Weblog di Giuseppe Granieri

«Gli editori hanno bisogno di essere molto flessibili ed aperti alla sperimentazione. E non è necessariamente un vantaggio essere grandi editori».
Una delle cose che dicevamo già tempo fa è, forse, la conseguenza più visibile della transizione al digitale dell'editoria libraria: gli editori, che per secoli hanno fatto sempre lo stesso lavoro con qualche piccolo rinnovamento spalmato nei decenni, oggi sono condannati ad inseguire la velocità dell'innovazione tecnologica ed a rincorrere le sempre nuove piattaforme che venderanno e distribuiranno i loro libri. Ed è uno shock interessante per un settore abituato a coltivare la tradizione come valore.
Rich Wrong esamina la questione da un punto di vista generale (In Mobile, Fragmentation is Forever. Deal With It) e Adam Hodgkin sottolinea i punti specifici su cui l'editoria dovrebbe riflettere (In the eBooks Market, Fragmentation is Forever. Deal with it).
Share | Posted by g.g. | # | Media | 08/03/2010



«Questo studio indica che c'è una moderata correlazione tra la disponibilità della versione free dell'ebook e l'aumento di breve periodo nelle vendite del libro. Quindi la disponibilità di ebook gratis non significa sempre aumento delle vendite», scrivono John Hilton III e David Wiley. «Questo dovrebbe sorprendere sia chi ritiene che regalare la versione scaricabile uccide le vendite sia chi, al contrario, è convinto che invece le favorisca».
Un paper -trasparente sul metodo e sui limiti stessi del lavoro effettuato- che contiene molti spunti di analisi per ragionare sui (tanti) rapporti possibili tra la diffusione dei formati digitali e il mercato tradizionale. E un modo utile per superare le facili equazioni cui spesso finiamo per credere: What Happens to Book Sales if Digital Versions are Given Away?.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 07/03/2010



In questi giorni in cui sono stato in giro tra Milano, Urbino e Siena mi è capitato di confrontarmi con persone diverse sui temi dell'apprendimento dei giovanissimi, della scuola e dei videogame che potrebbero (e dovrebbero) essere guardati in modo meno superficiale. Soprattutto in un Paese come il nostro, che stenta a comprenderli ed a valutarli con maggior attenzione. Io ne ho scritto diverse volte e c'è gente che lo fa meglio di me, a partire da Federico.
Recuperando i miei feed arretrati ho raccolto diversi link, che condivido qui per tornarci magari in un momento con più tempo. Il primo, un articolo dello Scientific American, racconta di come i giochi possano coadiuvare le vittime di incidenti nel recupero delle funzioni motorie (Stroke victims aided in motor function recovery by playing home video giames). Ma c'è anche una correlazione diretta tra il gioco ed il potenziamento delle skill di lettura e scrittura nei giovani (Video games can hamper reading and writing skills in young boys by displacing other activities).
Poi, a seguire, un pezzo della CNN (Online game seeks to empower Africa), un paio di riflessioni sui rapporti tra narrativa e videogiochi, prendendo spunto da Heavy Rain (Murderer's Young Prey; A Father's Torment e Heavy Rain).
Sul fronte meno da gamer tradizionale, una riflessione sui giochi tipo Farmville (The Next Big Thing In Video Games Might Be Fear Of Embarrassment) e una sull'elettronica per dimagrire (Video-game exercise bikes - not just a gimmick).
Infine: Ten Films that Would Make Great Games e The Future of Videogames.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 07/03/2010



«La rivoluzione del digitale è guidata dal desiderio di replicare a distanza (o in maniera mediata dalla tecnologia) tutte le esperienze che normalmente associamo ad incontri faccia a faccia», scrive The Memory Bank in un pensoso post di un mesetto fa.
«Se vogliamo costruire un mondo migliore, invece di limitarci a contemplare quello che accade nel mondo che abbiamo, un prerequisito essenziale è imparare a pensare creativamente in termini che siano capaci sia di riflettere la realtà sia di uscirne per raggiungere le possibilità che siamo capaci di immaginare».
Se vuoi farti stimolare qualche riflessione ulteriore sul cambiamento che stiamo vivendo, puoi investire (più di) qualche minuto in questa lettura: An anthropology of the internet.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 07/03/2010



L'idea di sperimentare e uscire dal concetto di giornale analogico riprodotto nel digitale è forse uno dei percorsi obbligati per immaginare il giornalismo di domani. Al NYT non stanno fermi e, dopo lo Skimmer (che è diventato il mio modo di accesso alla «Signora in grigio»), la cosa che a me piace di più è la rubrichetta in cui i giornalisti di tecnologia linkano quello che leggono sugli altri giornali e in rete.
Il round up settimanale è una cosa che fanno molti blogger americani che seguo ed è un bel segnale che lo facciano anche testate di grande prestigio. E' un'idea semplice, che però è coerente con la logica del web e della condivisione.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 07/03/2010



«La transizione dell'industria libraria dal prodotto stampato e distribuito in libreria ai file digitali» scrive la New York Review of Books, «è un cambiamento storico che trasformerà radicalmente il mondo editoriale in ogni parte del pianeta. Ma trasformerà anche tutte le culture».
L'articolo, un must read, si intitola Publishing: The Revolutionary Future. Della trasformazione del libro da prodotto a contenuto abbiamo parlato ieri nella rubrica (Reinventare il libro), e oggi trovo un post di Matt Legend Gemmel che aggiunge un punto di vista da sviluppatore di applicazioni: iPad Application Design e un commento di Craig Morgan su eBook Newser: "Realness" and the Promise of iPad.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 06/03/2010



Sabato scorso, quando leggevo delle reazioni a questa ricerca, mi chiedevo quanto ci avrebbe messo ad arrivare sui giornali italiani. Stamattina se ne parla sul Corriere, in un pezzo di costume, e sul Giornale.
Come già accaduto spesso, a far notizia non è la serietà di una ricerca (che andrebbe verificata sul metodo prima di essere divulgata sui media) ma la sua capacità di far notizia. E' un pattern che si osserva di frequente e recentemente ne avevamo parlato a proposito del presunto rapporto diretto tra internet e la depressione. In giro per la rete si leggono da giorni commenti scettici e tentativi di debunking: se vuoi approfondire, Myers (un biologo dell'Università del Minnesota) lo definisce uno studio ridicolo e giustamente chiede informazioni sul metodo usato. Darcy Cowan ne scrive e intitola il pezzo Intelligence, Monogamy and Journalistic Licence. Sheryl Kirshembaum, su Discover Magazine, ci fa un post per stoppare gli alert dei suoi lettori e ne approfitta per ricordare una bella infografica che descrive la logica che si nasconde dietro le science news.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 02/03/2010



«Quel che è certo è che la necessità di inventare nuovi modelli di business si sta rivelando anche un'opportunità per disintossicare i media da tante scorie a cui si sono assuefatti, e riscoprire così modalità per fare informazione in modo autorevole pur senza annoiare. E' il momento, per la macchina delle notizie, di fare un serio "tagliando", pulire filtri e scarichi e tornare in strada alimentata da nuovi combustibili meno inqunanti».
I disclaimer vanno da sè: domani, a Milano, parleremo proprio di questo libro (L'Ultima Notizia), e puoi tenerne conto mentre leggi il mio giudizio. Potrei anche esimermi dal darne uno, in effetti, ma alla fine ci tengo. L'ho appena finito di leggere e mi è «piaciuto» molto. Non a caso dico «piaciuto» parlando di un saggio che in realtà dovrebbe puntare ad altre valutazioni prima che all'esperienza di lettura: è che è proprio scritto bene, piacevole da leggere, ricco di spunti e di deviazioni letterarie e culturali. E poi, è il tipo di saggio che spero sempre di trovare: ha una trattazione elegante, non fa polemica, argomenta diversi punti di vista in modo molto pacato e completo e copre brillantemente uno scenario molto complesso, restituendo al lettore l'onere di costruirsi un'opinione informata. Cosa importante soprattutto in un periodo in cui nessuno ha soluzioni in tasca e ogni punto di vista diverso è un ampliamento di prospettiva.
Se dovessi trovargli una pecca (a parte la copertina che non incrocia il mio gusto) direi che forse il titolo non gli rende giustizia, perché è un libro sul digitale più che sulla crisi del giornalismo. Ma è anche vero che, di questi tempi, il giornalismo ha tanto bisogno di buoni libri sul digitale.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 02/28/2010



Già qualche anno fa, in un'intervista, Bruce Sterling mi diceva che nel XXI secolo ci saremmo dimenticati della privacy. Lo sviluppo recente della rete e la pratica dell'oversharing, su cui i giganti (Google, Facebook, Twitter) stanno costruendo modelli di business, sembrano dargli ragione.
Sul New York Times, Steve Lohr riflette sullo scenario e suggerisce che ci servono «nuove regole e nuovi strumenti» per salvare i flussi e tutelare la privacy. E fa un elenco delle idee cui si sta lavorando.
Per me rimane soprattutto un problema di educazione e consapevolezza, ma se ti interessa è una buona lettura per cogliere qualche segnale sullo stato dell'arte di queste riflessioni: Redrawing the Route to Online Privacy.
Magari poi puoi dare un'occhiata anche a When American and European Ideas of Privacy Collide
Share | Posted by g.g. | # | Media | 02/28/2010



«La morte è il cambiamento», scrive David Backer di Fiction Daily. «Questo è vero soprattutto quando si parla di cose astratte, che non possono morire. E quando qualcuno annuncia la morte di qualcosa di astratto -di Dio, dell'arte, della storia, della poesia, della narrativa- io mi sento come uno schiavo che saluta la morte del re: il re è morto, lunga vita al re».
Così, in risposta all'ennesimo decesso della narrativa (The Death of Fiction?), Backer argomenta a lungo sul cambiamento: «si suppone che la letteratura sia la conversazione di una cultura con se stessa. Un modo per raccontare la storia del suo tempo e del momento in cui vive. Un'autentica espressione dello spirito della sua epoca. E io da scrittore e da studioso di questa "conversazione" vado spesso in giro a cercare la nuova narrativa, provando a capire i confini del suo mondo e tentando di costruire una cartografia che la descriva».
Se vuoi seguire il viaggio di David nelle nuove forme della narrativa in rete («molta della quale è corta, da 50 a 1000 parole»), il pezzo si intitola Long Live Fiction: A Guide to Fiction Online ed è ricchissimo di link (che voglio esplorarmi con calma).
Share | Posted by g.g. | # | Media | 02/27/2010



Probabilmente il cambiamento più significativo nella transizione delle nostre culture al digitale è spiegabile con un ragionamento molto semplice: prima dovevi confezionare un prodotto culturale e distribuirlo. E l'industria culturale gestiva o controllava l'intero processo. Oggi confezioni il prodotto culturale e lo metti lì, poi devi fare in modo che l'accesso ad esso sia visibile perchè gli individui lo raggiungano. Solo che l'industria culturale (dalle news, al libro, alla musica) ha molto sottovalutato tutti i ragionamenti sull'accesso, abdicandone il controllo ad altri player come Google, Amazon, iTunes e compagnia bella. E ora, ad esempio, l'industria delle news è tutta felice di mettersi in mano ad Apple, sperando di essere salvata dall'iPad.
Così, forse, non è del tutto fuori luogo l'ipotesi di cui racconta Luca: Apple potrebbe effettivamente fare le regole se i suoi milioni di carte di credito venissero davvero portati in dote ai giornali. E forse bisogna cominciare a prendere atto che è l'accesso la risorsa scarsa (e non il contenuto) e quindi è l'accesso a fare il valore. Ma questo è un discorso che andrebbe approfondito anche da altri punti di vista.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 02/26/2010



Ok, il titolo è una boutade e prendilo come tale. Ma leggevo oggi di uno studio in cui i ricercatori ipotizzano che il nostro umore possa portarci ad esperire il nuovo quando siamo contenti o ad esserne spaventati nel caso contrario. Questo perchè, sintetizzo brutalmente, l'umore potrebbe essere considerato un «segnale» con cui realizziamo di trovarci in un ambiente sicuro o insicuro. Se vuoi approfondire: Happiness Cools the Warm Glow of Familiarity: Psychophysiological Evidence That Mood Modulates the Familiarity-Affect Link. Ne parla anche The Mouse Trap: Am happy, will seek novelty; am sad, will stick with familiar.
Da un altro punto di vista c'è una riflessione (che linkavo ieri en passant) che potrebbe essere complementare. Joe Brewer argomenta sul modo in cui costruiamo il nostro punto di vista politico partendo dalle metafore che usiamo per descrivere il mondo. Ed anche qui la predisposizione alla conservazione (o all'innovazione) ha delle radici interessanti. Da leggere e rileggere, anche per provare a capire un po' meglio la nostra Italia di oggi: Cognitive Policy Works, Belief and Worldview in Politics.
Share | Posted by g.g. | # | Politica | 02/26/2010



«Oggi», spiega Mike, «il prezzo ideale per un ebook secondo un grande editore è quello che può scoraggiare dall'acquisto dell'ebook e portare ad acquistare un libro di carta. E' un modo molto originale di stabilire i prezzi. Io non credo che durerà a lungo».
Sul Sole 24 Ore in edicola oggi (a pagina 9 di Nòva) una mia conversazione con Mike Shatzkin sulla transizione al digitale dell'industria del libro, con opinioni molto nette sul futuro delle librerie e sulla guerra dei prezzi che le cronache d'oltreoceano ci stanno raccontando. E' uno scontro violento, perchè si stanno disegnando nuovi equilibri e vanno in crisi le vecchie logiche di potere. Secondo Mike, infatti, «il potere dei grandi gruppi editoriali è costruito sulla dimensione fisica del libro. Solo un grande editore può fare una grande ristampa in una settimana e avere la forza di mercato per far trovare il titolo in ogni angolo in cui il lettore può cercarlo. Ma chiunque può distribuire un ebook su tutti i canali e senza problemi di capitali o di scala».
L'articolo non è online e si intitola «Il vero valore del libro». Il blog di Mike, se vuoi seguirlo, è The Shatzkin Files.
[Update: l'articolo è disponibile nella rassegna della RAI, almeno per oggi. Grazie a Roberto per la segnalazione)
Share | Posted by g.g. | # | Media | 02/25/2010



E' complicato farsi un'idea precisa della "sentenza Google" in attesa delle motivazioni, ma se vuoi leggere qualche ragionamento misurato (gli unici ragionamenti utili) puoi partire da Giovanni, Luca e Carlo Felice.
Intanto il pimo effetto collaterale è che l'immagine dell'Italia, all'estero, si sta rafforzando nelle sue similitudini con i Paesi del terzo mondo. La notizia ha fatto il giro della rete velocemente, regalandoci toni molto sarcastici e critiche abbastanza pesanti. Un esempio a caso è qui, e conviene leggere anche i commenti per farci un'idea della percezione diffusa che stiamo autorizzando: TechDirt, Incredible: Google Execs Found Guilty Because Of YouTube Video; Given Six Month Suspended Sentences.
Persino il compassato New York Times ha un articolo molto duro: «La sentenza può avere enormi implicazioni mondiali per la libertà di Internet, perchè suggerisce il principio secondo cui Google non è uno strumento ma una media company come i giornali e le televisioni». E, dopo aver descritto senza mezzi termini il «ritardo italiano» nella comprensione del digitale, aggiunge: «In Italia, Paese in cui il primo ministro Berlusconi possiede molte televisioni private e controlla indirettamente le televisioni pubbliche, c'è una grossa spinta per regolare Internet in maniera molto più profonda che altrove». Seguono casi ed esempi: New York Times, Larger Threat Is Seen in Google Case.
Ora ci sarebbero due considerazioni da fare, in attesa di saperne di più. La prima, a livello macro, è che stiamo assistendo ad un ennesimo scontro tra concetti che si ridisegnano in maniera diversa dal XX secolo al XXI. Il primo di questi prende la forma di un vuoto giuridico in una cultura che ancora non sa bene come regolamentare il mutamento sociale e dei media. E che reagisce in base alle visioni del mondo (quindi non stupisce che da noi prenda spesso la forma di restaurazione). Ma c'è anche il conflitto in corso tra la privacy (spazio personale) e l'overshare. E' un problema molto complesso, soprattutto perchè la privacy è un «evento collettivo» e non controllabile solo dall'individuo che deve difenderla, poichè dipende in buona parte dalla sensibilità dei suoi vicini. Lo stesso Facebook, in un post sul blog ufficiale, tempo fa cercava di ricordare che quando condividiamo qualcosa che parla di qualcun altro dovremmo considerare anche il punto di vista di questo qualcuno. E qui serve educazione, consapevolezza e con buona probabilità delle prassi molto diverse dalle attuali.
La seconda considerazione invece è micro, e riguarda l'Italia, piccola e insignificante periferia dell'ìmpero digitale. Se il momento è delicato, a quanto pare la nostra classe dirigente continua a dimostrarsi sempre meno avvertita e culturalmente meno pronta rispetto ai nostri colleghi occidentali. E forse il problema, se problema c'è, è proprio qui.
(update: qui trovi un ottimo commento tecnico di Elvira)
Share | Posted by g.g. | # | Media | 02/25/2010



Il Guardian, qualche giorno fa, ha architettato una delle sue operazioni intelligenti e ruffiane al punto giusto, raccogliendo molti link in giro per la rete anglofona. Ha pubblicato le «10 regole per scrivere fiction» di Elmore Leonard e ha chiesto ad altri scrittori di dare consigli. Il risultato è interessante e merita una lettura: Ten rules for writing fiction (Part 1) e Ten rules for writing fiction (part two).
Per quanto mi riguarda, i dieci consigli di Leonard li sottoscrivo alla virgola o quasi. Se dovessi assecondare in pieno i miei gusti, consiglierei di mandare a memoria il numero 8 e il numero 9, suggerimenti che purtroppo nemmeno alcuni autori che amo seguono spesso (ma ognuno ha le sue idiosincrasie, bisogna dirlo).
[Il titolo del post è tutta farina di Hemingway].
Share | Posted by g.g. | # | Scritture | 02/24/2010



La destrutturazione del concetto di libro, di cui abbiamo ampiamente parlato, procede spedita. Con DynamicBooks di MacMillan (uno dei Big Six, i sei grandi gruppi editoriali americani) si possono acquistare singoli brani di un volume e costruire una playlist per farne un libro di testo. «Di fatto un professore può entrare nella piattaforma, scegliere i capitogli che gli interessano, rimuovere le parti che non lo convincono e assembrarsi il suo materiale didattico». E McGraw-Hill ha avviato il suo programma per vendere singoli capitoli invece che libri interi (un po' come iTunes con le canzoni ha invecchiato gli album).
Se non altro è (forse) la fine di quei libri che ripetono per 150 pagine lo stesso concetto, solo per riempire il volume. Ed è uno dei primi vagiti del libro senza vincoli di formato e/o di lunghezza. Ne parlano MediaBistro (Macmillan to Sell Cutomizable eTextbooks) e Publisher Weekly (McGraw-Hill Starts Selling Chapters).
Share | Posted by g.g. | # | Media | 02/23/2010



Non so bene quanto mi convinca il ragionamento, ma The Consumerist porta un punto di vista interessante: «Oggi come oggi quasi tutto il valore dell'ebook viene dal device non dal contenuto». La lunga argomentazione di questa boutade (che forse non è solo tale) è qui: Publisher: "If You Can Afford An Ebook Device, You Can Pay More For Ebooks".
Se poi ti interessa il tema, se ne discute su Digital Book World: Have Publishers Helped Devalue "Content"?.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 02/22/2010



Dice Ken Auletta nel suo libro su Google che il gigante di Mountain View «è un'azienda fatta da ingegneri che continuano a chiedersi come fare quello che facciamo in modo nuovo». E la cosa che io apprezzo è che spesso elaborano il concetto di sperimentazione contemplando l'errore come possibile risultato utile. Non si tratta di entrare nell'annoso dibattito sul Don't be evil quanto di considerare laicamente che questi signori hanno il coraggio (e la liquidità) per sperimentazioni che spesso diventano clamorosi fallimenti, sopportati con un'alzata di spalla. Lively, ad esempio, brutto errore concettuale e pessima realizzazione, presto sparita dalla storia della rete. Ma dal loro punto di vista qualcosa avranno imparato (e io sono un grande tifoso dello sporcarsi le mani con prove ed errori).
Passato l'hype (abbastanza negativo) dopo il lancio di Buzz, cominciano le prime analisi meno tifose e un po' più meditate. Per ora mi appunto qui due link: A Steady Buzz of Changes e Google: "With Buzz We Failed To Appreciate That Users Have Differing Privacy Expectations". Quanto a me, ho ancora il giudizio sospeso (ma continuo ad usarlo per farmi un giudizio convinto e per seguire l'evoluzione).
Share | Posted by g.g. | # | Media | 02/22/2010



«Uno scienziato svizzero molto rispettato, Conrad Gessner, è stato probabilmente il primo a lanciare l'allarme sugli effetti dell'information overload», racconta Vaughan Bell. In un suo libro, Gessner descrive bene come il mondo moderno sia capace di schiacciare la gente con il peso delle informazioni e spiega come questa sovrabbondanza sia dannosa per la mente e generi confusione. «Eppure Gessner non ha mai usato l'email ed era completamente ignorante in tema di computer. Questo non perchè fosse un tecnofobo, ma perchè morì nel 1565. Il suo allarme si riferiva all'inimmaginabile flusso di informazioni che sarebbe derivato dalla diffusione della stampa».
Una delle cose che io amo ripetere è che l'innovazione porta sempre con sè la sua nemesi, ovvero la resistenza all'innovazione. E se la boutade di Douglas Adams ha qualche ragione intuitiva («La tecnologia che troviamo normale è quella che c'è quando nasciamo, mentre quella che arriva dopo i 35 anni la guardiamo con sospetto»), spesso mettere l'innovazione in una prospettiva storica e guardarla un po' più da lontano ci aiuta a mantenere un giudizio sereno.
Se vuoi un breve elenco di fobie tecnologiche (ma ci sono mille altri aneddoti, a partire da quelli di McLuhan), questa è una bella lettura: Vaughan Bell, Don't Touch That Dial! A history of media technology scares, from the printing press to Facebook.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 02/20/2010



Ho finalmente avuto modo di dare con calma un'occhiata al «Rapporto sul futuro di Internet» del Pew Research Center, che contiene pareri interessanti sulle grandi domande che ci stiamo ponendo in questi anni. Quelle che mi appassionano di più sono, ovviamente, le risposte relative ai rapporti tra network e cervello (o, in esteso, tra internet e cognizione, educazione e apprendimento) e ai rapporti tra digitale e prodotti culturali.
I risultati (sebbene vadano considerati con beneficio di inventario) sembrano rassicuranti. L'89% degli esperti consultati ritiene che nel 2020 l'uso di Internet avrà accresciuto l'intelligenza umana. E il 69% si dice convinto che Internet avrà migliorato la nostra capacità di leggere, scrivere e rapportarci alla nostra cultura.
Ma più ancora dei numeri, è interessante il ventaglio di punti di vista in calce al rapporto: The future of intelligence, The future of books.
Qui invece trovi il rapporto completo.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 02/19/2010



Mentre Giorgio riprende il discorso di ieri sulla scuola, John Dupuis (il bibliotecario del futuro) ci regala un lungo post pieno di stimoli su didattica, università e digitale.
«Le università», dice, «finora hanno venduto agli studenti scarsità di expertise. Tu eri costretto ad imparare alla presenza fisica degli esperti». Sul concetto di scarsità cita Jeff Jarvis e la sua idea dei «docenti star» le cui lezioni diventano facilmente disponibili per tutti (come nel caso del MIT e di Stanford) e che guadagnano valore con l'indotto (libri, conferenze). Accanto a queste eccellenze «distribuite» si posizionano i tutor locali che aiutano nell'apprendimento. E conclude: «L'educazione è sociale e connessa, non gerarchica».
Io ho citato solo un passaggio del post, che merita una lettura. Non per improbabili virtù progettuali o divinatorie, ma per la capacità di farci aggiungere un tassello allla logica più ampia con cui dovremmo pensare il mondo dell'educazione di domani.
Confessions of a science librarian, My Job in 10 Years: Social Media and the 21st Century Classroom.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 02/19/2010



Da queste parti si sostiene da tempo che la scuola (in quanto organizzazione e istituzione) non ha e non può avere la velocità per educarci al continuo cambiamento che il digitale imprime alle nostre culture. Non può farlo non per carenza di eccellenze locali quanto perchè la lentezza di qualsiasi organizzazione (che deve definire standard, proceduralizzarli, diffonderli in tutti i suoi punti, farli adottare, ecc.) sarà sempre un fattore critico in una cultura che si ricomplica ogni giorno.
Tutto questo a partire dal concetto di alfabetizzazione che è molto diverso oggi da quello che tradizionalmente costruiamo per i nostri ragazzi nelle aule. E che non è ancora perfettamente codificato. A me, personalmente, piace molto questo elenco redatto da Cathy Davidson, che raccoglie le 10 skill da considerare per giudicare alfabetizzato un abitante del ventunesimo secolo. A partire da «attenzione», «partecipazione» e «collaborazione», fino ad arrivare alla «network awareness» che sta diventando e diventerà sempre più cruciale. Ma il punto che io amo di più è il decimo, l'esatto contrario degli imperativi scolastici con cui è cresciuta la mia generazione: «imparare ad apprendere, a disimparare e a reimparare».
Cathy Davidson, 21st Century Literacies.
Share | Posted by g.g. | # | Media | 02/18/2010









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