Raccontare il territorio. La sfida (quasi persa) dell’#Expo2015

#Expo2015 In 140 caratteri: «Metti tanti Paesi. Metti tanti creativi. Possibile che non sappiamo inventarci qualcosa di meno banale?»
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La premessa è necessaria. Non abbiamo visto tutti i padiglioni (9 ore e seimila zanzare non permettevano di più) e meno che mai quello dell’Italia, incompleto (pare) e chiuso alle 20:30 del sabato sera, nel momento di maggior afflusso.

Ecco alcune considerazioni, in ordine sparso e senza pretesa di valore generale.

1. Come spesso accade ha ragione il Post
I padiglioni sono molto poveri di idee. L’Expo è una festa popolare (bello vedere passeggiare gente di ogni razza e nazionalità), ma è soprattutto una fiera campionaria senza campioni.

Ha ragione il post sul fatto che l’Angola vada visitata e soprattutto sul fatto che il padiglione della Corea del Sud sia l’unico con un vero messaggio. Propone una soluzione per il futuro dell’alimentazione sostenibile (il Kimchi) e della conservazione dei cibi in maniera nauturale ed equilibrata.
Anche qui ci sono video (ci torneremo, sui video), ma l’allestimento lo fa con una danza di robot che assomiglia molto alla danza delle tradizionali arti marziali. Parla di tradizione e innovazione, senza citare la tradizione e l’innovazione.
E se frequenti questo blog sai che qui amiamo lo show, don’tell.

Il tutto fatto con un design minimalista, pulito, lineare, che dà valore ai contenuti. L’esatto contrario degli altri padiglioni.

2. È solo architettura di cui si potrebbe fare a meno
In gran parte dei casi, appunto, l’Expo è solo architettura a perdere. Bellissime lattine di cocacola destinate a finire nel cestino dell’alluminio una volta finita la fiera. Solo che non è riciclabile e tutti ci chiediamo questi soldi spesi che fine faranno una volta finita la festa.

Esempio: padiglione cinese, bellissima archiettura, ma contenuti zero. Soldi buttati. Esempi peggiori. Padiglione Spagna, impresentabile e costoso. Soldi buttati.

Fa malinconia il padiglione del Tibet, inconcluso. Che ti ricorda come dopo il terremoto abbiano avuto altre priorità. Coerente quello del Vietnam. Senti soprattutto le zanzare e immagini come sia davvero.

3. Non farmi fare due ore di fila per vedere un video, mandami il link su YouTube
Qui davvero c’è il gran senso di frustrazione. Molti padiglioni non hanno pensato a idee migliori che mostrarti un video. Il buon senso direbbe avvisami prima, dammi il link a YouTube e mostrami il link al video, così magari spendo il tempo per vedere qualcos’altro.

4. Padiglioni scandalosi ma utili per capire il regime
Thailandia, il video sul Re contadino. Sembrava un cinegiornale dei tempi di Mussolini. Altra fila sprecata, ma un insegamento utile. I regimi e la propaganda non sono roba del nostro ventennio, altrove esistono ancora.

5.Paesaggi banali
Vai al padiglione del Belgio. A parte uno sponsor gioielliere (che senso ha?) trovi belgi che bevono birra a un bar belga. Un po’ come l’italia in minatura, ma solo con più alcool.

6. Paesaggi olfattivi
Da buon motociclista ho goduto sopratutto degli odori dei vari ristoranti nazionali. Fame tutto il tempo. Abbiamo mangiato in Corea: servizio che era una perfetta metafora del caos, ma le Red Hot Chicken sono consigliate se vuoi diventare Grisù (e se non ti chiedi che forme di vita abiteranno il tuo intestino).
Per il resto ho studiato i menu e il più mirabile è quello del ristorante tedesco. Prima compra un SUV e poi permutalo per pagare un secondo.

7. Non sappiamo raccontare il territorio
Tutti si raccontano dicendo che fanno cibo di qualità, che combinano tradizione e innovazione e che puntano alla qualità. Se lo fanno tutti, ed è impressionante come come lo facciano tutti con gli stessi cliché, forse è il momento di immaginare qualcosa di diverso.

Metti tanti Paesi. Metti tanti creativi. Metti tanti soldi. Possibile che non sappiamo inventarci qualcosa di meno banale per raccontare cibo e territorio?

8. Vale la pena andarci?
No, se non sei a meno di 100 km da Milano e non hai la prospettiva di una giornata noiosa con l’unica alternativa di vedere la De Filippi. O di chiacchierare di Burraco con tua suocera.

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Dai viaggi, al gusto, ai libri. Tecnica e strategia delle recensioni nell’economia della condivisione.

airbnb reviews In 140 caratteri: «Tu andresti in macchina con uno sconosciuto senza sapere come altri prima hanno valutato il suo comportamento?»
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Partiamo da un’osservazione banale. Le recensioni sono «il racconto dell’esperienza degli altri» su un prodotto, o su un servizio. E sempre più tutti noi, prima di prendere una decisione di acquisto, utilizziamo questa base di dati (l’esperienza di altra gente) per fare una valutazione.

Le recensioni sono un fattore di sistema nell’economia di rete
Quasi 10 anni fa, in un libro, raccontavamo di quello che all’epoca era uno dei primi casi di controllo sociale attraverso la reputazione. Un oggetto assurdo per l’epoca, come eBay, funzionava. La domanda era: come fai a fidarti per vendere o comprare in rete da sconosciuti?

Nella spiegazione, la teoria dei giochi aiutava molto. Il sistema di recensione del venditore e dell’acquirente scoraggiava comportamenti scorretti. Se truffi qualcuno, ti recensirà come inaffidabile e quindi non sarai interessante per future transazioni.

Tradotto: se la tua reputazione è negativa, nessuno comprerà da te. Avrai un guadagno sul breve termine, ma nessun guadagno sul medio o lungo termine. Al contrario, i seller con molte transazioni e molte valutazioni positive avranno un guadagno di lungo termine molto elevato.

Questo semplice sistema di controllo reciproco ha consentito ad eBay di funzionare. Ma anche Amazon utilizza le recensioni (e le attività dei clienti) per capire cosa è interessante e cosa ha diritto a maggior visibilità (in uno store a scaffale infinito).
Per dirla con Tim O’Reilly, «Amazon ha messo l’intelligenza degli utenti nella sua interfaccia».

Gaming the system
Con il passare degli anni, tutti hanno capito l’importanza dei feedback dei clienti e tanti altri hanno trovato modi e soluzioni per cercare di forzare il sistema. TripAdvisor ha i suoi enormi problemi (e anche chi se ne prende gioco: Il ristorante non esiste, ma è primo in classifica. TripAdvisor sotto accusa).

Amazon combatte legalmente contro siti che vendono recensioni e ha sviluppato un sistema di intelligenza artificiale per migliorare l’efficienza dei feedback.
Leggi tu stesso: Amazon looks to improve customer-reviews system with machine learning

Far scalare il modello e il caso Airbnb
È chiaro che Internet sta aumentando molto di scala e che l’etica dei primi utilizzatori non regge questa scala. Ed è una sfida continua a costruire sistemi più efficaci per mettere in reale valore l’opzione di utilizzare l’esperienza degli altri per conoscere e decidere.

E spesso questo diventa un problema di design. Qui forse vale la pena che tu spenda qualche minuto per valutare il caso Airbnb.

Il servizio è sempre più usato (anche in Italia) e ha le potenzialità per mettere in crisi il sistema alberghiero, come Uber ha in qualche modo invecchiato il sistema dei taxi (e come BlaBlaCar si sta diffondendo).

Ma il suo sistema di controllo e validazione sociale ha una falla di design. Molly Mulshina racconta la sua esperienza. Va in un posto di cui tutti parlano benissimo e si trova in una situazione che non soddisfa nemmeno lontanamente le sue aspettative.

Così analizza la ragione del problema, e trova un difetto di design del sistema: se le persone si conoscono personalmente (come quando vai a casa di qualcuno usando Airbnb), saranno molto meno propense a dare valutazioni obiettive se ci sono fattori negativi.
Airbnb ha disegnato dei correttivi (venditore e acquirente non possono vedere la recensione dell’altro finché non hanno pubblicato la propria), ma non pare efficace.
Fatti un’idea: After a disappointing Airbnb stay, I realized there’s a major flaw in the review system

Le recensioni sono la chiave dell’economia della condivisione
In un mondo in cui i servizi (oltre che i prodotti) vengono disegnati per valorizzare la condivisione, l’esperienza degli altri e il controllo sociale sono un fattore chiave. È un esempio forzato ma: tu andresti in macchina (con servizi tipo BlaBlacar, ad esempio) con uno sconosciuto senza sapere come altri prima hanno valutato il suo comportamento?
La maggior parte delle persone direbbe no, come la maggior parte delle persone alla nascita di eBay pensava che fosse assurdo fidarsi a vendere e a comprare da uno sconosciuto.

Eppure io penso che andremo sempre più verso un modello di condivisione, con buona pace dei tassisti, delle leggi del XX secolo (Uber è illegale, Uber è legale, Uber deve assumere: la giurisprudenza è più lenta del digitale).
Ma per far funzionare queste cose abbiamo un grande problema di design di quelle che Shirky chiamava le «regole implicite» del sistema. Ovvero il modo stesso in cui il sistema funziona.
E questo implica anche riuscire a creare dei modelli efficienti per dar valore all’elemento portante: ci fidiamo di uno sconosciuto se altri prima di noi si sono trovati bene.
E bisogna disegnare i sistemi per rendere evidente e sicura questa funzione. (Oltre a creare la necessaria educazione per navigare tra i pareri degli altri).

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Amazon e i libri al trancio

Amazon e i libri al trancio In 140 caratteri: «Amazon è per eccellenza il luogo dove i lettori cambiano abitudini»
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Quando Amazon si muove, fa notizia a prescindere. L’ultima, in ordine di tempo sta generando moltissimi commenti in rete e riguarda la decisione di pagare gli autori degli ebook non in base al prezzo di copertina ma in base alle pagine effettivamente lette.

Un po’ come la pizza al trancio (o al metro, o al taglio, come preferisci). In Italiano puoi documentarti leggendo Il Post (già citato ieri) o anche il pezzo di Federico su La Stampa.

La paura di alcuni
Molto spesso di fronte alle cose nuove la prima reazione è aver paura. Paura che, nelle discussioni parte spesso dal pezzo dell’Atlantic, che sottolinea come in questo modello si rischi di finire per premiare solo i libri che tengono incollato il lettore alla lettura.
(Il che, se ci pensi, significa un grande stimolo a scrivere meglio, e nella mia personale opinione è cosa buona e giusta).

Nella redazione di Slate scherzano: «Se i libri fossero stati pagati per pagina, Moby Dick sarebbe stato scritto così: Pagina 1: “Il mio nome è”, Pagina 2: “Ismael”».
E colgono il lato ironico: Se la scelta di Amazon premia l’attenzione e la capacità di legare il lettore al testo per farglielo leggere, «l’ironia», scrive Will Oremus, «è che molti di quelli che si sono spaventati non hanno letto fino in fondo tutta la storia».

Will sottolinea che questo cambio di paradigma non si applica a tutti gli ebook ma solo ai self-publisher che partecipano al programma Kindle Unlimited (con i diritti dati volontariamente in esclusiva ad Amazon) e alla parte di «prestito» che è un bonus di Amazon Prime.

E conclude con un’affermazione molto popolare da queste parti: l’idea di Amazon è assai intelligente perché ci obbliga a scrivere pensando al lettore. Il che significa concentrarci non sul supporto o sul denaro, ma su ciò che davvero vale nell’era del content-shock: il rapporto tra investimento di tempo di lettura e attenzione.
Infine aggiunge, non senza ragione, che il «tempo di lettura» è una metrica più interessante dei download.
Fatti un’idea e non fidarti della mia sintesi: Amazon’s Plan to Pay Some Authors by Pages Read Is Smarter Than It Sounds

Il digitale è comportamento
In realtà è più complicato di così. È vero che le nuove regole si applicano a una fascia apparentemente ristretta di autori, ma si tratta di un mercato comunque ampio che -storicamente- rappresenta l’avanguardia della scrittura e dell’editoria. Ed un cambio di regole che riguarda il modo in cui migliaia di autori guadagnano, quindi ha una sua importanza intrinseca, che porterà ad adeguamenti dello stile, della scrittura, del packaging delle opere.

Non è una novità né una predizione. Lo abbiamo già visto accadere. Se cambiano supporti, distribuzione e remunerazione, cambia il modo di pensare il libro. E se cambia il modo in cui lettore ci trova e ci sceglie, segue un altro adattamento. E se si modifica il modo in cui il nostro lavoro creativo viene ricompensato, evolve anche il nostro modo di pensare al nostro lavoro.

Qualche esempio: il passaggio dalla carta all’ebook ha modificato il rapporto di valore tra numero di pagine e prezzo. Scegliendo i libri nel scaffale di una libreria, la comparazione era intuitiva: vedevamo lo spessore del tomo, leggevamo il prezzo e decidevamo se ci pareva coerente.
Era un sistema facile, ma non necessariamente affidabile. Molti autori venivano più o meno costretti dall’editore ad aggiungere pagine per aumentare lo spessore.
Guardandola dal punto di vista del lettore, del suo tempo, e della sua attenzione era un errore di sistema. Compravi le pagine fisiche a un rapporto vantaggioso, ma disinvestivi in tempo e attenzione che non erano proporzionali ai risultati ottenuti.

Un altro effetto che abbiamo già visto accadere come conseguenza del cambiamento dei comportamenti, è la «serializzazione» dei romanzi. Esempio: arrivi con un romanzo da 900 pagine e te lo smontano in 5 pezzi più brevi. In questo modo il pricing e quindi il margine per ogni singola vendita aumenta. E si fidelizza il lettore per gli acquisti successivi.

La regola è: mai sottovalutare quanto fa Amazon perché gli innovatori dell’editoria tenderanno sempre a cercare un hack del sistema. E queste nuove pratiche poi -se funzionano- tendono a essere adottate anche da altri.
In tempi talmente rapidi che quasi non appartengono all’orologio dell’editoria.

Amazon è per eccellenza il luogo dove i lettori cambiano abitudini (magari non tutti, ma è il posto con maggiore massa critica). Dalla metà degli anni novanta, quando ha cominciato a vendere le carta online.
Ed è il posto in cui gli autori più evoluti (e digitalmente alfabetizzati) sperimentano per il pubblico più evoluto (e digitalmente alfabetizzato).
Un osservatorio sul normale di domani. Che puoi trascurare se sei un lettore con il diritto a leggere come gli pare, ma che non puoi non studiare attentamente se sei un autore o lavori nell’editoria.

Come la vedo io
Se cambi le metriche, cambi il modo di scrivere. Se le metriche spostano il valore dal numero di pagine alla qualità della pagina, tenderemo a dare maggior valore a ogni pagina che scriviamo.
E aumenterà la sintonia tra pagina e lettore. Cosa che storicamente è successa ad ogni volgarizzazione dell’editoria, a partire dai feuilleton (che oggi tutti consideriamo grandi classici).

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Gli ultimi che hanno conosciuto il mondo prima di Internet

Cose scritte altrove.

«Se noi siamo le ultime persone della Storia che hanno conosciuto la vita prima di Internet», scrive Michael Harris, «siamo anche gli unici che parleranno per sempre entrambi i linguaggi. Siamo gli unici in grado di tradurre in maniera fluente il Prima e il Dopo».

La Stampa, Terza Pagina: Gli ultimi che hanno conosciuto il mondo prima di Internet

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#Storytelling. Le lezioni di Game of Thrones

Game of Thrones In 140 caratteri: «Se l’attenzione è la risorsa scarsa, ecco come il Trono di Spade si conquista la nostra»
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Un paio di avvertenze. La prima, in questo post non ci sono spoiler (e, avendo sempre evitato accuratamente di leggere i post sul Trono di Spade che mi apparivano con estrema frequenza nei feed, approvo la mozione di Dave Winer per mettere uno spoiler-alert su Facebook).
La seconda: Ho aspettato di finire di vedere la quarta stagione per scrivere questo post, quindi se commenti su Facebook (o altrove) sei pregato di non darmi spoiler sulla quinta. Io sono uno che quando compra un libro dei suoi autori preferiti nemmeno legge la quarta di copertina per non sapere nulla della storia.

Il segreto di alcuni eroi seriali
Molta gente non legge abitualmente perché magari non ha incontrato nella sua vita un page-turner, uno di quei libri che ti tengono incollati alla storia e non ti fanno smettere -appunto- di andare avanti con la lettura.

Su questo fronte è interessante la scelta di Amazon di pagare gli autori in base alle pagine lette. Se dovesse prendere piede, obbligherebbe a scrivere per tenere alta l’attenzione del lettore (e probabilmente ad applicare la regola di Hemingway: «La scrittura è sottrazione»).
Ma sulla logica di Amazon e le sue complesse implicazioni vorrei farci un altro post, dedicato.

Torniamo a quanto ci vincola a una storia. Molto spesso -almeno in base alle mie preferenze personali- l’eccesso di descrizione o le pippe psicologistiche mi fanno immediatamente mollare il libro e mettere l’autore nella black-list.
Per questa ragione alcuni dei miei eroi seriali preferiti sono Jack Reacher e Joe Pike. Sono l’esempio forse più fulminante del mantra americano: show, don’t tell. Personaggi profondi che tuttavia non ti raccontano mai direttamente l’inquietudine. Te la mostrano attraverso la storia.

Il mio personale mistero sul Trono di Spade
Come sanno i miei amici (Giovanni in particolare, che con le serie Tv ci respira e ci fa ricerca, mi prende sempre in giro), io non amo le serie Tv. Ma quando abbiamo iniziato a guardare Game of Thrones con Carla ci siamo incollati. In poche settimane abbiamo bruciato quattro stagioni.

E io me ne spiegavo la ragione con diversi argomenti. Lo show, don’t tell (rarissimo in fictionazze come «Le 3 Rose di Eva», in cui tutti piangono o vanno sopra le righe per supplire a un plot e a un design dei personaggi privo di genio), la ferocia di certe scene che evidenzia il «buono» quando appare senza farti sentire appiccicoso di melassa.

Il rapporto tra reale, magico e poetico nella narrazione, che un fisico -se hai voglia di approfondire- racconta benissimo. Lo sintetizzerei così: «la scienza è ciò che ci aiuta a raccontare il mondo, la magia e la poesia ci aiutano a spiegarci il resto».

Qui Game of Thrones è fantastico. La crudezza della realtà è mischiata al possibile, al sogno, alla sorpresa (i draghi, gli estranei). Ma c’è molta scienza dietro una narrazione costruita in questo modo.
Ma fatti un’idea, poi arrivo al punto: Telling Stories About Magic In A World Of Science.

Il vero segreto di Game of Thrones
Come spesso accade, mi spiego le cose con le idee di altri. Geme Muzones ha messo insieme le vere ragioni per cui a me Il Trono di Spade è piaciuto tanto.

Te ne racconto un paio, ma poi leggi il suo post. La prima è che siamo tutti cresciuti seguendo le storie con una logica essenziale: non può morire il protagonista, se no finisce la storia.

George RR Martin invece su questo ci gioca, ti fa identificare con un personaggio e poi lo fa morire. Nel post di Geme c’è una striscia che racconta di un fan che -alla morte di un suo eroe- prende un aereo per Santa Fe, va a casa di Martin e lo prende per giacca urlandogli: «Perché?».

Però tutto questo toglie sicurezza (e prevedibilità) alla storia. E quindi stai lì, all’ottava puntata della quarta stagione e non vedi l’ora di guardare la nona per capire se Tyrion Lannister muore o no. E la nona puntata ti uccide parlando di tutt’altro, così corri a guardare la decima. (Ci abbiamo messo un’ora di intervallo per cenare, ma Carla non resisteva e ha googlato per sapere come andava a finire).
Ora pensa all’attenzione, al valore dell’attenzione nella nostra epoca e a come Martin la gestisce magistralmente, sommandola alla motivazione a proseguire.

La cura maniacale dei dettagli
Nel raccontare i suoi libri sullo schermo, Martin ha avuto grande buon senso, comprendendo il medium adatto. Ha detto all’agente: «Non facciamone un film, facciamone una serie tv. In un film dovrebbero tagliare troppo perché sia comprensibile». Se hai letto Hunger Games e visto i film capisci bene il senso.

Ma anche la scelta degli attori, fatta personalmente e con molta precisione. Non puoi immaginare Tyrion Lannister se non con Peter Dinklage. grandissimo anche nell’ultimo X-Men. O nella scelta di Jack Glesson per interpretare Joffrey Baratheon («Il personaggio più odiato della Tv»).
Scelta sintetizzata nella frase che Martin pare gli abbia scritto in una lettera: «Congratulazioni per la tua performance. Ora tutti ti odiano».

Lo storytelling di Game of Thrones
A questo punto non posso che rimandarti al pezzo di Geme, che ha un titolo molto esplicativo (e che la racconta molto meglio di me): Why You Should Hire Game of Thrones Author George RR Martin to Promote Your Business

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Come cambia il nostro modo di leggere. Strumenti digitali per la complessità digitale

Digital In 140 caratteri: «Siamo costretti a imparare e a provare nuovi strumenti continuamente. Anche qui, il rischio è l’irrilevanza»
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Viviamo, e lo diciamo spesso, in tempi di content-shock (espressione felice coniata per descrivere rapidamente l’abbondanza di contenuto).
Per molti di noi si tratta solo di eccedenza di informazioni, ma per chi -come tanti altri di noi- lavora sull’intelligenza e si alimenta dell’intelligenza che viene espressa in giro, è un fatto importante. Perché gli input e le idee degli altri ti consentono di restare competitivo, di lavorare meglio, di farti un’idea del mondo anche con lo sguardo degli altri, che è spesso migliore del tuo.

Ma è un tema che ha anche applicazioni pratiche, soprattutto se scrivi (e vuoi essere letto da chi è interessato a ciò che scrivi), se lavori nella comunicazione (dalle PR alla cara vecchia editoria libraria), o anche solo semplicemente se vuoi esistere in rete (e l’unico modo per farlo è pubblicare contenuto).

Pensare analogico per il digitale
A volte mi sento come la proverbiale lingua che batte dove il dente duole. Io credo e ripeto, da anni, che il tema del content-shock (o dell’information overload, come lo sentivamo chiamare negli anni novanta noi dinosauri del web) sia un errore logico.
Un errore che non ci permette di affrontare la complessità con gli strumenti giusti. Se ragioniamo in maniera analogica (la famosa “cultura della carta che purtroppo ancora insegnano a scuola), semplicemente non possiamo affrontare l’aumento di scala della complessità del digitale.

I più avvertiti di noi utilizzano strumenti che già usano la potenza del digitale (da Prismatic ai tool di social media monitoring), ma io credo che siano ancora oggetti nella loro prima infanzia di sviluppo. E trovo interessante provare a immaginare cosa c’è dietro la curva.

Lo sviluppo è veloce, anche se va per per errori e tentativi. Ma comunque ci impone due imperativi. Il primo è capire che il nostro cervello e la nostra cognizione si adeguano agli strumenti che usiamo (e chi rimane indietro, quindi, continuerà a pensare analogico).

Il secondo è che siamo costretti a imparare e a provare nuovi strumenti continuamente. Anche qui, il rischio è l’irrilevanza in un mondo che corre veloce e che -in rete- ci identifica con l’intelligenza che siamo capaci di esprimere.

Pensare digitale per il digitale
Da diversi anni il mio modo di scrivere in rete si appoggia sull’acume degli altri, quindi anche in questo caso ti lascio dei link da studiare (perché ne vale la pena).

Il primo riguarda la recensione di un’app che non ho ancora provato, ma che ho lanciato su Twitter con una frase chiara: «Non ho più bisogno di leggere le notizie, perché i miei amici le leggono per me». Menziono anche la risposta di Gianluca, perché pone un problema che potrebbe appassionare qualcuno: «@gg la “automatic content curation” non soddisferà mai completamente le aspettative. La parte manuale è necessaria, anche con un algoritmo».

Io mi ritengo molto laico sulla questione «algoritmo vs. umano», ma intanto l’app si chiama Nuzzel e Jim Edwards ce la racconta: I gave up reading the news because this amazing new app just does it for me.

Cosa c’è dietro la curva
Tre letture impegnative (ma conosci letture illuminanti che non siano impegnative?). La prima ha un titolo che la dice tutta e che dovrebbe incuriosirti di per sé: This article was written specifically for you (well, someday it will be).

La seconda riguarda Twitter e come potrebbe essere ridisegnato per essere più rilevante nel mondo del content-shock: Re-imagining Twitter.

E l’ultima è un post di David Weinberger che la mette giù precisa sull’alfebitazione digitale: Obviously digital literacy is first about values and only then about mechanics

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#CookieLaw, #BloccailCookie: Ancora sul pasticcio dei Cookie

Cookie Twitter In 140 caratteri: «La Cookie Law è una legge che scarica la complessità sugli utenti»
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È chiaro che non c’è alcun intento polemico, la normativa -dicevamo- non è italiana (ma UE) e in Italia l’abbiamo recepita persino bene.
Però, metto giù questi due appunti facendo seguito a discussioni, frammentate come accade spesso su Twitter, con Baldo (addetto stampa del garante), Anna (Responsabile comunicazione della Camera), Massimo, ecc.

La buona notizia
Dopo aver letto in giro di «controlli severi», Wired sembra smentire e pare che gli uffici del Garante abbiano dichiarato che «il Garante intende andarci piano. Non chiudete il vostro blog. Se siete una delle poche aziende italiane che vuole sbarcare sul web (solo il 5,1% delle nostre PMI vende online), non fatevi scoraggiare da questa nuova legge».

Dice che comunque è un pasticcio
La mia opinione, argomentata, è che «La Cookie Law è una normativa costosa, inutile e inapplicabile». E che sarebbe divertente partire dai siti delle Pubbliche amministrazioni per vedere come viene applicata.

Il fatto che sia un «pasticcio» si spiega (e ancora una volta non è una colpa italiana) con gli errori logici che contiene (dicevamo che il concetto di «sito web» è una finzione analitica che rende Amazon e il blog di mia nonna due oggetti identici). E si spiega anche con la necessità di aggiornare la cookie policy ogni volta che un gestore di tecnologia aggiorna i suoi meccanismi. Cosa che -per mera realtà- accade spesso e senza che nessuno di noi lo sappia.

Ma soprattutto è un problema perché è una legge che scarica la complessità sugli utenti.

Nessuno di noi controlla gli strumenti che usa (dai pulsanti per i social ai plugin) e nessuno di noi profila i suoi lettori.
I controlli andrebbero fatti su chi -invece- governa questi tool. Un esempio potrebbe essere il post di Change.org, il cui titolo la dice tutta: Migliorate la cookie law rivolgendovi a una decina di Browser piuttosto che a miliardi di Siti!

Ma fatti la tua opinione
Io, come al solito, ti lascio dei link.

Il primo è di Bruno Setta e -ancora una volta- descrive bene il contenuto: Lettera al Garante per la privacy: il pasticcio dei cookie e il chiarimento che non chiarisce

L’altro è di Valeria Covato, e si intitola: Perché la Rete sbuffa per i cookie del Garante per la privacy

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I Cookie e la Ballata delle Informative Disinformate

cookie In 140 caratteri: «La Cookie Law è una normativa costosa, inutile e inapplicabile»
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Probabilmente i cookie non sono mai stati così famosi come in questi giorni. Se ti sei perso qualche pezzo, qui c’è lo spiegone (quasi un genere letterario) de Il Post (Perché vedete tutti quegli avvisi sui “cookie”) e qui quello di Mr. Webmaster: Cookie Law: cosa dice la legge, come adeguarsi e quali siti lo devono fare.

Io mi sono adeguato: qui trovi la mia Cookie Policy, integralmente «copiata e condivisa da Simone Favaro, che la spiega meglio di come farei io».
Spero che Simone non se la prenda (ma condividere knowledge base è buona parte del lavoro dei blog). E aggiungo un po’ di considerazioni mie e raccolte in giro.

Costi e benefici
Massimo ha preso una posizione netta e buona parte di me lo condivide. Lo stesso Simone pone una questione su cui riflettere: «La domanda è: ma perché deve essere il titolare del sito a prendersi carico di quello che manda un Facebook, Linkedin, Google e i loro derivati sul PC del suo lettore, senza considerare che spesso e volentieri il titolare non usufruisce nemmeno di quei dati raccolti e che, in più, nemmeno vengono archiviati sui propri server ma vanno nei data center dei colossi ?
La fattura la mandiamo a loro o al Garante?»
Fatti un’idea: Cookie Law, a chi mando la fattura?

Leggi da Cartoon e “Ammazza la vecchia”
Non so perché (i nostri giri mentali sono strani), ma il post ironico di Gianluca mi ha fatto tornare in mente una scena di Roger Rabbit («Non c’è cartone che non abbia voglia di finire “Ammazza la Vecchia”»).
Gianluca scrive, giustamente: «Immaginate le mamme blogger che hanno messo Adsense o un banner di Amazon per 5 euro al mese. Ehi voi, state tracciando! Dovete bloccare il cookie! Dovete darne comunicazione al garante! Costo, 150 euro. Multa? 6.000 euro».
Il post si intitola, senza troppe concessioni: #bloccailcookie – ma anche torniamo seri, grazie

Sproporzione tra delitto e castigo
Forse riesco a spiegarmi il mio giro mentale con un ricordo aneddotico (non verificato) degli insegnamenti del passato. C’è stato un tempo in cui le grandi industrie musicali hanno reagito agli .mp3 «punendone uno per educarne 100». E mi sembra di ricordare di un caso di una nonna sanzionata pesantemente perchè il nipote aveva scaricato musica illegalmente.
L’insegnamento dell’epoca fu che, mentre le industrie discografiche usavano gli avvocati, altri player (da iTunes a tutto il resto) capivano come il mondo cambiava e sottraevano la distribuzione ai vecchi detentori.

In questo caso potrebbe succedere lo stesso. Devo aver letto da qualche parte che si minacciano controlli severi, ma i nerd e le grandi aziende ci mettono relativamente poco ad adeguarsi. I soggetti deboli e meno alfabetizzati (che però hanno lo stesso diritto a esprimersi e sicuramente non utilizzano algoritmi sofisticati per gestire i cookie) potrebbero essere i casi che fanno notizia e diventano deterrenti, o pseudo-deterrenti.

Se leggi il kit, ci sono molto punti oscuri (chi decide cosa va bene o no?) e pene fino a 110.000 euro. Ma chi stabilisce, tanto per fare un esempio, se ho messo per bene le informazioni, pur essendomi applicato?
Temo, purtroppo, che i punti oscuri vadano in base all’umore e alla cultura del controllore. E come cittadino non mi sento garantito.

Una normativa inapplicabile
La cosa figa delle leggi è che dovrebbero essere utili, e applicabili. Dovrebbero punire l’eccezione non la norma. In questo caso l’unica possibilità è fare controlli a campione e sanzionare i «poveri cristi».
Come fai a controllare milioni di pagine web? Non si fanno leggi per punire a campione.

Torniamo al punto: io metto il banner, metto pubblica la policy, poi come fai a vedere davvero come gestisco i cookie? Quali plugin ho installato? Come funzionano? Come cambiano quando si aggiornano? Eccetera.

Dato che io ho fiducia nel legislatore, che promette controlli severi (quindi non a campione), mi auguro che i controlli partano dai siti delle Pubbliche Amministrazioni, che dovrebbero dare l’esempio prima di sanzionare gli altri.
Chi vuole si diverta a fare un controllo su quanti siti istituzionali sono compliant oggi.

La memoria a rischio
Poi ci sono casi delicati. Molti siti non sono più usati, ma servono a mantenere la memoria storica e sociale di cose avvenute o di idee che hanno circolato. Io -ad esempio- continuo a pagare il dominio di Potenza Smart, che pure serve solo a tenere traccia di cose passate. Ed era assolutamente no-profit. Spendo denaro mio per tenerlo in vita, e magari ci metto poco a sistemarlo.
Stamattina mi sono chiesto se valeva la pena metterci tempo ad adeguare il sito o spegnerlo. Quanti siti inutilizzati saranno sanzionabili?
Vale la pena?

Mele e Pere
Sarò banale, ma questa normativa (che è UE, non una ciambotta italiana, va ricordato) ha una serie di errori logici al suo interno. Il primo, tanto per citarne uno solo, è che si basa su una finzione analitica: il «sito web». Ma c’è una differenza sostanziale tra Amazon, Google e un blog. Entrambi stanno sul web, certo, ma nessuno può pensare (sentendosi serio) di credere che siano la stessa cosa.
Siamo nel XXI secolo, se qualcuno non avesse informato di questo i legislatori bisognerebbe farlo.

La privacy, vista sul serio
Un paio di letture se vuoi approfondire davvero il tema della privacy. La prima è un pezzo di Doc Searls, che racconta di come il digitale sia l’Eden.
Ma non correre a conclusioni affrettate. L’Eden era quel posto in cui l’uomo era nudo, non aveva nemmeno i vestiti (l’elemento primo della privacy, dello spazio personale). E noi abbiamo bisogno di riflessioni più strutturate su come gestire certi temi in un mondo che cambia così in fretta.
Relatively speaking, digital networked life is Eden, which also didn’t come with privacy

La seconda lettura è un articolo che sposta le responsabilità su chi deve averle (ovvero su chi progetta gli strumenti, non su chi li usa). E che -giustamente, a mio parere- ipotizza un codice ippocratico per gli sviluppatori:
The Responsibility We Have as Software Engineers — Where’s our Hippocratic Oath, our “First, Do No Harm?”

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