L’intimità delle tecnologie (e la regola delle conseguenze non progettate)

tecnologieIn 140 caratteri: L’essere umano non è mai stato bravissimo a immaginare le conseguenze delle sue invenzioni Tweet this!

Commentando il post dell’altro giorno sulle tecnologie indossabili (qui su Facebook), Luca si chiedeva «Ma perché Apple e non Android o, meglio, Google (Wear)?».
La mia prima risposta è stata d’istinto: probabilmente l’Harvard Business School aveva colto l’occasione del lancio dell’Apple Watch per fare l’inetrvista.
Poi ci ho riflettuto un po’ e mi sono reso conto che l’attenzione sulla mossa di Apple ha un senso più profondo.
E nei giorni scorsi sono stato confortato da alcune letture.

Il boost di Apple
C’è una frase, in un pezzo di Time, che spiega bene perché se Apple fa una mossa ottiene attenzione diversa dagli altri competitor. Dice, credo in maniera laica (ovvero senza tifo, ma osservando la realtà degli ultimi anni), che le tecnologie di Apple vengono adottate in tempi molto rapidi e sono una specie di punto di riferimento.

Se ci pensiamo bene l’ipod ha portato in tempi strettissimi all’adozione degli mp3 (aiutato poi da cloni più economici). Poi l’iPad ha spinto i tablet. E l’iPhone ha ridisegnato il nostro rapporto con il telefono.

Sul pezzo di Time torniamo poi. Un articolo di Forbes (che ha il pregio di instillare anche il giusto dubbio sull’Apple Watch) spiega bene il concetto: «Molti osservatori hanno sperato che i principi del design di Apple, ossessionati dalla semplicità e progettati per deliziare gli utenti con la facilità d’uso, portassero finalmente le tecnologie indossabili a essere considerate utili e divertenti».

Poi mette il dubbio: «Invece abbiamo avuto un elegante computer da polso. Non un prodotto semplice ed intuitivo ma un sistema generico, complesso e ricco di funzioni». Steve Jobs non l’avrebbe voluto, pare suggerire l’autore.
Ma fatti un’idea da solo: The New Apple Wristop Computer: A Missed Opportunity To Define The Internet Of Things

L’intimità delle tecnologie
Un tempo avevo un iPad, uno dei primi iPad 1. Poi l’ho sostituito con un più pratico Air (leggero quasi quanto l’iPad, stesso posto nella borsa da postino, ma più utile per lavorare in viaggio). E avevo elaborato una mia considerazione.

Era una riflessione del tutto personale, ma forse potrebbe essere corroborata dalla ricerca. Io mi ero convinto (e lo sono tuttora) che il nostro rapporto con la scrittura dipendesse molto dal dispositivo che usavamo.
La qualità della mia scrittura mi sembrava migliore con l’iPad (nonostante noi italiani siamo penalizzati dalle accentate), poi con l’iMac (schermo grande) e come extrema ratio con il portatile.

Questo perché abbiamo anche un rapporto spaziale con il testo che componiamo. E l’iPad garantiva una maggiore intimità, mentre il grande monitor del fisso una maggiore funzionalità.

L’articolo del Time -di cui parlavamo prima- ragiona proprio su questa intimità crescente che abbiamo con le tecnologie. E su come oggetti come l’Apple watch potrebbe ridefinire ancora questo nostro rapporto con i dispositivi.

Le conseguenze non progettate
Chi mi conosce sa che cito spesso Crichton: «L’essere umano non è mai stato bravissimo a immaginare le conseguenze delle sue invenzioni».

L’articolo di Lev Grossman su Time racconta di come l’iPhone (definendo il telefono una volta per tutte come smartphone) ha portato dei cambiamenti profondi nella nostra vita. Avrai visto quella foto virale (non la ritrovo) in cui in una stazione della Metro tutti guardavano il telefono e uno solo si guardava intorno.
La didascalia diceva: «Che sta facendo quell’uomo?»

Se avere un rapporto costante con il nostro smartphone è diventato il «nuovo normale», sicuramente questo cambiamento (quasi antropologico, se guardiamo all’intelligenza cui accediamo attraverso i dispositivi) non era stato progettato.
Grossman suggerisce che le tecnologie indossabili potrebbero portarci ad avere un rapporto persino più intimo con le tecnologie.

E dice: «Quando le tecnologie vengono adottate con la velocità con cui adottiamo i prodotti di Apple, ci sono sempre conseguenze inaspettate».
Il ragionamento è più ampio, ma qui hai tutto il pezzo. E il titolo è molto forte: How Apple Is Invading Our Bodies

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Quello che dobbiamo aspettarci dalle tecnologie indossabili

wearable techIn 140 caratteri: Apple ha reinventato l’orologio. Forse. Tweet this!

Dai Google Glass all’Apple Watch, a tanti altri aggeggi, le cosiddette «tecnologie indossabili» sono sempre più al centro dell’attenzione.
Se ne parla come la prevedibile nuova frontiera, insieme ad altre spinte di innovazione che arrivano dall’aumento della capacità di calcolo: dall’intelligenza artificiale in poi.

Fare previsioni non è semplice, perché -come nota anche Seth Godin- spesso non basta tracciare una linea regolare che prosegua nelle tendenze attuali, ma bisogna tener conto di schemi più complessi. E ricordare sempre che il futuro arriva a salti.

Gli ingredienti del successo
Già quasi un anno fa, suggerendo che le tecnologie da indossare sarebbero state onnipresenti e importanti nel prossimo decennio, Marcus Weller metteva insieme i 10 principi fondamentali per progettarle.

Alcuni di questi principi, se le promesse dei progettisti saranno mantenute, sono chiari indicatori di adozione. A partire dal primo («la tecnologia deve risolvere un problema alle persone») e dal quinto («deve creare meno problemi di quanti ne risolva»).
La tecnologia indossabile, insomma, per diventare di massa deve essere facile da usare, e deve migliorarci la vita senza richiederci una curva di apprendimento alta per essere usata. Sembra banale detta così, ma come sanno bene i designer è la parte più difficile.

Gran parte delle innovazioni di ieri (che usiamo oggi) soffrivano di questi vizi, che ne hanno spesso rallentato la diffusione. Basti pensare ai primi PC con DOS che per molti erano complicatissimi da usare (e la maggior parte della gente li riteneva tecnicaglie).

Su qualcuno dei «principi» si potrebbe ragionare meglio, credo, ma regalati un’idea complessiva: 10 top wearable technology design principles

Apple ha reinventato l’orologio?
In questi giorni, invece si parla soprattutto di Apple Watch e più di qualcuno si chiede se davvero la casa della mela morsicata ha fatto con gli orologi quello che ha fatto ai telefoni con l’iPhone.
Pochi lo sanno ancora e pochi possono saperlo (almeno finché l’aggeggio non comincerà davvero a girare e a evolvere).
Ma l’Harvard Business School ha pubblicato un’intervista al professor Ryan Raffaelli, che fa un quadro interessante della situazione.

Innovazioni che resettano le competenze
Raffaelli ci regala subito munizioni utili per l’analisi. «Normalmente», dice Raffaelli, «definiamo “innovazioni radicali” quelle che resettano le competenze di un intero settore, rendendo immediatamente obsoleti tutti gli altri prodotti o servizi».

«È difficile», prevede, «che l’Apple Watch abbia immediatamente un effetto trasformativo di questo tipo». E (vale per tutte le tecnologie indossabili, direi) «sarebbe più accurato aspettarci una serie di sviluppi incrementali» che, poi, potrebbero portare ad un’adozione di massa.

Ma la grande scommessa, su cui è difficile fare valutazioni, è riuscire a convincere le persone (che non usano più un orologio o che ne usano uno molto economico) ad usare uno smartwatch. Apple, suggerisce il professore, potrebbe riuscirci, ma a patto di convincere aanche i non-fan del marchio.

Ci sono tanti altri spunti che vanno colti nel ragionamento di Raffaelli. Fatti un’idea da solo: Has Apple Reinvented the Watch?

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La psicologia dei consumatori, dei prodotti e dei brand. Online.

guzziIn 140 caratteri: Oggi tutti i brand sono allo stesso click di distanza. E lottano per trattenere l’attenzione del potenziale cliente Tweet this!

Viviamo in un mondo in cui tutti i brand sono allo stesso click di distanza. E lottano (spesso investono) per trattenere l’attenzione del potenziale cliente.
Dall’altro lato gli individui usano come valuta contante le recensioni di Amazon, quelle di TripAdvisor, le opinioni degli altri utenti su ogni altro prodotto.

Sono almeno 10 anni che tutti parlano di come il digitale abbia cambiato i comportamenti del consumatore, di come le decisioni di acquisto vengano sempre più prese online. Di come il marketing si stia adattando (il content marketing è il must di oggi) e di come persino il mondo delle PR stia affrontando nuove sfide.

Se ne parla persino troppo, e il tema è vasto perché spazia dalla visione lato azienda, alle dinamiche di mercato, ai comportamenti delle persone.

Le pecore di Apple
Il sogno di tutti quelli che hanno qualcosa da vendere è avere la fidelizzazione e la motivazione dei fan di Apple. Tanto che Samsung, il principale concorrente, ci ha scherzato dicendo che sono «pecore».

Io sono uno di quelli che probabilmente fanno «beee», ma come tutti ho le mie ragioni. La cosa interessante invece è la lunga analisi di David Glance, sul Washington Post. La prima parte è un po’ di costume, ma se vai avanti trovi spunti molti utili a capire dinamiche complesse.
Il sottotitolo la dice lunga: «le ragioni per cui difendiamo un brand oppure lo attacchiamo sono uguali, e hanno a che fare soprattutto con noi stessi».

Il Post ha tradotto l’articolo in italiano, e va ringraziato: Psicologia dei fan di Apple

Ci sono dei modelli
Il comportamento dei consumatori, benché sia contro-intuitivo, non è quasi mai razionale. e noi, oggettivamente, non capiamo granché dei comportamenti delle masse, anche se la ricerca comincia a sostenere che ci siano dei pattern riconoscibili anche nei modelli apparentemente casuali (How to Predict the Unpredictable).

Ma ci sono sicuramente delle cose che sappiamo. La prima è che spesso le scelte degli altri che vediamo online ci allineano e ci fanno seguire schemi quasi predeterminati. I fisici teorici lo hanno osservato più di dieci anni fa nei comportamenti di rete. E questa regola generale, per i più curiosi, si chiama preferential attachment.

Ma ieri, ravanando su First Monday (mentre lavoravo per il libro nuovo), ho trovato un saggio etnografico sui Travel Blogger e su come l’esperienza di alcuni finisca per condizionare l’esperienza di molti altri.
Se vuoi approfondire, fatti un’idea: Travel blogging: An auto-ethnographic study of how online interactions influence a journey

Vale per i libri come per la pappa
Magari mi torna utile sabato a Bologna quando ne parleremo ad App.Etite, ma la rete abilita un layer sociale importante: raccontare l’esperienza di un prodotto ne aumenta il valore. Succedeva anche nel mondo reale (uscendo dal cinema o dal ristorante, si commentava con gli amici. Si suggerivano libri, ecc.), ma su una scala infinitamente più piccola.

Sempre su First Monday ho trovato questo paper che esamina il linguaggio usato nelle recensioni uscendo da un ristorante. È divertente l’assiociazione al «trauma personale» in caso di recensioni negative e quella al «costa poco ma…» in molte recensioni positive.
Anche qui, forse, si può riconoscere un modello: Narrative framing of consumer sentiment in online restaurant reviews

La psicologia del consumatore
È una specie di link bonus, scegliti i capitoli che più ti interessano: The Complete Guide to Understand Customer Psychology

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Amori difficili: il giornalismo e il design del giornalismo

giornalismoIn 140 caratteri: Algoritmi e design decidono cosa è importante per noi Tweet this!

Se passi spesso da queste parti, sai sicuramente che è uno dei temi che mi appassionano, nelle sue varie declinazioni. Da come cambia la nostra attenzione, a come cambia il nostro modo di leggere. A come si devono progettare i contenuti per i nostri nuovi modelli, cognitivi e di comportamento.

Ne parlavamo qualche giorno fa, a proposito dell’ostinazione di molti di noi a continuare a «scrivere il messaggio» con le stesse regole e lo stesso design che usavamo per la carta. Il titolo era -scherzosamente, ma nemmeno tanto: Quello che noi blogger sbagliamo (e anche tanti giornalisti)

Poi esce fuori la solita brillante curation di Mathew Ingram.

Non sono i giornalisti: è il design
Il sommario del pezzo è già in sé un ottimo compendio (conciso e concluso). È quindi un esempio perfetto che ci racconta come bisogna comportarsi con il lettore che magari capita di fretta (sul web, su un’app, su Facebook). Poche brevi frasi che ti fanno decidere se continuare a leggere o no.

Il punto di partenza è quello che tutti cominciamo a dare (finalmente) per scontato. Le notizie non sono più impacchettate in quell’unico supporto che le conteneva e che potevi tenere in mano, dice Mathew, «Oggi sono un flusso costante. E il nostro rapporto con l’informazione e con il mondo che vediamo intorno a noi dipende da due fattori importanti: il design e gli algoritmi».

Del ruolo degli algoritmi abbiamo parlato spesso, ragionando su come incidano sulle nostre preferenze e decidano ciò che è importante per noi, emulando in qualche modo il tradizionale ruolo di «mediatore» che aveva il giornalista, quando era il pacchetto (su carta o in Tv) a definire l’importanza di ciò che dovevamo sapere.

Mathew si spinge a scrivere che «gli algoritmi sono i nuovi caporedattori» e chiaramente supporta la sua opinione portando come esempio Twitter e Facebook.

L’algoritmo che dirige il giornale
Difficilmente si può mettere in discussione quanto Facebook abbia cambiato il concetto di notizia (in regime di abbondanza di informazione, per noi è rilevante anche ciò che succede ai nostri amici). E ha cambiato le priorità con cui ordiamo e mettiamo in gerarchia le informazioni che per noi possono avere importanza.

Altrettanto difficilmente si può immaginare un mondo di abbondanza digitale (alcuni lo chiamano content-shock) gestito con strumenti analogici. È facile invece prevedere che all’aumento dei dati seguirà un aumento della nostra capacità -tecnologica- di gestirli.

E anche qui, pensiamoci bene, perché chi progetta questi sistemi deve farlo con responsabilità ed etica che -e ci risiamo- una volta erano tipiche del giornalista.

Il design non è più solo estetica
In questo scenario, ovviamente, il modo in cui pensiamo i nostri contenuti assume un ruolo decisivo -quello di facilitare l’accesso a tecnologie diverse e canali diversi- che prima non aveva in maniera così evidente.
O, per dirla meglio, prima era limitato a un numero relativamente piccolo di standard, che oggi sono continuamente innovati dal presente. In fondo, questo «pensare i contenuti» è ciò che chiamiamo design. E fa completamente parte del destino che regaliamo ai nostri messaggi.

L’articolo di Mathew raccoglie un po’ lo stato dell’arte sulle riflessioni in merito. Quindi se vuoi filtrarlo dalla mia sintesi e dalle mie considerazioni, fatti un’idea: It’s not just journalists — for better or worse, design plays a key role in how we get our news

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Il gigante e la farfalla (La prima regola della comunicazione)

foto-46In 140 caratteri: Se sai cosa dire, lo sai fare in una frase, in sette secondi di comunicazione. O otto, nove massimo. Tweet this!

È una delle mie citazioni preferite e la ripeto spesso. Hemingway diceva che «la scrittura è sottrazione». Trovami qualcosa di più vero.
O qualcosa di più contemporaneo e meno babbione.

Il gigante
Oggi, nell’era del digitale dell’attenzione scarsa se sai davvero cosa vuoi comunicare, sai farlo in solo 6 parole. Se vuoi le attenuanti generiche, possono essere 7 o 9.
Se sai cosa dire, lo sai fare in un frase, in sette secondi di comunicazione. O otto, nove massimo.

Quelle parole possono essere in un post più lungo o argomentato. Ma saranno quelle che si ricordano.

Ma comunque sono quelle parole chirurgicamente esatte, che rendono comprensibile un pensiero complesso. Che lo fanno ricordare. Che, come scriveva Thierry, distinguono l’autore dallo scribacchino.

Puoi provarci. E se lo fai, sarai un gigante, di cui ricorderanno lo sguardo.

La farfalla
Se vuoi scriverne di più, di parole, potrai anche essere bello, stiloso (e inutile e irrilevante, ma non meno attraente per i pensionati e i nuallafacenti, sebbene più ignorato per la cultura contemporanea). Sarai come una farfalla, volerai libero -questo sì- ma privato del ricordo, se non momentaneo, di chi ti guarda, ti osserva, ti legge.

Certo, poi il lettore ti dimentica il momento dopo. Perché non gli avrai insegnato nulla a fronte dell’investimento di tempo di lettura.

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Quello che noi blogger sbagliamo (e anche tanti giornalisti)

writing In 140 caratteri: Il metodo migliore per suicidare il tuo articolo è pubblicarlo in paragrafi lunghi, senza titoletti e per ipervedenti Tweet this!

È una cosa di cui abbiamo scritto spesso, in termini analitici. Il tema è il modo in cui cambia la nostra attenzione, il lettore scanner, eccetera.

Ma io trovo sorprendente come, sebbene se ne parli da tempo, molti di noi che pure scrivono in rete da anni continuino a farlo con la modalità della carta. Che supponeva un tipo di attenzione che non esiste più.
In gran parte è una mia idiosincrasia (io sono il primo che quando vedo un testo a corpo 10 con paragrafi lunghi quanto la percezione di durata di un film di Muccino, clicco subito sulla x del browser).

Così, più per appunti miei che per altro, provo a fare una checklist. In molti casi, come sempre, vale la regola del «fai come dico, non fare come faccio».

1. Il titolo è tutto.
Pochi leggono davvero il pezzo che hai scritto. Meno ancora arrivano fino in fondo.

Ma molti condivideranno il link perché il titolo è figo o perché tu sei talmente autorevole che sanno di non fare una cattiva figura twittandoti o mettendoti su Facebook.

Qui il trucco è semplice: costruisci un doppio titolo. Uno che funzioni per Google (che contenga le parole chiave utili a farlo trovare) e uno che funzioni sui social, messo nei metadati o nei pulsanti di condivisione.
Sono due grammatiche diverse, ed è utile rifletterci.
Lettura bonus: How to Write a Headline That Won’t Get Ignored: 7-Point Checklist

2. Cavolo, non è un libro!
Molti di noi (quelli che leggono gli insider, gli early adopter, ecc.), lavorano selezionando in fretta il contenuto che ritengono rilevante e di eccellenza.
Usano strumenti diversi (da Prismatic a Feedly, a Diosacosa) e sono sommersi da stimoli intelligenti. Ma hanno poco tempo e devono capire in fretta dove vuoi arrivare, per decidere se leggerti.

Il metodo migliore per suicidare il tuo articolo è pubblicarlo in paragrafi lunghi, senza titoletti e in corpo da ipervedenti.
Il corpo del carattere è importante (soprattutto per i niubbi che ancora leggono via web o per chi arriva cliccando un link) ed è uno dei principali fattori di frustrazione.
Impedisce di fare la lettura scanner e rallenta l’individuazione delle parole chiave che ci fanno decidere se una cosa vale la pena leggerla.

3. Il TakeAway
Nulla a che vedere con il cinese o il coreano dell’isolato di fronte. Ma oggi più che mai diventa utile dare immediatemente al lettore la sensazione del valore che si porta a casa.
Sad but true. Oggi scrivere un pezzo bellissimo non basta. Devi prima far capire al lettore che quel pezzo vale la pena di leggerlo. Ha troppa scelta per capirlo con i vecchi metodi.

Il suggerimento è dare come prima cosa una comprensione generale. E sintetica. In genere, il takeaway, risponde alla domanda: perché sto scrivendo questo?
Se il lettore lo capisce è facile che ti segua.

4. L’immagine
Molti lettori accedono, o scoprono quello che scrivi, utilizzando app o il mobile. Nel 90% dei casi le app sono disegnate per costruire stimoli visuali. Studiati le regole con cui le principali app (ancora: Prismatic, Flipboard, ecc.) lavrano sulle immagini.
In media, devono essere minimo 400×400 pixel (anche se poi sul web le fai visualizzare in altre dimensioni). Ma rifletti sull’impatto che ha l’immagine. È pari a un titolo che funziona.

Poi ci sono altre cose. Lo stile, il calore della narrazione, l’ordine delle argomentazioni. E i link, che pochi sanno usare (ci sono ancora blogger di vecchio corso che linkano parole come «qui» o «lui», che non danno al lettore l’idea di cosa stia cliccando). E il lettore in media già tende a cliccare poco, figuriamoci se non é motivato.

Ma su questo magari ci riflettiamo un’altra volta. Intanto, dato che un post non ha valore se non segnala altre intelligenze, puoi dare un’occhiata qui: 21 Blog Writing Tips From The Experts

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Il libro di Mantellini (quello vero). E perché dovresti leggerlo.

Massimo Mantellini, La Vista da Qui In 140 caratteri: Non ha più senso scrivere saggi «alla vecchia maniera». Tutti noi siamo informati a velocità molto diversa rispetto a un libro Tweet this!

C’è stato un tempo, un po’ goliardico e un po’ giocoso, in cui noi blogger in Italia eravamo pochini. E ci divertivamo, spesso, a farci degli scherzi.

Uno di questi era stato inventarci un romanzo noir di Massimo Mantellini, che -ovviamente- non aveva scritto nessun romanzo. Eppure nel giro di pochi giorni questo libro mai esistito ottenne una quantità assurda di recensioni e Paolo si inventò persino la copertina.
Anni dopo Massimo ancora mi raccontava di giornalisti che gliene chiedevano una copia per recensione.

Questo piccolo aneddoto vale soprattutto come disclaimer. Con Massimo siamo grandi amici e ci vogliamo bene.

Il «libro vero» di Massimo
Questa volta Massimo si è cimentato davvero, e l’editore è Minimum Fax. Il libro è uno di quei cosi di carta, ma c’è anche per Kindle. Io l’ho comprato ieri e ne ho letto una buona metà. E la prima cosa che ho notato è stato l’approccio: non è il classico saggio babbione scritto con i canoni della cultura della stampa.

È una bella storia, di esperienza vissuta e di opinioni informate. Il che ha rassicurato molto anche me per le scelte che sto facendo mentre chiudo Il Futuro è Ieri. Non ha più senso scrivere saggi «alla vecchia maniera».
Tutti noi siamo informati a velocità molto diversa rispetto a un libro e io stesso non leggo quasi più saggi perché ho accesso ad informazioni di prima mano, aggiornate ogni giorno e raccontate in modo più caldo ed efficace. Con maggior rispetto per l’investimento di tempo di lettura, che è la nostra risorsa scarsa.

Massimo, a mio parere, riesce benissimo in questo. Costruisce un quadro generale, una storia personale (che è quella che in tanti abbiamo vissuto e che per tanti altri potrebbe essere una scoperta).

E soprattutto ha il coraggio di prendere posizioni personali forti.

Un po’ di assaggi su un tema centrale.
Se vuoi farti un’idea, ecco un paio di brani. Il tema è, detto in modo contundente, l’accesso alla cultura e le maniere in cui il copyright frena e blocca, in modo antistorico, la logica del contemporaneo.
Sono frammenti (le mie sottolineautre sul Kindle), che potrebbero non avere un senso compiuto. Quindi ti consiglio di leggere tutto il ragionamento di Massimo e di non fidarti della mia sintesi.

«Quel documento, che oggi non possiedo più, potrebbe non essere più rintracciabile e la colpa di tutto questo, e di migliaia di altre analoghe perdite, riguarda, almeno in parte, le scelte di intransigenza dell’industria discografica, per la quale o il materiale editoriale resta sotto il proprio controllo o potrà tranquillamente, anzi, meglio, dovrà essere cancellato»

«il tema dell’archiviazione incidentale su internet può apparire di poco conto? Non è così. Per la prima volta non abbiamo problemi di spazio; per la prima volta, accanto all’archiviazione professionale, esiste la possibilità di affidare ai singoli, su base del tutto volontaria, l’aggiornamento della Biblioteca di Alessandria. Che non è più in Egitto ma ovunque nei nodi della rete internet, perfino qui, dietro la tastiera dalla quale sto scrivendo»

«Nel 1930 sono stati editi in America 10.027 libri; quanti di questi erano ancora in circolazione nel 2000? Il numero esatto è 174. I restanti 9853 libri non generavano quindi alcun introito per i loro autori o per i loro eredi. Se nel 2005, come previsto dalla precedente norma, quei 9853 libri fossero passati nel pubblico dominio avrebbero potuto essere stampati da chiunque, ma anche messi online, trascritti, utilizzati liberamente senza alcuna limitazione.»

Fatti un’idea da solo: La vista da qui. Appunti per un’internet italiana

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Quello che comunichiamo quando stiamo in rete (e come lo comunichiamo)

foto profilo In 140 caratteri: Ci facciamo un’idea delle persone in base alla foto profilo in meno di un secondo (40 millisecondi, per essere precisi) Tweet this!

Tecnicamente si chiama personal branding. Ma anche se non vuoi chiamarlo così, o anche se non ti interessa ragionare in termini di reputazione personale, resta il fatto che il modo in cui fai o pubblichi cose in rete «costruisce» l’immagine che gli altri si fanno di te.

L’importanza della foto profilo
Il luogo comune, ripetuto spesso, è che una foto vale mille parole. In rete, se parliamo della foto che usiamo per rappresentarci, è ancora più vero.

«Se una foto vale mille parole», scrive Courtney Seiter, «la giusta foto profilo sui social media ha un valore che si misura in oro. E uno studio recente ha dimostrato che ci facciamo un’idea delle persone in base alla foto profilo in meno di un secondo (40 millisecondi, per essere precisi)».

Courtney fa anche degli esempi, raccontando come possiamo apparire introversi, o credibili, solo in base all’espressione del volto.

Ma aggiunge anche tanti altri stimoli di riflessione, in un pezzo intitolato in modo inequivoco: 7 Social Media Psychology Studies That Will Make Your Marketing Smarter

Come ci raccontiamo
Ieri parlavo con Richard a proposito del suo profilo su Linkedin. Lo trovo eccellente, emozionante e illuminante. Un esempio perfetto.

Ma anche quello che facciamo su Facebook ha un valore che spesso molti di noi tendono a sottovalutare. Fatti un’idea, anche qui con un paio di letture: How Your Social Media Footprint Can Get You Hired, Don’t Let Social Media Kill Your Career.

Esistere in 140 caratteri
Forse il posto più difficile su cui raccontarci è Twitter, ma è anche uno dei più importanti dove esserci e dove esserci bene. Molti recruiter la prima cosa che fanno è guardare lì.
E su Twitter la prima impressione si fa in un attimo (tra l’altro spesso è costruita in base al rapporto tra quanti seguiamo e quanti ci seguono). Però c’è anche la bio, in 140 caratteri.

E qui ti suggerisco una lettura un po’ irriverente un po’ provocatoria: What Your Twitter Bio Says About You

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