La scrittura persuasiva (e altri appunti per scrivere in rete)

Working In 140 caratteri: Scrivere in modo persuasivo ci aiuta a regalare un destino migliore alle nostre idee Tweet this!

In uno stile un po’ americano, Jeff Haden dice: «Indicami una persona di successo e io ti mostrerò una persona molto brava a persuadere la gente».

Fatta la tara al gusto per gli slogan (o per gli aforismi, se vuoi metterla con understatement), il post è interessante perché suggerisce un po’ di indicazioni su come i nostri messaggi vengono recepiti. E su come possono essere costruiti per essere recepiti meglio. Non è una novità: i nostri interlocutori contribuiscono in buona parte alla costruzione del senso delle nostre parole.

Il destino delle idee
Jeff è il primo a dire che spesso siamo portati a considerare la «persuasione» con connotazioni un po’ negative o come uno sport da venditori di auto usate. Tuttavia -e questa è una mia convinzione- conoscerne i meccanismi, quando scriviamo, ci aiuta a comprendere meglio come impostare un discorso che regali un destino migliore alle nostre idee o alle nostre opinioni.
In fondo, quando argomentiamo, essere chiari e farci capire meglio è uno degli obiettivi di base. E la nostra capacità di argomentare è direttamente correlata a concetti poco maneggevoli come reputazione, credibilità, percezione di professionalità.

Nel pezzo ci sono diverse considerazioni che possono sembrare controintuitive. Una su tutte: la gente di solito preferisce formulazioni chiare, semplici e certe. Non ama i dubbi e il possibilismo. Questo perché tutti, in modo più o meno consapevole, percepiamo la «convinzione» come segnale forte di competenza.

Ma Jeff suggerisce anche di costruire l’argomentazione condividendo sia i lati positivi, sia quelli negativi. E, soprattutto, ritiene che concludere con un messaggio ottimista sia molto utile, così come iniziare il ragionamento utilizzando punti di contatto che possano essere facilmente condivisi dalle persone cui parliamo.
Fatti un’idea da solo: 9 Habits of Remarkably Persuasive People

L’era delle opinioni istantanee
Se accettiamo il presupposto che capire i meccanismi che usiamo per ragionare ci aiuta a scrivere con maggior consapevolezza, può essere utile anche studiare una delle classiche curation di Maria Popova.
Il post rilegge un libro di John Dewey del 1910, con gli occhiali dell’era di Internet. E ne coglie una certa attualità: The Art of Reflection and Fruitful Curiosity in an Age of Instant Opinions and Information Overload

Il ruolo delle emozioni
Se vuoi qualcosa di più rapido da leggere, poi, ecco un paio di link che ci raccontano quali emozioni ci portano a condividere (o meno) un articolo o qualsiasi altra forma di contenuto. Il primo si intitola Viral Content: The Secrets and the Science e fa un punto rapido (infografica inclusa) su quanto sappiamo finora.

Il secondo è un post di Jeff Bullas che semplifica in poche e semplici righe il rapporto tra emozioni e condivisione in rete. Due minuti di lettura (forse tre): 6 Emotions You Need To Create To Go Viral On Social Media

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Se vuoi battere Amazon, fai meglio di Amazon

amazon_hachette In 140 caratteri: Il problema degli editori è che la libreria ideale, oggi, assomiglia molto ad Amazon. E Amazon è già Amazon Tweet this!

Il tema è molto complesso, troppo per cercare di tirare le fila in un solo post. Se un minimo ti interessi di editoria (o di industria culturale), avrai sicuramente letto della telenovela che sta appassionando (in senso lato) editori, scrittori e qualche lettore.
Il titolo potrebbe essere Amazon versus Hachette. Detto che Hachette è uno degli editori più importanti degli Stati Uniti, se non ti piace il mio, di titolo, sicuramente quello di Massimo è irriverente, provocatorio e un po’ giocoso. ma si candida al premio per The Best Headline of the Week: Asilo Nido Statale Amazon-Hachette

Massimo si concentra sull’invito a scrivere una mail al CEO di Hachette, quindi può interessarti la risposta che -chi lo ha fatto- ha avuto: Hachette CEO’s Response to Amazon Advocate Emails: Why We Price Books the Way We Do

Come spesso facciamo in questi casi, ti segnalo delle cose da leggere. Poi -se hai voglia- unisci tu i puntini. Io cerco di dare per scontato che tu conosca la notizia e abbia voglia di studiarti i link, per metterti sulle spalle dei giganti.

La telenovela all’amatriciana
Un po’ di link in italiano per vedere come la storia è stata raccontata qui da noi. Il blog di Minimum Fax riporta la lettera che molti autori hanno scritto ad Amazon (Mille scrittori contro Amazon – ecco la lettera aperta pubblicata stamattina sul “New York Times”) e la risposta di Amazon.

Poi come accade molte volte, ed è la vecchia storia del dito e la luna, ci si concentra sulla questione della citazione di Orwell che ha interessato anche il New York Times.

La filosofia dei prezzi
Però il problema è altrove. Gran parte della disputa tra Amazon e i grandi editori riguarda il prezzo degli ebook. Si sono scritti fiumi di pagine (alcune le vedremo) ma prima di tutto ti suggerisco di leggere questo post di Seth Godin sulla logica dei prezzi. Una volta tanto Seth scrive lungo (e si scusa: «So che potresti giocare ad Angry Birds invece di leggere questo lungo pezzo») ma fornisce un’analisi molto interessante.

Io non so quanto condivido le conclusioni sul libro («Prendiamo atto del fatto che i libri ormai sono un bene di lusso»), ma ci rifletterò. Di sicuro è vero che «nel mercato delle commodity i prezzi tendono a scendere, e nel digitale tendono a zero».
Ma fatti un’idea tua, il ragionamento è molto più strutturato: Understanding substitutes

Sempre cercando punti di vista alternativi sulla visione dei prezzi dei libri, tra tutti coloro che hanno preso posizione, Jeremy Greenfield fa un bel roundup. Tra gli altri cita (pur non condividendola) la teoria di Barry Eisler secondo cui in un mercato con prezzi più bassi anche gli autori guadagnano di più, perchè il mercato cresce.
Anche qui, regalati il tempo di approfondire: Why Do Some Self-Published Authors Care How Hachette Prices Its Books?

Se vuoi battere Amazon, fai meglio di Amazon
Se vuoi ampliare il tuo punto di vista, c’è un post interessante di Passive Guy (Unpacking Amazon’s propaganda) e una rassegna di Chris Meadows.

Chris, in un passaggio che commenta l’opinione di Porter Anderson, dice quello che credo di pensare io: «Il problema degli editori è che la libreria ideale, oggi, assomiglia molto ad Amazon. E tu non puoi pensare di battere Amazon facendo Amazon perché Amazon è già Amazon».
Ma studia, link inclusi: Amazon’s e-book position ‘weak’ but customer focus too strong for disruption.

Però se vuoi sapere quali sono le due letture che ti consiglio io, sono queste. La prima riguarda l’importanza della distribuzione nel mondo di oggi.
Prima di leggerla, rifletti sul fatto che gli editori per anni hanno fatto gli snob e hanno considerato l’innovazione come tecnicaglia da nerd.
Poi si sono svegliati e la distribuzione nel frattempo l’avevano presidiata altre aziende (che, guarda caso, venivano dalla tecnologia: Amazon, Apple, Google).
Il titolo è: Distribution Is King.

E poi, un pezzo di Aaron Presman il cui titolo la dice tutta da solo: The best thing for books is more power to Amazon

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La scienza dietro le emoticon

nerd emoticon In 140 caratteri: «Perché le faccine aiutano a costruire il senso della comunicazione» Tweet this!

Anni fa in un vecchio libro raccontavamo come si percepisce «l’altro» utilizzando strumenti immateriali come Internet e il digitale. È un po’ come leggere un romanzo, ci si immerge nella storia (anche in una chat) e il nostro cervello partecipa alla costruzione di senso con una buona dose di immaginazione.
Wittgenstein la chiamava «aspettazione».
Ma è anche come quando giochiamo a un videogioco, il nostro corpo si tende e si piega anche se stiamo curvando alla guida di un’auto sintetica in un mondo sintetico.

Le emoticon sono parte del design
Molti di noi, con un po’ di snobismo, non utilizzano le emoticon, le faccine, non considerando che per l’interlocutore rappresentano invece una parte importante nella negoziazione del senso e nell’empatia.
Jim Boulton le considera una delle migliori idee di «design» che hanno contribuito a rendere il digitale quello che è.

Jim si riferisce in particolare all’idea di far sembrare una faccia un rotondo circolare con dentro due puntini e una parentesi.
Ma guarda tu stesso: 9 Design Ideas That Shaped The Web

La scienza dietro le emoticon
Io tenderei sempre a partire dal presupposto che per noi il nostro cervello è un «sistema che ancora non sappiamo come funziona». Ma la ricerca scientifica piano piano procede e -a quanto pare- le emoticon trasmettono emozioni senza la necessità della comprensione del volto e dell’espressione.
C’è molto da leggere (e leggere, lo ripetiamo sempre, è vintage), ma io investirei qualche minuto a capire perché e come comunichiamo bene o male quando siamo in rete.

Il post è di Eric Jaffe si intitola: The Neuroscience Of Emoticons

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Alcune cose che avremmo dovuto imparare usando il digitale

blog e social network In 140 caratteri: «Il nuovo normale. I nuovi strumenti per gestire la conoscenza cambiano il modo in cui funziona la nostra attenzione» Tweet this!

Al di là del fatto che per molti di noi le tecnologie digitali sono ancora «tecnicaglie» e non il sistema nervoso della nostra cultura, ci sono diverse cose che tutti sembriamo dare per scontate.
Spesso sono risposte semplici e intuitive. Ma sono sbagliate.

Come di consueto, ti suggerisco qualche lettura che ho trovato in questi giorni.

Dove siete finiti tutti quanti?
Gianluca Diegoli, uno della seconda generazione di blogger italiani (celebrando i 10 anni del suo blog) si chiede che fine abbiamo fatto «quelli che i blog all’inizio».

Come fa di solito, scrive cose interessanti: «Dopo dieci anni, mi ritrovo a essere sopravvissuto: dove cazzo siete finiti tutti, verrebbe da dire: qualcuno ha fatto dell’online talmente una professione da non avere più nessuna voglia di scrivere in prima persona, come un pasticcere che odia i dolci, qualcuno ha visto i suoi lettori meno assidui e si è scoraggiato o scocciato di scrivere per quattro gatti (oh, non che questo blog superi i 20.000 unici mensili), qualcuno è diventato famoso e deve sottrarsi alla celebrità il più possibile, un altro ha clienti permalosi che non gli permettono più di scrivere, in pratica e così vai di social, che hanno il vantaggio di limitare i pensieri per pochi e fidati (a parte quella cosa degli occhi).
Ha senso aprire un blog ora? Davvero, non lo so».

Io la mia l’ho detta qualche giorno fa e Mela N ha emendato.

Il post di Gianluca è qui e si intitola: Un blog di 10 anni.
Ma se è vero quello che sto per scrivere nel paragrafo successivo, puoi leggere la sintesi di Massimo che coglie i punti sostanziali.

Guardiamo le figure invece di leggere
Che quasi nessuno legga le pagine che apre, anche se magari le condivide su Facebook o Twitter, lo avevamo già detto. E in gran parte dipende dal design del post, che persino i blogger di prima generazione non considerano.

E ha ragione Gianluca: spesso guardiamo le figure invece di leggere. Qui trovi alcuni dati interessanti che supportano la teoria, a partire dal fatto che il nostro cervello processa le immagini 60mila volte più velocemente di quanto faccia con il testo.
Fatti un’idea: Why Visual Content Matters in the Social Age

Cose che dovremmo aver imparato usando il digitale
Anche questa è una cosa che ripetiamo spesso. I nuovi strumenti per gestire la conoscenza cambiano il modo in cui funziona la nostra attenzione.

Ma se vuoi una sintesi breve ed efficace, Michael Thomas racconta le cose che ha imparato lavorando con i social media. Per definizione, dato quello che dicevamo, puoi limitarti a leggere solo i titoletti.

A partire da «la gente spesso commenta senza aver letto» (quando mi capita, su Facebook, io dico sempre «leggere è vintage, amico mio»). Ma è interessante soprattutto capire come le persone affrontano la lettura in tempi in cui l’attenzione è la risorsa scarsa: cercando di trovare conferme ai pregiudizi cognitivi, lasciandosi attrarre dagli aneddoti più che dai fatti e cercando di sentirsi speciali perchè stanno dedicando la propria attenzione a «quel» testo e non a un altro.

Il che, se hai la pazienza di leggere, ti insegna molto su come scrivere.
Decidi tu: 11 Things I Learned From Working In Social Media

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I possibili effetti collaterali del Kindle Unlimited

kindle & cats In 140 caratteri: «La lettura da prodotto diventa un servizio» Tweet this!

Ne parlavamo qualche giorno fa su La Stampa, in un quadro più generale. Il Kindle Unlimited, che assomiglia molto a quei ristoranti in cui entri e mangi tutto quello che riesci a mangiare, potrebbe avere un impatto molto forte sul modo in cui pensiamo il libro e la lettura.
Paghi 10 dollari e leggi quello che vuoi. Ma non compri i libri. E questo potrebbe essere l’ennesimo problema per gli editori, soprattutto perché Amazon ha una quota di mercato che pesa parecchio sul fatturato di tutti coloro che vendono libri. E la gestione delle royalty è ancora tutta da considerare.

In un tweet che seguiva l’articolo su La Stampa, Annarita poneva un problema che potrebbe rivelarsi davvero tale: «600mila ebook al mese a 10 dollari? Fare lo scrittore diventerà un simpatico hobby?»

I conti della serva
Per citare mia madre (che usa da quando ero piccolo un’espressione che trovo divertente), ho fatto «due conti alla femminile», ovvero due calcoli empirici e non accurati. Oltre una certa soglia, quella dei cosiddetti «lettori forti» (categoria mitologica con le zampe da noioso, la coda di Paperino e la conversazione brillante di un vecchio nonno rimbambito), la convenienza c’è. Io ogni anno spendo sicuramente su Amazon molto più di quanto spenderei con l’abbonamento a Unlimited.

Ora, io sono un bibliofilo. Colleziono libri di carta dall’età di 14 anni, ma da quando leggo in digitale la mia prospettiva è cambiata molto. Mi interessa poter leggere il libro, quando mi serve. Implicitamente, la lettura da prodotto diventa un servizio.
E la tradizionale sacralità del libro perde ancora un po’ di smalto. È solo la modernità suppongo, il concetto di libro è cambiato spesso nella Storia. Sta cambiando ancora.

I commenti degli altri
Se dovesse prendere piede, Kindle Unlimited potrebbe essere davvero un game changer. Ne stanno, ovviamente, scrivendo in molti. Con opinioni di segno contrapposto.
Ti segnalo qualche link se vuoi approfondire.

Il primo è di Michael Kozlowski e si chiede se -per gli autori- è un’opportunità o un nuovo problema. Il titolo è: Is Kindle Unlimited Good for Indie Authors?

Il secondo, di Jeremy Greenfield, la mette al contrario: Kindle Unlimited a Bad Deal for Some Authors?

Il terzo costruisce uno scenario più ampio: è un pezzo di George Anders su Forbes. E il titolo la dice lunga: Why Amazon Terrifies Publishers: Let’s Look At Royalty Statements

Per come la vedo io
Al solito, tocca bilanciare nuovi problemi e nuove soluzioni. Per i lettori (la cui soddisfazione è il centro della strategia di Amazon) potrebbe essere un’ulteriore cosa buona. Ma resta il problema di retribuire e motivare gli autori, altrimenti nessuno scrive e quindi nessuno legge.
Staremo a vedere, non è facile fare previsioni. Ma è utile non distrarsi.

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Perché abbiamo un blog oggi, nel 2014. E perché dovremmo averlo.

blog generation In 140 caratteri: «L’autore è quello che di cui ricordi quello che dice, il giornalista é chi ti dà la notizia che dimentichi subito» Tweet this!

Può sembrare autoreferenziale, me ne rendo conto. Ma più che altro è storia di vita vissuta.
Esattamente dieci anni fa (nelle settimane a cavallo di ferragosto) io e alcune casse di Budweiser scrivevamo in un caldo atroce un libro sui blog. Ne sono state stampate 4 edizioni, l’ultima (nel 2009) con una postfazione che teneva conto di un oggetto razionale che allora non esisteva: i social network come Twitter e Facebook.

La ragione per cui ci penso
Oggi tutti aprono un blog per ragioni di personal branding. Soprattutto per il giornalismo, non quello dell’Ordine, quello vero. Per citare Mario (che riduco a Boskov), «giornalista è chi giornalismo fa». Poi ci sono le ragioni del brand journalism, eccetera.

Ma, alla fine, conta la logica che sostengo da sempre. Seguiremo sempre più la firma autoriale che non le testate o i «pacchetti», come il giornale (prendiamone atto, il giornale é finito, come concetto prima che come prodotto). Su questo, come dico da anni, sono confortato dal pezzo di Katie Mccaskey che sostiene che «iscriversi ai giornalisti, e non alle testate o ai media industriali sarà il nuovo “normale”»
The Future of Brand Journalism.

In base a questa logica conta la vecchia distinzione proposta da Thierry, secondo cui «l’autore è quello che di cui ricordi quello che dice, il giornalista é colui che ti dà la notizia che dimentichi subito»

La ragione per cui ne scrivo
È anche questa un po’ nostalgica. Ma è la ragione per cui molti di noi 12 o 13 anni fa hanno aperto un blog. La racconta Adam Tinworth citando Nick Crocker e Euan Semple. Se non la leggi, non sei un vero blogger. Perché un blogger è le sue fonti e senza input non c’è output.
This is why I blog.

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#GoodToBeBad, «Drive like a Villain» e le pubblicità politicamente scorrette ai tempi dei social media

Jaguar In 140 caratteri: «Ai tempi dei social media, spesso, l’ironia diventa un ingrediente importante della comunicazione.» Tweet this!

Ammetto di avere una certa passione per gli spot «cattivi». E credo che dipenda dal fatto di essere cresciuto con i fumetti e quindi dal fatto di immaginare la faccia dei creativi che se la ridono mentre li fanno.

Il primo spot «politicamente scorretto» (che io ricordi) è quello della Volkswagen Polo, in cui un terrorista si imbottisce di esplosivo e si fa esplodere davanti a un bar. Ma la macchinetta contiene l’esplosione e il claim è: «Polo. Small but Tough».
Il titolo è efficace e lo spot divertente: VW polo terrorist commercial.

BMW vs. Audi
Ai tempi dei social media, spesso, l’ironia diventa un ingrediente importante della comunicazione. Un buon caso è l’esempio delle «schermaglie» via instagram e twitter  tra BMW e Audi. L’oggetto è la tecnologia laser dei fari, ma più che altro sono interessanti le dinamiche della comunicazione, con i due grandi marchi che si «sfottono online».
Una breve sintesi la trovi qui: BMW pokes Audi on Twitter for their Sport quattro laserlight concept

La gallina della Mercedes
Questo è il mio preferito. A un certo punto la Mercedes fa uno spot utilizzando delle galline e poi usa lo slogan: «Stability all times. Magic Body Control».
Subito dopo (ed è qui che immagino i creativi della Jaguar ridere come matti) la casa inglese fa il contro-spot, cattivissimo e geniale. L’hashtag è #GoodToBeBad e lo sfottò è molto efficace: «Magic body control? We prefer cat-like reflexes». Inutile dire che è diventato molto virale.
Qui trovi i due video montati insieme (io ogni volta che lo guardo non riesco a non riconoscere il genio): Mercedes vs Jaguar (Commercial “Battle”)

Ma non finisce qui
Credo di ricordare -ma non riesco a trovarlo- che poi anche BMW abbia fatto uno spot per prendere in giro Jaguar. Ma in questi giorni sempre la Jaguar ha fatto un nuovo spot (si vede una Porsche) con un altro slogan «maleducato» e che si chiude con le istruzioni per essere maleducati.
Il Guardian racconta come lo spot sia stato biasimato perché «incoraggia la guida irresponsabile» (Jaguar ‘villain’ ad banned for encouraging irresponsible driving).
Ma fatti un’idea da solo: qui c’è il commercial (The Art of Villainy with Tom Hiddleston) e qui il Making of (Jaguar 2014 Big Game “The Making of British Villains”)

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Il giornalismo cambiato dai lettori

Internet News In 140 caratteri: «Il problema del giornalismo è che cambiano i lettori molto più in fretta di quanto cambi il mestiere» Tweet this!

Partiamo dalla foto, che racchiude in sé una parte di «rotazione e rivoluzione» dell’asse dei media. Con un po’ di nostalgia: c’è stato un periodo (meno di 10 anni fa, ancora) in cui si si scriveva di Internet sulla carta. Oggi si scrive della carta su Internet.
E per chi ha un po’ di immaginazione, questo spiega tante cose.

Oltre le cose già dette e ripetute
Come accade nell’editoria libraria, da anni ormai si ripetono le stesse cose e c’è davvero poco di nuovo. Ma in questi giorni ci sono tre articoli interessanti da leggere. Il primo è su Wired, è di Vittorio (che fa, as usual, Vittorio) e si intitola: La valanga del giornalismo: ovvero lo sfogo di Alfieri e la possibilità di salvare il giornalismo.

Il secondo è di Mario (che fa, as usual, Mario) e propone una lucida analisi di quello che sta succedendo. Anche qui il titolo la dice lunga: La valanga del giornalismo: considerazioni sul vecchio che non muore abbastanza in fretta e il nuovo che non c’è.

Il terzo è di Andrea (che pure lui fa Andrea) ed è in inglese: Newspaper crisis: little to save, everything to reinvent.

Tutte letture che vale la pena di affrontare con la giusta attenzione.

I miei due cent
Io mi sono fatto un’idea, magari personale e irrilevante. Il giornalismo sta cambiando non perché ne ha voglia, ma perché stanno cambiando i lettori.

Ora secondo me, come diceva un vecchio proverbio cinese, «se vuoi una buona risposta, fai una buona domanda».

Il punto vero è l’ambiguità che c’è tra innovazione e disruption. L’innovazione può essere di processo (fare in modo diverso cose che si facevano già) o di prodotto (fare una cosa nuova). Può essere facoltativa o no. Ci sono molti settori di business che campano sulla tradizione.

La disruption è il risultato di una cosa che accade e che ti obbliga a cambiare. Il problema del giornalismo è che cambiano i lettori (abitudine, approccio, senso critico, fonti) molto più in fretta di quanto cambi il mestiere.

Se io fossi un editore di news, rifletterei su questo.

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