e digitale come bene comune

Riccardo Luna Digital Champion In 140 caratteri: «Di come la polemica sui Digital Champion porti ad affrontare questioni reali» Tweet this!

Ho seguito molto distrattamente le polemiche sui Digital Champion, ché spesso assomigliavano al tifo da stadio. Su questo la mia posizione (da non tifoso di calcio) è che comunque ogni curva ha il diritto -se lo manteniamo goliardico- di sfottere la squadra avversaria.
Certo resta il fatto che è sempre più facile spostare la discussione sulle persone e non sulla soluzione ai problemi. È più facile, appunto, ma inutile.

In fondo ha ragione Giovanni, sono narrazioni diverse, che ci raccontiamo e che raccontiamo agli altri. La diversità, tendo a cercare di ricordarmelo, fa solo bene.
Poi ci sono i problemi pratici da affrontare. Di questo si parla qui.

Come la vedo io
Sebbene qualcuno ne abbia persino chiesto le dimissioni, secondo me Riccardo ha fatto bene a rendere la cosa partecipativa. Io avrei fatto la stessa cosa, pur sapendo che per principio l’intelligenza della massa non è la somma delle intelligenze, ma l’area di intersezione. E che i risultati dipendono dall’ampiezza di quest’area. Che normalmente è minima, ma sempre superiore alle possibilità di un singolo.

«L’area di intersezione», come mi piace chiamarla, è la parte in cui molte diverse personalità convergono. E generano da un lato negoziazione di senso (che diventa patrimonio comune), dall’altro risultati pratici. E -ci sta- spesso ci sono risultati collaterali come la sovraesposizione di qualche digital champion (mi rifiuto, come prevede l’italiano, di mettere la “s” del plurale che non si mette nelle parole inglesi nella nostra lingua).

Ma non è importante quello che penso io
Come sempre accade, quando le discussioni cominciano ad annoiare, decantano. E come il buon vino si arriva finalmente ad affrontare i temi importanti in modo pacato.

Due amici ci hanno provato in questi giorni. Luca e Alberto hanno messo sul tavolo degli argomenti su cui riflettere. E sebbene (scherzando) diciamo spesso che «leggere è vintage», forse puoi farti un’idea partendo dal punto di Luca. Magari contribuendo anche con il tuo.

Vale la lettura, a partire dal titolo che riflette l’impostazione che a me piace: Un metodo per collaborare nel racconto dell’Italia che innova

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Il futuro del digitale (e dell’industria culturale)

Cose scritte altrove.

Le tecnologie sono innanzitutto comportamenti. Comportamenti d’acquisto, di uso, di produzione del lavoro creativo ed intellettuale. Ed è questo -da un lato- a cambiare lo scenario, dall’altro a disegnare quello futuro.

La Stampa, Terza Pagina: Il futuro del digitale (e dell’industria culturale)

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Il futuro comincia a essere distribuito (ma solo se hai un giardino e fa bel tempo)

I droni di Amazon In 140 caratteri: «I droni di Amazon distribuiscono il futuro»
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La mia generazione è cresciuta citando spesso William Gibson: «Il futuro è già qui, semplicemente non è stato ancora distribuito». Ed è un curioso gioco di parole, se guardi questo video promozionale di Amazon che rivoluziona la distribuzione e mostra come i droni vengano utilizzati per fare consegne di prodotti in un’ora o meno.
È semplicemente fantastico e ci dà un’idea di come potrebbe cambiare la nostra vita nei prossimi anni.
Guardalo ora: Amazon Prime Air

Quello che il video racconta
Il Post ti dà un po’ di contesto e ti aiuta a capire la storia, se non riesci a seguire l’inglese: «Nel video c’è Jeremy Clarkson, popolare personaggio televisivo britannico ed ex conduttore di Top Gear, che illustra il funzionamento del servizio. Lo spot presenta l’esempio di una famiglia dove la figlia ha un’importante partita di calcio e ha bisogno di una consegna il giorno stesso: il cane ha mangiato lo scarpino destro della ragazza ma la madre ne ordina su Amazon un nuovo paio e, tramite la consegna via drone, il pacco arriva nel giardinetto della famiglia in tempo perché possano essere usati per la partita».
Per i più curiosi, «Jeremy Clarkson è uno dei più famosi personaggi televisivi al mondo», ma trovi tutto qui: Jeremy Clarkson spiega le consegne via drone di Amazon

Quello che il video mostra
La tecnologia è semplicemente impressionante. Porta persino un po’ di emozione da revival del primo immaginario di fantascienza. E i signori di Seattle ci tengono a specificare che sono immagini reali e non una simulazione.

Certo, è un’innovazione ancora nella sua prima infanzia, e come sottolinea qualcuno il suo funzionamento dipende da dove abiti (in un doppio senso: se il servizio è attivo nella zona e se hai un giardino o un posto per l’atterraggio del drone) e dal clima.

In particolare va studiata, credo, una soluzione logica per consentire ai droni dei posti di atterraggio sicuro nelle aree metropolitane con palazzi di 15 piani e macchine parcheggiate in terza fila. Posti in cui è difficile camminare, figuriamoci aspettare un drone.

Però, a occhio, il grosso del problema tecnologico è stato risolto in maniera brillante. Il resto è solo urbanistica o invenzioni logiche. E, se ci pensiamo, quando l’innovazione crea bisogni, in genere la società trova le soluzioni.

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Dedicato a tutti coloro che scappano… in avanti. La mappa di chi seguire

futuristi In 140 caratteri: «Chi seguire per farci aprire l’orizzonte»
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È una cosa che ripetiamo spesso qui. «E giova ripeterlo: il termine futurista da noi ha una connotazione diversa ma negli USA, raccontavamo, è un lavoro. E al di là del lavoro è, forse, una delle maniere più logiche per pensare il contemporaneo.
“Scienza e futurismo potrebbero essere assai utili l’una all’altro”. Il ciclo è semplice: la scienza porta realismo, il futurismo lo interpreta e la scienza ne trae nuova ispirazione. Un bel circolo virtuoso».

Ross Dawson mette insieme una curiosa mappa che indica il centro, la periferia e le relazioni tra chi prova a regalarci visioni del futuro. I criteri utilizzati sono probabilmente relativi (ma non ne abbiamo di migliori): «Autorevolezza», che misura la qualità delle connessioni e la qualità dei follower. E poi «Centralità», che nelle parole di Ross indica il numero di connessioni e la velocità di propagazione delle opinioni.

In un tweet (non linkabile perché il suo profilo è privato) Bruce Sterling ci scherza su: «Non è interessante essere centro o periferia. Tanto seguo la maggior parte di loro». Tradotto, è seguirli che conta, che ci apre l’orizzonte.

Se non hai voglia di leggerti il pezzo di Ross (Futurists on Twitter: An analysis of network centrality and authority), ti ricopio qui l’elenco dei 40 profili più autorevoli. Un must da seguire (o, per chi usa Twitter come me, una buona base per farci una lista). Ci sono diversi amici, ma non credo serva un disclaimer.

@iftf – Institute for the Future
@WorldFutureSoc – World Future Society
@rossdawson – Ross Dawson
@gleonhard – Gerd Leonhard
@DefTechPat – Patrick Tucker
@Urbanverse – Cindy Frewen
@VenessaMiemis – Venessa Miemis
@cshirky – Clay Shirky
@cascio – Jamais Cascio
@bruces – Bruce Sterling
@mitchbetts – Mitch Betts
@frankspencer – Frank Spencer
@futuryst – Stuart Candy
@johnmsmart – John Smart
@Geofutures – Josh Calder
@ThomasFrey – Thomas Frey
@doctorow – Cory Doctorow
@heathervescent – Heather Schlegel
@psaffo – Paul Saffo
@MareeConway – Maree Conway
@dunagan23 – Jake Dunagan
@jenjarratt – Jennifer Jarratt
@kevin2kelly – Kevin Kelly
@wendyinfutures – Wendy L Schultz
@patrickdixon – Patrick Dixon
@Joi – Joi Ito
@GreatDismal – William Gibson
@futuristpaul – Paul Higgins
@futuramb – P A Martin Börjesson
@kristinalford – Kristin Alford
@nraford – Noah Raford
@avantgame – Jane McGonigal
@DavidBrin – David Brin
@jhagel – John Hagel
@fastfuture – Rohit Talwar
@singularityhub – Singularity Hub
@singularityu – SingularityU
@futureguru – Dr. James Canton
@timeguide – Ian Pearson
@FutureCon – Future Conscience

E se vuoi puoi dare un’occhiata al Futurist Influence Rankings tracker.

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#RenziTaggaTutti. Perché la paura fa vincere i terroristi

terrorismo In 140 caratteri: «Per quanto possano seminare orrore, i terroristi vincono solo se alimentiamo la paura e limitiamo le libertà personali»
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È stato molto difficile, in questi giorni, astenersi dal commentare a caldo (e sull’onda dell’emozione) i fatti cruenti che questa nuova ondata di terrorismo ha fatto assomigliare molto al post 11 Settembre.

Praticamente da 10 giorni non si parla che di questo, persino i TG quasi non danno le altre notizie. Da Parigi, al Mali, a Bruxelles assediata.

#RenziTaggaTutti
Nel weekend, dopo un raduno dei Digital Champions italiani, mi sono appassionato a una discussione sui social, specialmente a casa di Giovanni. Il tema era un’affermazione di Renzi (clicca sulla foto per ingrandire):Renzi

Finché non ho l’autorizzazione non taggherò i post su Facebook, ma la media dei commenti oscilla tra «un bel mischione di argomenti diversi», citazioni da 1984 («l’unica differenza è la parola taggare») e la sensazione è che il nostro premier non sappia bene di cosa sta parlando.
Mediamente prevale l’inquietudine.

Attenuanti per Renzi
Non saremmo corretti se non sottolineassimo che probabilmente si tratta di una citazione estrapolata da un contesto più generale e che buona parte della discussione è stata influenzata da polemiche di cortile sulla sovraesposizione dei Digital Champions italiani. Il che è un argomento del tutto diverso, che qui non c’entra, ma il fatto che Renzi abbia detto queste cose alla loro manifestazione ha probabilmente contribuito a scaldare gli animi.

Le differenze con gli anni di piombo
Parlando con gente che ha vissuto gli anni settanta, la risposta «di controllo» non sembra così eccessiva. Pare normale, a chi lo ha vissuto, che si rinunci a libertà personali in funzione di una maggiore sicurezza.

Ma la nostra generazione che ha seguito la nascita di Internet, la collezione dei dati da parte delle grandi corporation, Echelon, le pressioni dell’NSA, potrebbe vederla in maniera diversa.

Certo, forse ha ragione Bruce Sterling quando mi diceva: «Io non credo che sia morta la privacy. Piuttosto sono morte le aspettative del XX secolo sulla privacy. Oggi come oggi le agenzie di spionaggio e i ricchi hanno tutta la privacy che vogliono.

Io credo che nei prossimi anni questo sarà un territorio di scontro, soprattutto sui temi della sorveglianza. Chi può dire, oggi, come, quando, a che condizioni, in quali circostanze? Quando la gente capirà finalmente che la privacy è soprattutto una questione di potere e di denaro, questo scontro troverà una nuova definizione. Probabilmente non useremo più il termine “privacy”. Inventeremo politicamente una parola nuova che sarà coerente con la situazione attuale della tecnologia».

Ecco forse la nostra generazione (quella culturale, non quella anagrafica) si aspetta proprio questo: una maggiore attenzione (e meno demagogia) da parte dei cosiddeti policymaker.
Una maggiore comprensione della realtà globale, di come la tecnologia ha cambiato il mondo. Quella nuova parola che significa privacy e che sostenga le libertà individuali.
Anche di fronte alla minaccia del terrorismo.

La statistica contro il terrorismo
Qui non sarei in grado di taggare la fonte anche volendo, è un post che mi è passato per caso davanti su Facebook e che raccontava di una signora romana che era terrorizzata e ne parlava col salumiere.
La risposta del salumiere (immagino la sua faccia) è stata: «Signo’, è più facile che finisci sotto una macchina».
Per quanto possano seminare orrore, i terroristi vincono solo se alimentiamo la paura e limitiamo le libertà personali. Cosa che puntualmente stanno facendo giornali e politici.

Bello anche l’hashtag #BrusselsLockdown. A un certo la polizia chiede di non twittare informazioni sulla posizione delle forze armate a Bruxelles. E la Rete reagisce con l’ironia della Rete che ci piace: cominciano ad apparire foto di gattini che mimano la situazione.
Ne parlano, se vuoi, Mashable (via @annamasera) e -in italiano- il Post.

Sicurezza vs. Paura
Qui fatti una tua idea, io ti lascio delle belle riflessioni da leggere. Luca de Biase, in italiano, la dice chiarissima, in un lungo post su cui riflettere: «La sorveglianza di massa non fa gli interessi dei cittadini, ma solo quelli dei centri di potere».
Il titolo è: Sorvegliare e terrorizzare.

ValigiaBlu traduce in italiano un bel pezzo di Jacob Appelbaum: Abbiamo bisogno non di meno, ma di più democrazia

Poi Jamie fa un bel ragionamento, pacato ma efficace. Anche qui il titolo la dice tutta: il nostro nemico non sono i terroristi, è la paura.
Fear is the enemy

(Photo: credits #BrusselsLockdown)

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